Sinistra. Costruire nuova rappresentanza fuori dai giochi autoreferenziali della politica
C’è una spaccatura profonda, a sinistra. Ma non è quella tra le sigle, i nomi, i cartelli: è quella tra chi è dentro il gioco autoreferenziale della «politica» praticata e chi ne è fuori. Una spaccatura che contribuisce in modo decisivo ad allargarne una ancora più profonda: quella tra chi vota e chi non vota più.
Per questo gli interventi centrali dell’assemblea di domenica al Brancaccio sono stati, per me, quelli di Andrea Costa (Baobab) e Giuseppe De Marzo (Rete dei numeri pari, Libera).
Hanno fatto capire come non esista più nessun rapporto tra il loro lavoro quotidiano (politico, se ce n’è uno) e l’idea stessa di rappresentanza parlamentare. Detto in altri termini: chi ogni giorno davvero cambia lo stato delle cose a favore degli ultimi, cioè chi riduce concretamente le diseguaglianze, ha ormai messo la croce sull’idea stessa di incidere sul processo democratico.
La proposta che Anna Falcone ed io abbiamo fatto è quella di portare quel mondo in Parlamento. Di riannodare i fili tra questa sinistra delle cose e i partiti (come Sinistra Italiana e Possibile) che combattono la stessa battaglia, ma che da soli non bastano.
La partecipazione e la rappresentanza come strumenti per costruire eguaglianza.
Non per caso queste due cose sono intrecciate nell’articolo 3 della Costituzione, che abbiamo eletto a bussola di questo processo. E invece sono anni che giochiamo al bricolage dello Stato avendo rinunciato allo Stato, che è il bene comune da cui dipendono tutti gli altri beni comuni.
I giornali ne parleranno solo quando questo processo sarà diventato inarrestabile: ed è a questo che stiamo lavorando.
Per ora di cosa parlano, i giornali? Del risiko di cui sopra. Le cui coordinate fondamentali, se ho ben capito, sono le seguenti: per una parte del gruppo dirigente fuoriuscito dal Pd è difficile tornare sotto l’ombrello di Matteo Renzi. Ma (come avverte Michele Serra) bisogna che questa «sinistra» stia con Renzi, perché sennò non va al governo.
Quale la via d’uscita? Eccola: Giuliano Pisapia otterrà «discontinuità». Una volta ottenuta, si tornerà al centro-sinistra unito, dove il centro è il Pd di Renzi.
Lo schema è ancora Bertinotti-che-condiziona-a-sinistra-Prodi: ma con Pisapia e Renzi. Cioè tutto uguale, anzi tutto incredibilmente spostato a destra. Se il finale sarà questo vedremo un’astensione record e un Movimento 5 Stelle di nuovo al comando.
Noi diciamo: un’altra strada è possibile.
Abbiamo detto con forza che l’obiettivo dovrebbe essere costruire rappresentanza. E abbiamo provato a spiegare perché non ci convince più la retorica della governabilità, della sinistra maggioritaria, della sinistra di governo.
Intendiamoci: la sinistra (intesa come coloro che hanno interesse a redistribuire la ricchezza) è maggioritaria nelle cose perché, come dicevano a Zuccotti Park, «siamo il 99%». Ma la realtà è che in questi ultimi vent’anni la sinistra italiana ha scambiato i fini con i mezzi: il governo è diventato un fine, e ci siamo dimenticati a cosa serviva, governare. «Ci siamo dimenticati dell’uguaglianza», ha scritto Romano Prodi nel suo ultimo libro.
Domenica ho fatto una lista (parziale) di ciò che dobbiamo al centro-sinistra: riscritture della Carta votate a maggioranza; chiusura sull’immigrazione; precarizzazione del lavoro; privatizzazioni, liberalizzazioni, alienazioni di patrimonio pubblico; deliberata assenza di una legge sul conflitto di interessi; smantellamento finale della progressività fiscale; federalizzazione dei diritti; e, sì, anche una guerra costituzionalmente illegittima (non ho detto illegale) che rappresenta il contributo dell’Italia alla stagione delle «operazioni di polizia internazionale».
Per essere chiari: tutto questo precede Renzi. E serve a dire che il problema sarebbe stato immenso anche se fossimo ancora al governo Letta.
Renzi ha rappresentato un salto di quantità mostruoso, ma non una discontinuità di politiche. Si può dire che le sue scelte – continuate, salvo dettagli, da Gentiloni – radicalizzano un processo ventennale che ha fatto dell’Italia il paese europeo in cui la diseguaglianza è maggiormente cresciuta. Che è esattamente il processo per cui la Sinistra si è ridotta al nulla, e metà del Paese, quella sommersa, non vota più.
Ecco: deve essere chiaro che la rotta è invertita. Che la rotta è diametralmente opposta a tutto questo.
Al netto di qualche fischio, il messaggio dell’assemblea di domenica è che l’unico modo per fare davvero unità a sinistra è proprio invertire la rotta, e puntare ad un orizzonte diverso. Per farlo ci vuole un processo aperto a tutti coloro che vogliono condividere una nuova rotta: quella (per esempio) dell’articolo 18, di una vera progressività fiscale, di una seria tassa patrimoniale, di una strutturata politica di accoglienza dei migranti, di un consumo di suolo zero, di una scuola pubblica e un’università non aziendali, di una tutela pubblica del patrimonio culturale.
Spero che saremo in tanti: perché se l’obiettivo è costruire (come dice Corbyn) «a country for the many, not the few», allora ci vuole una sinistra di tutte e di tutti.
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La CGIL ha indetto per il 17 giugno 2017 una MANIFESTAZIONE NAZIONALE STRAORDINARIA.
Susanna Camusso
Segretario Generale CGIL
www.schiaffoallademocrazia.it
www.cgil.it/17giugno/
Sono arrivate le risposte scritte dell'Amministrazione comunale alle interpellanze presentate nell'ultimo Consiglio Comunale dai Consiglieri del M5S e de L'Altra Faenza, nel quale il Sindaco e gli Assessori competenti, in modo piuttosto scorretto non hanno risposto, rimandando a successive risposte scritte. Finalmente le risposte sono arrivate, ma non chiariscono granché, anzi confermano dubbi e pongono ulteriori interrogativi.
Certo, questo sito non nasconde che si è schierato fin da subito con le ragioni delle associazioni ambientaliste che chiedono, anche con una petizione che ha già raccolto più di 1500 firme, di bloccare l’ampliamento del supermercato situato a lato dell’Arena Borghesi, che cancellerebbe un quinto dell'intera area, ma anche chi avesse una posizione più possibilista potrà notare che si riscontrano diversi dubbi di correttezza e legittimità in tutte le procedure burocratiche e amministrative, che paiono essere state gestite fin dall'inizio per arrivare ad un esito predeterminato.
Per chi volesse farsi una idea compiuta di questa intricata vicenda pubblichiamo tutta la corposa documentazione:
Interpellanza de L'Altra Faenza
Risposta del Sindaco al M5S
Risposta di Isola e Piroddi a L'Altra Faenza
Replica del M5S: "Commento alla risposta alla nostra interpellanza sull'Arena Borghesi"
Replica de L'Altra Faenza: "Arena Borghesi, un “affaire” con tante casualità"
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Se fossimo a “Porta a porta” si potrebbe fare un plastico, ma noi non abbiamo questi mezzi. Proviamo comunque a fare un riassunto di massima.
C'è bisogno di sinistra? Molti lo pensano, ma come e su quali idee-forza potrebbero riaggregarsi le diverse espressioni oggi in campo?
La situazione è in divenire: i fuorusciti dal PD hanno costituito il Movimento Art.1 Democratici e Progressisti e stanno definendo i propri orientamenti; Sinistra Italiana e Rifondazione Comunista hanno svolto i loro congressi nelle settimane scorse; c’è Civati con il suo Possibile; i Comunisti Italiani; e c’è Pisapia con il suo “Campo progressista”. Senza contare altre realtà (non vogliamo dimenticare nessuno), alcune più locali e “intrecciate”, come L'altra Faenza” e L'altra Emilia Romagna che hanno preso spunto anche dall'esperienza de L'Altra Europa.
Cosa pensano di fare le varie parti di questo arcipelago di forze?
Ancora prima di pensare ad una rappresentanza elettorale – sulla quale inciderà la legge elettorale – come pensano di conquistare consenso sociale e su quali contenuti?
Come rispondere ad una frammentazione – sociale prima ancora che politica – che porta alla disillusione verso i cambiamenti desiderabili, alla caduta della partecipazione sociale oltre che al voto; una frammentazione che può dare spazio a pulsioni di destra, come accade negli USA e in Europa, dalle quali l'Italia non è certo immune?
Non è compito di questo sito indicare strategie o individuare interlocutori privilegiati, ma sollecitare confronti e approfondimenti. Possiamo e vogliamo farlo.
Ospitiamo spesso interventi di esponenti nazionali di diversi orientamenti, appartenenti comunque all’area politico-culturale della sinistra. Ma forse è più utile sentire cosa pensano, e cosa intendono fare, coloro che qui, nei nostri territori, fanno in qualche modo riferimento a questo schieramento.
Vorremmo in sostanza che si aprisse un confronto libero, aperto e ampio: ci piacerebbe che a cogliere questo invito fossero tutti coloro che sentono di avere qualcosa da dire, a partire dagli esponenti del Movimento 5S (che pensiamo non possa continuare a proclamare l'autosufficienza), ma anche esponenti del PD (che magari non siano solo “renziani” e liberisti). Poi anche, e soprattutto, vorremmo che esprimessero le loro opinioni i tanti uomini e donne che non hanno un’appartenenza organizzata, pur riconoscendosi in valori e contenuti progressisti. Persone provenienti dal mondo della sinistra, ma anche da quello cattolico, dell'associazionismo, del volontariato.
In un periodo nel quale, da più parti, si pensa “all'uomo solo al comando” (cosa che a nostro parere non è di sinistra), forse è meglio tornare a chiederci non cosa stanno facendo per noi i capi delle sinistre, ma piuttosto cosa facciamo noi per la sinistra?
Dopo l'importante intervento di Giuseppe Casadio, auspichiamo che altri se ne aggiungano.
di Giuseppe Casadio
La lettura del "Manifesto art. l - Movimento Democratici e Progressisti" e le dichiarazioni dei presentatori (Speranza, Rossi, Errani ... ) rappresentano; oltre che un atto politico in sé innovativo, una attenzione ai temi del lavoro (art. 1), da tempo inusitata nella politica italiana.
Per questo motivo, da ex-responsabile delle politiche del lavoro della CGIL, ho avvertito lo stimolo a trarre un bilancio dell'ultimo ventennio, sulla base delle mie personali esperienze, e sperando di non annoiare troppo. In ogni caso, come sempre, la lettura non è un obbligo, se non la si ritiene interessante.
Da anni ci sentiamo ammannire una paradossale manfrina secondo cui il mercato del lavoro italiano sarebbe da decenni sclerotizzato, ingessato da regole pressoché preistoriche, difese contro tutti e a tutti i costi da un sindacato incapace di comprendere gli epocali cambiamenti in corso.
La realtà è pressoché opposta; da un ventennio a questa parte si è prodotto un profluvio di norme, aggiustamenti, piccoli o grandi strappi, accordi stipulati fra questo o quello dei vari governi succedutisi e soggetti .sociali presuntivamente rappresentativi, spacciati ogni volta come la grande riforma da tempo attesa. Risultato: un groviglio irrazionale e caotico che costituisce oggi terreno fertile per quasi ogni abuso in danno dei lavoratori, giovani ma non solo.
A chi voglia ragionare con buona coscienza, può risultare utile una sintetica rassegna delle tappe fondamentali di tale devastazione, senza reticenze e senza tecnicismi, pur valendosi - chi scrive - della esperienza di coordinatore (per quasi un decennio) delle politiche del lavoro per conto della Segreteria Confederale della CGIL.
Una breve stagione di autentico riformismo: il primo governo Prodi.
Sconfitto il primo governo Berlusconi, insediatosi nel 1996 il primo governo Prodi, si sviluppò una fase molto costruttiva, perfino entusiasmante, di confronto fra le forze sociali e con il governo. I temi del lavoro furono fra gli argomenti centrali.
Ne scaturì un primo importante accordo, condiviso da tutte le parti in causa, che introdusse elementi reali di flessibilità. Fu superato il tradizionale divieto assoluto di "intermediazione di manodopera", che finiva sempre più per alimentare forme di lavoro irregolare o il ricorso smodato al lavoro straordinario. In particolare fu introdotto nel nostro ordinamento il "lavoro interinale", ma la norma stessa che introduceva l'istituto nel nostro ordinamento, prevedeva anche alcune specifiche condizioni per la sua concreta attivazione: che l'istituto fosse funzionale essenzialmente al reperimento, da parte delle imprese, di profili professionali di livello medio alto che dovesse essere la contrattazione collettiva nell'impresa a verificare la sussistenza delle condizioni per ricorrervi; che il costo del lavoro interinale, per l'impresa, fosse più alto del costo del lavoro ordinario a parità di inquadramento professionale (+4% destinato alla formazione e all'aggiornamento di quei lavoratori).
Contestualmente fu varato il decreto legislativo che responsabilizzava, per la prima volta, Regioni ed Enti Locali nella organizzazione
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