25 APRILE, UNA DATA ESIGENTE. «Vogliamo che sfili una grande manifestazione, più grande del solito» scrivevamo un mese fa nell’appello che invitava a tornare a Milano questo 25 aprile. Siamo ottimisti, pensiamo che andrà così, […]
25 Aprile 1994 - Dall'archivio del Manifesto
«Vogliamo che sfili una grande manifestazione, più grande del solito» scrivevamo un mese fa nell’appello che invitava a tornare a Milano questo 25 aprile. Siamo ottimisti, pensiamo che andrà così, il corteo sarà pienissimo.
Ce lo dicono le tante adesioni, collettive e individuali, l’impegno degli organizzatori, la sensazione di aver intercettato e dato voce a un desiderio diffuso. Persino cresciuto nelle ultime settimane, al crescere delle motivazioni per fare di questa Liberazione una liberazione speciale.
Al centro del nostro 25 aprile c’è l’urgente mobilitazione contro le destre estreme in Italia e in Europa, che ormai mettono in discussione o cancellano principi e diritti che parevano acquisiti. E c’è l’opposizione popolare alla guerra, ormai trattata come un punto di programma dalle massime istituzioni Ue.
Cessate il fuoco e no al riarmo sono le parole d’ordine per l’unica opzione che ci resta: la pace.
In piena coerenza con l’eredità della Resistenza, combattuta anche per scacciare la guerra dal destino dell’Europa, quella di oggi sarà anche la grande manifestazione pacifista che aspettavamo da tempo. Per una soluzione negoziale del conflitto in Ucraina a più di due anni dall’aggressione russa. E per chiedere all’Unione e agli stati europei di agire per fermare la carneficina di Israele a Gaza. Smettendola con l’avallare – di fatto – l’azione di Netanyhau, capace di annientare l’istintiva solidarietà che il 7 ottobre aveva portato a Israele, seppellendola sotto una montagna di macerie e cadaveri palestinesi.
Poi c’è il governo Meloni che quotidianamente porta argomenti e attualità all’antifascismo. Disprezzo dei migranti, accanimento contro i poveri e gli ultimi, manganellate agli studenti, riduzione degli spazi di pluralismo, attacco ai diritti delle donne.
La lista è lunga e disegna un modello di governo e un sistema di potere che non è certo una riedizione del fascismo ma che ha nel cuore una troppo simile pulsione autoritaria.
Pensare che questa «matrice» possa essere cancellata con
Leggi tutto: La festa che non è una passeggiata - di Andrea Fabozzi
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CAMPUS LARGO. Dopo le retate alla Columbia si agitano Nyu, Yale, Mit... Proteste da Berkeley al Cal Polytechnic, richiesta la Guardia Nazionale
La protesta per la Palestina alla Columbia University - foto di Andrea Renault/Star Max
Gli arresti a centinaia non fermano le manifestazioni per la Palestina nelle università Usa, anzi sembrano provocarne l’allargamento a sempre nuovi campus. Una tendenza che non dà cenno di rientrare.
Non è più solo la Columbia University ad avere manifestazioni e sit in permanenti. A New York anche la progressista New School e la prestigiosa Nyu sono mobilitate, e così sta accadendo a Yale, al Mit di Boston, alla Tufts, alla University of North Carolina. Sulla costa ovest ci sono accampamenti di protesta all’Università della California, a Berkeley. Studenti si sono barricati all’interno della California Polytechnic State University. Per il Seattle Times, centinaia di studenti stanno organizzando una manifestazione nella regione di Puget Sound (Washington) a cui parteciperanno due dozzine di scuole superiori e college.
LA RISPOSTA DEGLI ATENEI non si discosta da quella della rettrice della Columbia, Minouche Shafik: chiamare la polizia e cercare di tenere a casa gli studenti con la didattica da remoto. La New York University ha chiamato la polizia per disperdere la folla che continuava ad aumentare, e quando da parte degli studenti sono state lanciare alcune bottiglie si sono verificati momenti di tensione ma niente arresti. A Yale invece decine di studenti sono stati arrestati con l’accusa di trespassing (sconfinamento), e Harvard ha deciso di sospendere il Comitato per la solidarietà con la Palestina. Se la risposta dei rettori non cambia, altrettanto accade con le reazioni degli studenti: «Come ebrea, come studentessa di Yale, come americana, sono convinta di non volere che gli omicidi continuino a verificarsi in mio nome e con i miei soldi – dice la 22enne Miriam Levine – E quindi continuerò a protestare».
PARTE DEL PROBLEMA è che i rettori di queste prestigiose e costose università private non possono permettersi di perdere i grandi donatori e quindi cercano di soffocare le proteste in nome della sicurezza. «Parlano della minaccia antisemita – dice Rachel Schwartzes, studentessa del Cuny, l’università della città di New York – ma più della metà degli studenti che protesta è ebrea. Il problema è che
Leggi tutto: Arrestarli non basta, la Palestina accende le università degli Usa - di Marina Catucci
Commenta (0 Commenti)Dopo i 300 cadaveri palestinesi allo Shifa, altri 283 corpi recuperati nella fossa comune dell’ospedale Nasser, terminato l’assedio israeliano. Donne, bambini, anziani, alcuni giustiziati e irriconoscibili. L’ennesimo crimine di guerra che l’occidente non vede
GAZA. Si dimette Aharon Haliva capo dell’intelligence militare israeliana per il fallimento del 7 ottobre. Bibi ora è sotto sotto pressione. Israele non ha fornito prove dell’accusa secondo cui dipendenti dell’Unrwa sarebbero membri di Hamas
Si scava nelle fosse comuni di Khan Yunis - Ap
«Vorrei dargli una sepoltura degna e pregare sulla sua tomba, solo questo», diceva ieri in un video una donna affacciandosi sulla fossa comune individuata accanto all’ospedale Nasser di Khan Yunis. Si riferiva al figlio 21enne scomparso da due mesi nella zona del complesso medico più importante nel sud di Gaza, occupato dalle truppe israeliane nelle scorse settimane. Difficilmente riuscirebbe a identificarlo. I corpi sono in avanzato stato di decomposizione. Appena recuperati, per ragioni sanitarie, vengono subito avvolti in sudari bianchi. Solo alcuni sono stati identificati grazie al ritrovamento dei documenti.
Ieri ne sono stati recuperati altri 73, da tre fosse comuni. In quella più grande, scoperta sabato, sono stati trovati 210 cadaveri di giovani e anziani e di donne. «Alcuni erano ammanettati e spogliati dei vestiti, altri sono stati giustiziati a sangue freddo» ha detto un medico del Nasser accusando l’esercito israeliano di aver cercato di «nascondere i suoi crimini» seppellendo frettolosamente i morti. La stessa accusa rivolta a Israele dalle squadre della Protezione civile che nei giorni scorsi hanno recuperato i corpi di circa 300 persone uccise da bombardamenti e combattimenti dentro e intorno all’ospedale Shifa di Gaza city. «Ci aspettiamo di trovare altri 200 corpi nelle fosse comuni», ha previsto Ismail Thawabta, direttore dell’ufficio stampa governativo.
Il calvario di Khan Yunis non è terminato. Nella parte orientale della città ridotta in gran parte in macerie, ieri sono
Commenta (0 Commenti)Spesso, quando si parla di ciò che sta accadendo a Gaza e in Cisgiordania, si utilizzano dei linguaggi e dei termini non corretti, come per esempio la “guerra” tra Israele e la Palestina o la “guerra” a Gaza. Quando si parla di Israele e Palestina, bisogna prendere in considerazione che la guerra di solito si fa tra due Stati con due eserciti alla pari. Per questo motivo non è il caso della Palestina, perché non c’è una guerra solo a Gaza, bensì ci sono un’aggressione e invasione sia a Gaza che in Cisgiordania.
Dal 7 ottobre a tutt’oggi, l’aggressione comprende anche la Cisgiordania: basta pensare ai posti di blocco dei soldati o attuati dai coloni (oltre 700) o al numero degli arresti che ha superato i 6.500 palestinesi, compresi bambini. In aggiunta a tutto questo vanno sottolineati i comportamenti e l’aggressività dei coloni contro i cittadini e le cittadine palestinesi.
Il numero dei coloni che vive in Cisgiordania oggi ha superato le 726mila persone distribuite in quattro tipologie di insediamenti: quelli grandi come Ma’ali Adumim situato ad est di Gerusalemme, Ofra situato tra Gerusalemme e Nablus, Ariel in Cisgiordania e Kariat Arbà. Questi insediamenti hanno raggiunto una dimensione territoriale e demografica simili a vere ed effettive città con oltre 25mila abitati.
In aggiunta a questi insediamenti, ce ne sono altri di dimensione minore e altri ancora che sono dei nuclei di insediamenti collegati tra di loro per un totale di 448 insediamenti. Una nuova forma di insediamenti che sta prendendo forma è quella legata ai pastori israeliani che occupano un terreno e allevano gli animali e che piano piano si espandano sia dal punto di vista territoriale che demografico.
Tutti questi insediamenti oggi rappresentano quasi il 43% del territorio della Cisgiordania, dove doveva nascere lo Stato della Palestina secondo gli accordi di
Leggi tutto: Palestina, il rischio di una nuova Nakba - di Milad Jubran Basir
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FASCIA PROTETTA. Lo scrittore censurato da Raitre sul 25 aprile. A marzo la tagliola su Nadia Terranova
Se c’è una cosa che il governo Meloni sta prendendo sul serio è la cultura: dal suo insediamento, il primo esecutivo guidato da un partito erede del Msi ha cominciato a picchiare un giorno sì e l’altro pure su quella che, a torto a ragione, ritiene essere una cultura ostile alla sua visione del mondo, tra polemiche costruite ad arte sui social o sui giornali d’area e manovre che coinvolgono l’elettrodomestico più diffuso: la televisione.
L’ULTIMO CASO, al deciso sapore di censura, riguarda lo scrittore Antonio Scurati e il suo monologo sul 25 aprile previsto ieri sera all’interno del programma «Chesarà…» di Serena Bortone, su Raitre. È stata la stessa conduttrice a far scoppiare il caso con un post sui suoi social: «Ho appreso ieri sera (venerdì, ndr), con sgomento, e per puro caso, che il contratto di Scurati era stato annullato. Non sono riuscita ad ottenere spiegazioni plausibili. Ma devo prima di tutto a Scurati, con cui ovviamente ho appena parlato al telefono, e a voi telespettatori la spiegazione del perché stasera non vedranno lo scrittore in onda sul mio programma. Il problema è che questa spiegazione non sono riuscita a ottenerla nemmeno io».
Il monologo di Scurati, diffuso in lungo e in largo già da ieri pomeriggio (è anche sul sito del manifesto), è un duro attacco a Meloni. Partendo dall’omicidio Matteotti, l’autore della fortunata trilogia di libri su Mussolini edita da Bompiani dice che «la presidente del consiglio si è pervicacemente attenuta alla linea ideologica della sua cultura neofascista di provenienza» perché
Leggi tutto: Telemeloni oscura Scurati. Ma non è la prima volta - di Mario Di Vito
Commenta (0 Commenti)L'ARMA DEL RELITTO. Nessun accordo con i trafficanti: erano soccorsi non consegne concordate. Il gup di Trapani chiude sette anni di accuse e bugie. Sulle scale del tribunale esplode la gioia covata per sette anni. Le lacrime si mischiano agli abbracci
Gli attivisti all’entrata del tribunale di Trapani dopo il pronunciamento della sentenza - Giansandro Merli /il manifesto
Non c’era niente. Nessun accordo con i trafficanti. Nessun favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Nessun taxi del mare. Nessun inganno alle autorità che coordinavano i soccorsi. Solo fango mediatico e bugie di Stato contro attivisti e operatori umanitari che si erano imbarcati per salvare vite umane di cui a molti non importa nulla. Lo ha stabilito ieri il giudice per l’udienza preliminare di Trapani Samuele Corso nel maxi-processo alle ong: tutti prosciolti perché «il fatto non sussiste» e dissequestro della nave Iuventa, bloccata nel porto siciliano da quel 2 agosto 2017 che ha cambiato per sempre il soccorso in mare.
È STATA LA MADRE di tutte le indagini sul Mediterraneo centrale: doveva dimostrare che lì non avvenivano salvataggi ma «consegne concordate» tra trafficanti e organizzazioni umanitarie. Per farlo gli inquirenti hanno usato infiltrati, microspie e intercettazioni a tappeto. Hanno trascinato alla sbarra grandi organizzazioni come Medici senza frontiere, premio nobel per la pace nel 1999, o Save the children, convenzionata con il Viminale e parte di progetti delicati come quello nell’hotspot di Lampedusa, insieme al piccolo collettivo di Jugend Rettet: ragazze e ragazzi, attivisti e volontari che avevano comprato la Iuventa con un crowdfunding per battersi contro i naufragi dei migranti.
Depistaggio o pregiudizio. Il lato oscuro delle indagini
LA DECISIONE DEL GIUDICE ha accolto in pieno le richieste delle difese stabilendo che i comportamenti degli imputati non rappresentano, in senso oggettivo, dei crimini. Al contrario, sono stati l’adempimento al dovere di soccorso, tra l’altro sotto stretto coordinamento della guardia costiera italiana. La procura, le cui posizioni si sono ribaltate nel corso dell’udienza preliminare, aveva chiesto il proscioglimento perché «il fatto non costituisce reato»: i soccorritori avrebbero favorito l’ingresso di cittadini stranieri sul territorio nazionale ma in buona fede. Se fosse passata questa tesi il processo vero e proprio non si sarebbe comunque tenuto, ma il significato politico sarebbe stato molto diverso. Il gup ha rimesso le cose a posto, sebbene non abbia voluto aprire un fascicolo per approfondire le ragioni delle enormi falle di tutto l’apparato accusatorio. «A questi ragazzi, criminalizzati dentro e fuori le aule di giustizia, sono dovute delle scuse. Siamo già a lavoro per
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