EUROPA DEBOLE E DIVISA La Svizzera, colpita al 39%, vuole negoziare oltre il 7 agosto. La beffa degli F35
Maroš Šefcovic e Ursula von der Leyen a Bruxelles
Tra due giorni arriva l’ultima scadenza: i dazi imposti da Trump dovrebbero entrare in vigore a fine settimana, stando all’ordine esecutivo del 31 luglio. Dai vari settori economici, nei diversi paesi Ue, si alzano voci per continuare a negoziare e ottenere ribassi e chiarimenti. Ma per il momento regna la confusione e ogni paese cerca la strada per ottenere qualcosa per qualche prodotto, rendendo così ancora più debole la posizione Ue.
Auto, alimentari vini e alcolici sono in attesa. Oltre a acciaio e alluminio, anche il rame è sotto pressione, al 50%. L’inquietudine si allarga anche alle attività dei porti, che subiranno il calo dell’export dovuto al rialzo dei dazi.
Domenica, il rappresentante Usa per il commercio estero, Jamieson Greer, ha gelato il clima: in un’intervista su Cbs ha spiegato che «è normale utilizzare strumenti tariffari per questioni geopolitiche», citando esplicitamente i dazi punitivi al Brasile per il processo a Bolsonaro, ma anche «molti paesi» non specificati. Greer ha affermato che i dazi sono «quasi definitivi» e che non ci saranno ulteriori negoziati «nei prossimi giorni». Di fronte a quello che l’ex commissario Thierry Breton definisce un «accordo di fatto unilaterale», «politico e non economico», che fa «a pezzi l’ordine internazionale», la Ue ingoia «un’umiliazione» e sembra scivolare nella «vassallizzazione».
L’arma delle ritorsioni non dovrebbe venire usata da Bruxelles: c’è una lista unica che prevede la possibilità di colpire merci Usa per un valore di 94 miliardi, già meno di un terzo dell’assalto di Trump, ma probabilmente oggi ci sarà l’ufficializzazione del ritiro, per non irritare Washington, non c’è una maggioranza tra i 27 per il contrattacco. Anche se il ministro francese degli Affari europei, Benjamin Haddad, ha ancora insistito sulla necessità di usare «la forza», mentre il capo gruppo Ppe, Manfred Weber, chiede una riforma istituzionale.
Ma tra i 27 persiste lo scontro tra chi vuole agire con un cambiamento nelle istituzioni (più semplificazione delle norme, costruzione del mercato dei capitali) e chi propone come priorità una spinta sul libero scambio con altri paesi del mondo, accelerando gli accordi. Breton afferma che la Ue deve ora capire come mai la prima potenza commerciale mondiale – 450 milioni di abitanti – sia arrivata a trovarsi in questa situazione. Perché, afferma l’ex commissario che durante il primo mandato di Ursula von der Leyen si era scontrato sovente con la presidente, «ci saranno altri momenti simili» in futuro.
La debolezza manifestata dalla Ue in questo frangente può spingere la Cina ad agire prendendo Trump a modello, per piegare Bruxelles. La Ue rischia di essere due volte vittima, invasa dall’aumento delle esportazioni che la Cina non riuscirà a destinare negli Usa.
Intanto, in Svizzera c’è stata ieri una riunione d’emergenza del governo, che ha consultato anche le imprese, per mettere a punto una strategia di risposta all’imposizione del 39% di dazi (il 2 aprile Trump aveva evocato il 31%). Berna vuole negoziare «se necessario al di là del 7 agosto, con volontà di presentare un’offerta più attraente».
Finora, la scelta della Svizzera di comprare gli F35 Usa non è servita a far cambiare posizione a Trump. La metà dell’export svizzero è rappresentato dai medicinali, che prima di Trump non erano gravati da tasse.
La Svizzera ha un attivo di 42,8 miliardi di dollari, oltre ai medicinali esporta orologi, macchinari, cioccolato. Ma un’importante fetta dell’attivo dipende dall’oro: la Svizzera ha molte raffinerie, importa lingotti dalla Gran Bretagna per poi fonderli rispettando le norme Usa ed esportarli verso Washinton. Una «finta esportazione» secondo gli svizzeri.
