Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina oggi a Roma, 100 governi e 2.000 aziende studiano come farsi pagare da un paese in bancarotta che dovrà vendersi tutto. L’Europa e anche il papa appoggiano Zelensky, ma deve saldare. Ieri il più grande attacco russo di tutta la guerra

Conto aperto Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, gli invitati (Italia in testa) si fregano le mani. Ma gli Usa potrebbero prendere tutto

Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, a sinistra, e Papa Leone XIV salutano i giornalisti durante il loro incontro a Castel Gandolfo, Italia, mercoledì 9 luglio 2025. (Foto AP/Gregorio Borgia) Volodymyr Zelensky, e Leone XIV a Castel Gandolfo – Foto AP

Per Volodymyr Zelensky è l’appuntamento decisivo. Mentre gli altri invitati alla Conferenza di Roma sulla ricostruzione dell’Ucraina penseranno a come lucrare al meglio sulle future ceneri del suo Paese, per il presidente si tratta di ottenere armi e soldi ora. Oggi incontrerà Keith Kellogg, l’inviato speciale di Donald Trump per l’Ucraina, l’ex generale che la Russia non ha mai voluto sul suo territorio perché considerato troppo «filo-ucraino». All’uomo di Washington Zelensky ribadirà ancora una volta che l’unico modo per ottenere un cessate il fuoco in Ucraina è armarla, altrimenti la Casa bianca continuerà a farsi prendere in giro da Vladimir Putin, come è avvenuto durante la telefonata di giovedì scorso. La rabbia di Trump sembrava aver facilitato il compito della vigilia per la delegazione kievita. Il presidente Usa si è affannato a tentare di dimostrare che lui (!) non ne sapeva niente dell’interruzione di contraerea e munizioni, che era stata una decisione del capo del Pentagono Pete Hegseth e che gli invii sarebbero ripresi subito. Ieri la nuova giravolta di fronte ai giornalisti che lo pressavano fuori dallo Studio ovale: «hanno chiesto un sistema di difesa Patriot. Valuteremo. È molto costoso».

Ma come, fino a un giorno fa non era a conoscenza del costo delle sue stesse armi? O forse, ipotesi più probabile, si è trattato dell’ennesima mossa mediatica. Da quando Trump si è insediato il nuovo motto degli Stati uniti dovrebbe essere «dipende», stampato vicino alla bandiera a stelle e strisce invece di E pluribus unum. Dipende da come gira il vento, da come si mettono le cose, dai fattori esterni (Israele soprattutto)… anche quando si danno certezze poi si ritratta. E se qualcuno gli fa presente che è scorretto allora partono gli insulti.

AGLI ANTIPODI di quanto chiedeva la Difesa di Kiev – «Abbiamo bisogno di organizzarci, ci serve continuità e programmazione». Nulla di tutto ciò è stato possibile. Nemmeno il «più massiccio attacco russo dall’inizio della guerra» è bastato a convincere il tycoon. È vero che questa frase ultimamente la sentiamo una volta ogni tre giorni, pronunciata spesso dall’Aeronautica militare ucraina, ma ciò che rischia di sembrare una boutade è solo l’evoluzione della guerra. 738 droni e 13 missili in una sola notte, come ieri, non sono equivocabili. Mosca l’ha detto: «continueremo fino al raggiungimento dei nostri obiettivi» e gli analisti occidentali ritengono che, malgrado difficoltà crescenti, i russi possano permettersi questa guerra per almeno altri due anni.

NON È COSÌ PER KIEV, che oltre a non avere più molti sistemi di difesa aerea, non ha neanche uomini da inviare al fronte per

permettere ai reparti di riposarsi. Le uniche operazioni di successo che riesce a portare a termine sono quelle dalla distanza, ma secondo gli esperti queste non riusciranno a cambiare il corso della guerra. Dunque è il momento del carisma di Zelensky: bisogna spingere l’Europa a fare di più senza indugi. A Roma a partire da oggi si parlerà di investimenti per gli alleati di Kiev e in particolare per l’Italia, che sarà presente al tavolo specifico sulla ricostruzione con centinaia di aziende per le quali il ministro degli Esteri Tajani sta organizzando un dipartimento ad hoc del suo dicastero. Il piatto è potenazialmente ricco e tutti fanno a gara per accaparrarsi una fetta delle provvigioni milionarie che verranno. Ma la vera domanda è, se la guerra dovesse durare ancora molto e gli ucraini continuassero ad acquistare armi a debito utilizzando il fondo sovrano istituito per l’Accordo sulle terre rare, alla fine cosa resterà a parte le briciole? Seppure le conferenze per la ricostruzione dell’Ucraina, e siamo alla quarta dopo Lugano 2022, Londra 2023 e Berlino 2024, sono aperte anche agli Usa, Washington preferisce trattare in separata sede, lontano dai riflettori e senza troppi scrupoli. Molti economisti già intravedono l’impossibilità di riprendersi per Kiev a causa delle condizioni imposte dagli Usa e dei debiti con le istituzioni finanziarie internazionali.

MA PER IL VECCHIO continente non si tratta solo di investimenti, è una dimostrazione di esistenza. Per questo Macron e Starmer (a differenza di Merz e Tusk) hanno snobbato la Conferenza e si sono invece riuniti nei pressi di Londra per organizzare un incontro dei «Volenterosi». Bisogna parlare di armi e di passi concreti, non di ricostruzione, sembrano inferire i due leader (ma solo ora che la conferenza non si tiene in casa loro). L’etichetta vuole che i presenti a Roma si colleghino con la Gran bretagna di mattina e che poi i due presidenti ricambino la cortesia nel pomeriggio. Ma che senso aveva, oltre a porre ulteriori paletti e tentare fughe in avanti negli equilibri interni europei questa separazione? Di certo non riguarda l’Ucraina, non direttamente almeno, ma il modo in cui i nostri governanti vorrebbero disegnare un’Europa a propria immagine utilizzando la guerra con Putin solo come un pretesto.