Dazi Come cortigiani che hanno paura del tiranno, gli europei stanno scrutando gli umori di Donald Trump per cercare di prevedere come può concludersi l’incontro sui dazi previsto oggi in Scozia tra Donald Trump, qui per giocare in uno dei suoi campi da golf privati, e Ursula von der Leyen
Come cortigiani che hanno paura del tiranno, gli europei stanno scrutando gli umori di Donald Trump per cercare di prevedere come può concludersi l’incontro sui dazi previsto oggi in Scozia tra Donald Trump, qui per giocare in uno dei suoi campi da golf privati, e Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione, che ha la competenza sul commercio della Ue. Von der Leyen è «una donna altamente rispettabile», secondo l’ultima versione di Trump, e oggi la riceve per «discutere delle relazioni transatlantiche e come possiamo mantenerle forti». Con una probabilità di successo, per Trump, al «50-50», che «è molto».
Nei fatti si profila un accordo asimmetrico: i dazi di base rischiano di essere del 15% (nel 2024 erano del 2,4%), sul modello dell’ultima preda di Trump, il Giappone. Gli Usa intendono aumentare le tariffe doganali sull’import di merci europee per un valore di 380 miliardi di euro, cioè sul 70% circa del totale. Mentre la Ue, che sta già subendo un 10% di dazio generale, più 25% per le auto e 50% su acciaio e alluminio, per ora non ha mai replicato. Ha in canna una prima ritorsione, frutto della fusione di due liste preparate la prima contro i dazi su auto e metalli, la seconda per reagire alla minaccia di tariffe del 30%, ma riguarda merci Usa per un valore di 93 miliardi.
La Ue, «nata per fregare» gli Usa stando a Trump, si dimostra molto poco aggressiva: il reale attivo commerciale Ue complessivo è di soli 48 miliardi con gli Usa (c’è un attivo sui beni, ma un passivo sui servizi).
Ancora tre settimane fa, la Ue aveva la speranza di ottenere un 10% generale, con il ribasso per metalli e auto. Ma i sette viaggi che il negoziatore europeo Maros Sefcovic ha fatto a Washington e i contatti permanenti con i vari negoziatori (spesso neppure in accordo tra loro), non sono serviti a nulla: l’accordo c’era, ma poi Trump ha deciso altrimenti e minacciato di imporre il 30% a partire dal 1° agosto.
Se non ci sarà accordo, la Ue ha pronto anche il bazooka dell’Aci, lo strumento anti-coercizione, che può escludere le imprese Usa dai mercati Ue.
Il negoziato è complesso. Trump spera fino all’ultimo di riuscire a spezzare il fronte Ue, che è rimasto unito (malgrado differenze sull’approccio auspicato, tra i più prudenti e i più bellicosi), negoziando accordi speciali con i singoli stati (a cominciare dalla Germania, il presidente Usa ha l’ossessione delle auto tedesche e Berlino sta già pagando un alto prezzo nel suo export). Un punto in discussione sarebbe anche un’alleanza transatlantica contro l’eccesso di acciaio cinese.
La Ue, per il momento, ha rimesso nel cassetto l’idea di una web tax, una tassa sulla tech digitale. Le “linee rosse” delle norme europee non dovrebbero essere negoziabili per Bruxelles: il Dsa e il Dma (Digital Service Act e Digital Market Act), le bestie nere di Trump e delle multinazionali tech, non si toccano.
L’amministrazione Usa, in questi giorni, ha avviato una forte offensiva contro queste norme, accusate di essere «orwelliane» e di «negare la libertà di espressione», una battaglia aperta in primavera dal vicepresidente Vance alla riunione di Monaco sulla difesa.
È questo il vero obiettivo del braccio di ferro in corso. I dazi, in effetti, sono pagati dai consumatori finali al 70% secondo uno studio, percentuale relativizzata dalla Fed, che riduce questa cifra al 49%, (mentre il 15% è pagato dalle imprese Usa e il 12% dagli esportatori stranieri).
