A un passo dall’accordo sul cessate il fuoco e sulla liberazione degli ostaggi, Israele bombarda la delegazione di Hamas riunita a Doha. È la pietra tombale sul negoziato. Il mondo condanna, ma Netanyahu tira dritto. Nel mirino anche la Global Sumud Flotilla, colpita da un drone in acque tunisine
Stato di terrore Non è chiaro se il raid abbia raggiunto i suoi scopi. Il movimento islamico: i nostri dirigenti sono salvi. Condanne da tutto il mondo
Il momento di un attacco israeliano contro i leader di Hamas a Doha – Getty Images
All’elenco dei fronti di guerra aperti in meno di due anni e dei Paesi mediorientali colpiti dai suoi cacciabombardieri, Israele ha aggiunto ieri anche il Qatar, attaccando l’edificio in cui era riunito o stava per riunirsi il comitato direttivo di Hamas, presieduto dal leader non ufficiale del movimento, Khalil al-Hayya. Un passo eccezionalmente pesante che Benyamin Netanyahu ha compiuto incurante delle gravi conseguenze politiche e diplomatiche che comporterà, consapevole che avrebbe provocato il crollo, quasi certamente definitivo, della possibilità di un accordo di tregua a Gaza e, quindi, del rilascio degli ostaggi israeliani in cambio dei prigionieri politici palestinesi. L’ha capito immediatamente Einav Zangauker, il cui figlio Matan è tra i sequestrati a Gaza. «Potrebbe darsi che in questo preciso momento il primo ministro abbia assassinato il mio Matan, segnando il suo destino» ha scritto in un post su X, esortando a «porre fine a questa guerra e a riportare a casa tutti in un accordo globale».
Netanyahu ha sempre scelto la guerra a un accordo di tregua: una guerra totale, da Gaza all’Iran, per ridisegnare – ha detto più volte – l’intero Medio Oriente. Ieri ha messo in atto la vendetta contro i leader del movimento islamico – quelli ancora vivi, sopravvissuti a precedenti raid aerei a Teheran, Beirut e Gaza – che aveva annunciato nelle ore successive al 7 ottobre 2023, mentre ancora i combattenti di Hamas e i soldati israeliani si affrontavano nei centri abitati intorno a Gaza. Perciò si è assunto la piena responsabilità dell’attacco a Doha.
«L’azione odierna contro i principali capi terroristi di Hamas è stata un’operazione israeliana del tutto indipendente. Israele ha avviato l’iniziativa, Israele l’ha condotta e Israele se ne assume la piena responsabilità». Parole volte a negare il coinvolgimento degli Stati Uniti. Washington inizialmente si è limitata a comunicare di essere stata informata in anticipo del raid; poi la Casa Bianca ha dichiarato che l’attacco non favorisce gli obiettivi né degli Stati Uniti né di Israele, ma che eliminare i leader di Hamas resta «un obiettivo degno di nota».
Tuttavia, è impensabile che Israele non abbia chiesto l’approvazione dell’Amministrazione Trump per un attacco aereo compiuto per la prima volta nella capitale di uno dei principali partner arabi di Washington in Medio Oriente. Un attacco inevitabilmente destinato a generare condanne e reazioni contrarie in tutta la regione e ad affossare il tentativo, reale o presunto, degli Stati Uniti di portare Israele e Hamas alla tregua.
Obiettivo dei cacciabombardieri è stato un edificio in cui era in corso, o stava per cominciare, una riunione di Hamas convocata per fare
il punto dopo il «sì» improvviso di Israele – seguito a un silenzio durato settimane – all’ultima proposta americana per porre fine alla guerra a Gaza. Quel «sì», hanno spiegato i media dello Stato ebraico citando indiscrezioni filtrate dal governo, avrebbe avuto proprio lo scopo di attirare i principali esponenti dell’ufficio politico di Hamas nello stesso luogo, per poi colpirli tutti insieme.
Tra i presenti, secondo il canale saudita Al-Hadath, vi erano figure di spicco come Khalil al-Hayya, capo del consiglio direttivo che guida il movimento dopo le uccisioni lo scorso anno del leader dell’ufficio politico Ismail Haniyeh e del suo successore Yahya Sinwar; Zaher Jabarin, responsabile di Hamas per la Cisgiordania; Khaled Meshaal, ex leader del movimento e attuale responsabile della politica estera; e altri tre importanti dirigenti: Ghazi Hamad, Musa Abu Marzouk e Hussam Badran.
Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz, in un comunicato congiunto, hanno dichiarato di aver dato il via libera all’operazione denominata «Fire Summit» in reazione all’attentato – rivendicato ieri dal braccio armato di Hamas – che lunedì ha provocato sei morti a Gerusalemme e all’assalto di combattenti palestinesi contro un carro armato israeliano nel nord di Gaza, che ha ucciso quattro soldati. «C’era un’opportunità operativa e l’abbiamo colta» hanno affermato, aggiungendo che la leadership di Hamas «porta la responsabilità diretta per il 7 ottobre 2023 e per i successivi attacchi contro Israele e i suoi cittadini». Un’affermazione poco credibile.
Un attacco del genere, a 1.800 km di distanza, non si organizza in poche ore senza valutare con estrema attenzione i rischi operativi. Gli stessi media israeliani hanno riferito che i servizi di sicurezza erano in attesa del rientro dalla Turchia in Qatar di diversi esponenti di Hamas. Con ogni probabilità Netanyahu e i comandi militari e di intelligence valutavano da tempo di colpire Doha, violando quella sorta di immunità garantita al Qatar: da un lato considerato «nemico» da Israele in quanto sponsor di Hamas, dall’altro utile mediatore arabo. Doha ha annunciato ieri la sospensione della sua mediazione, ma al premier israeliano interessa poco o nulla, dato che il suo obiettivo è completare l’occupazione di Gaza City ad ogni costo, anche se nessuno crede che l’offensiva «Carri di Gedeone 2» costringerà Hamas alla resa.
Se Israele abbia effettivamente decapitato la leadership del movimento islamista palestinese a Doha, ieri sera non era chiaro. Fonti arabe e Suhail al-Hindi di Hamas hanno riferito che la delegazione del movimento è sopravvissuta al tentativo di assassinio, ma che nell’attacco hanno perso la vita cinque persone, tra cui il figlio di Khalil al-Hayya e il direttore del suo ufficio. Gli israeliani non si sono sbilanciati. Se ne saprà di più nelle prossime ore o giorni.
Intanto da tutto il mondo arabo, con in testa l’Arabia Saudita («è stata un’aggressione criminale contro uno Stato fratello», ha dichiarato Riyadh), dalla Turchia, dall’Iran, dal Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e da molte altre parti, giungevano ieri dichiarazioni di condanna – a Doha il ministero degli Esteri ha definito l’attacco «un atto codardo e criminale» e «una flagrante violazione del diritto internazionale» – Netanyahu, durante un evento all’ambasciata a Gerusalemme, ha affermato che il raid «chirurgico e di precisione» contro i «selvaggi» leader di Hamas a Doha «può aprire la porta alla fine della guerra a Gaza». Difficile crederlo, soprattutto dopo un’azione del genere. Se davvero l’incursione ha ucciso i dirigenti politici di Hamas, ossia quelli disposti a negoziare, i rapporti di forza all’interno del movimento islamico non potranno che spostarsi a favore dell’ala militare, non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania, che da sempre sostiene che la lotta armata in tutte le sue forme era e resta l’unica resistenza possibile contro Israele e le sue offensive ai danni dei palestinesi.
