Ministri e deputati israeliani vogliono inviare i coloni nel nord di Gaza per ricostruire gli insediamenti, mentre i palestinesi muoiono di raid e di stenti. Nessun errore involontario per il presidente Mattarella: «Difficile non ravvisare l’ostinazione a uccidere indiscriminatamente»
Israele/Palestina L’annessione e colonizzazione dell’enclave è la risposta che invoca la destra israeliana ai riconoscimenti della statualità palestinese

«Se desiderate quello che chiamate uno Stato palestinese, costruitelo a Londra, a Parigi, nei vostri Paesi». Non ha usato mezze parole lo speaker della Knesset israeliana, Amir Ohana, rivolgendosi ieri alla sesta conferenza mondiale dei presidenti dei parlamenti dell’Unione interparlamentare a Ginevra. Quelle parole non sono una reazione all’annuncio del presidente Macron.
Ha promesso di riconoscere, a settembre, lo Stato di Palestina. E non sono neppure una risposta all’intenzione simile – con tanti se e ma – manifestata dal primo ministro britannico Keir Starmer. Amir Ohana ha espresso una posizione ideologica condivisa da gran parte della politica israeliana, non solo a destra e non solo da Netanyahu: i palestinesi non avranno sovranità reale neppure su un centimetro dei Territori occupati nel 1967.
Una posizione ora condivisa anche dal noto storico Gadi Taub, docente all’Università ebraica di Gerusalemme, che dopo aver abbandonato la soluzione dei due stati, ora invoca l’annessione del nord di Gaza da parte di Israele. La rioccupazione permanente della Striscia, o di parte di essa, è al momento la prospettiva più concreta. Israele, ha avvertito ieri il ministro Zeev Elkin, procederà all’annessione di ampie porzioni di Gaza se Hamas non accetterà le condizioni dettate dal governo Netanyahu per l’accordo di cessate il fuoco – solo temporaneo – e per lo scambio tra ostaggi israeliani e prigionieri politici palestinesi.
PER I COLONI israeliani, le parole di Elkin sono musica: aprono la strada alla costruzione di insediamenti coloniali a Gaza. Di fatto, tifano per Hamas, senza però poterlo ammettere. Contano sulla determinazione del movimento islamista palestinese a non cedere alle intimazioni israeliane e statunitensi e sulla sua insistenza per una tregua definitiva.
Così, coloro che premono per l’annessione della Striscia (e della Cisgiordania) avranno tempo e modo per esercitare pressioni più forti sul governo. Ieri ventidue tra ministri e parlamentari della coalizione di destra hanno firmato una lettera in cui chiedono al ministro della difesa, Israel Katz, di approvare un «tour» nel nord di Gaza da parte di gruppi di coloni per esaminare possibili siti destinati a futuri insediamenti israeliani. Tra i firmatari non ci sono solo i soliti leader dell’ultradestra, Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich. Figurano anche il ministro delle comunicazioni Karhi, quello della cultura Zohar e il ministro per l’uguaglianza sociale Golan.
KATZ È CHIAMATO ad approvare quello che i firmatari descrivono come
un «pattugliamento» del Movimento Nachala, coinvolto nella costruzione di avamposti coloniali in Cisgiordania e guidato da Daniella Weiss, colona sanzionata da Canada e Regno unito. «La Striscia non è più un’area geografica, ma il cuore pulsante della Terra d’Israele, un’area con profonde radici bibliche, storiche e nazionali. Il ritorno del popolo ebraico in questi luoghi non è solo un passo strategico, ma un ritorno a Sion nel senso più profondo e pratico», hanno scritto i firmatari. Più esplicito il post pubblicato su X da Nachala: «Colonizzare il settore settentrionale è il primo passo verso la riconquista, l’espulsione (dei palestinesi) e la colonizzazione dell’intera Gaza. Il confine nord è stato conquistato e ripulito: ora è il momento di stabilirsi».
A pochi chilometri da Gaza, nel villaggio di Umm al Kheir, considerato la «porta» della zona di Masafer Yatta, i palestinesi vivono l’altro e più ampio capitolo della colonizzazione israeliana. E spesso non hanno nemmeno il diritto di piangere i propri morti, uccisi dai coloni. La polizia ha fatto sapere che non restituirà alla famiglia il corpo dell’attivista Awdah Hathaleen – ammazzato lunedì a colpi di pistola da un colono, Yinon Levi, già sanzionato in passato da Stati uniti e altri paesi – se non accetterà di seppellirlo a Yatta o a Hebron e rinuncerà a tenere i funerali.
L’ASSASSINO, accusato dalla polizia solo di omicidio colposo e non volontario, ha già dichiarato di «essersi difeso da palestinesi che lanciavano sassi» – ma le immagini circolate sui social raccontano tutt’altro – ed è stato posto agli arresti domiciliari. Nessuno crede che sarà mai incriminato per l’assassinio di Hathaleen. Nel frattempo, l’esercito israeliano ha arrestato altri otto abitanti di Umm al-Kheir – martedì ne aveva già detenuti quattro, insieme a due attivisti stranieri – e di altre località, considerati «coinvolti» nel caso, mentre altri coloni continuano a spianare le terre palestinesi con le ruspe.
In un mese e mezzo i coloni hanno ucciso sei palestinesi: cinque a est di Ramallah e uno nella Cisgiordania meridionale. Dal 7 ottobre 2023, il fuoco dei coloni israeliani ha ucciso 15 palestinesi. Numeri in rapido aumento, frutto delle migliaia di armi da fuoco assegnate ai coloni da Ben Gvir e del reclutamento da parte dell’esercito di migliaia di abitanti delle colonie per le «Brigate territoriali» in Cisgiordania. Una vera e propria milizia parallela che, secondo il giornalista Yaniv Kubovich, conta 5.300 uomini suddivisi in varie brigate: la Sansone nella regione a nord di Ramallah, la Ephraim nella Cisgiordania settentrionale, la Gush Etzion a sud di Betlemme, cui si aggiungono le brigate più piccole nella valle del Giordano, a Hebron e nei pressi di Gerusalemme. Formazioni che operano ufficialmente sotto la supervisione dell’esercito, ma che in pratica sono soggette all’agenda ideologica dei coloni.
IERI, LE FORZE armate israeliane hanno notificato agli abitanti di Numan, a Betlemme, che le loro 35 case saranno demolite.
michele giorgio
