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Poco e niente Gli effetti dell'austerità nella legge di bilancio, l'altra faccia della "stabilità" rivendicata dal governo. I Comuni contro la manovra: «Sono a rischio i servizi essenziali per i cittadini»

Antonio Tajani, ministro degli Affari esteri, con il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini sullo sfondo Antonio Tajani, ministro degli Affari esteri, con il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini sullo sfondo – Imagoeconomica

Il giallo è risolto. Il «grand commis» del ministero dell’Economia che, secondo il vicepremier ministro degli esteri Antonio Tajani, «a volte pare decidere per la politica» è un politico. Si chiama Giancarlo Giorgetti, è della Lega, e non è escluso che Tajani lo abbia incontrato spesso in Consiglio dei ministri e a quattrocchi quando ha sostenuto di non sapere che nella legge di bilancio c’era l’aumento della cedolare secca al 26% per chi affitta case su Airbnb, oppure l’aumento della tassazione dei dividendi per le holding come quella della famiglia Berlusconi. Sono norme, decise dal governo, che Forza Italia intende cambiare in parlamento. Almeno sugli affitti dovrebbe essere d’accordo la Lega. Sull’altra, ancora non è molto chiaro.

Tajani finge di non sapere che per finanziare il taglio dell’Irpef e, contemporaneamente rientrare dalla procedura per deficit eccessivo, è necessario fare cassa altrove. Per questo Giorgetti deve trovare i soldi aumentando le tasse su rendite e, in alcuni casi, sui profitti (delle holding, ma per carità non l’Irap alle banche, altro fronte polemico tra Lega e Forza Italia).

Per raggiungere lo scopo che lo rende orgoglioso, quello di «tenere i conti in ordine», il governo Meloni mette in secondo piano gli effetti dei tagli: 7,7 miliardi ai ministeri e 5,4 agli enti locali per sette anni. Lo ha deciso l’anno scorso. La manovra del 2026 proseguirà il «lavoro sporco», ma tutti sembrano lavarsene le mani. È colpa del «grand commis», appunto.

L’intento è chiaro. Anche davanti all’evidenza, la destra parla d’altro, crea fantasmi e dà spettacolo. L’importante è non parlare di austerità che fa rima con la rivendicata «stabilità».

Chi subirà le conseguenze sono i cittadini ai quali sarà garantito sempre meno il rispetto dei servizi essenziali. Lo hanno osservato ieri i comuni dell’Anci secondo i quali la manovra comporterà «pesanti criticità finanziarie» e eroderà la «capacità d’investimento». A Giorgetti hanno chiesto un incontro.

Ieri c’è stata un’altra scazzottata tra Tajani e Salvini causata da uno degli effetti dei tagli al ministero dei trasporti (588 milioni), quello guidato dal leghista colpito un po’ meno delle Finanze di Giorgetti (627 milioni). È previsto il «definanziamento» di 50 milioni per la metro C di Roma, di 15 per la M4 di Milano, di 15 per il collegamento tra Afragola e per la metro di Napoli. Saranno tagliati altri 13 milioni al fondo per la mobilità sostenibile. Non è solo un colpo alle «grandi opere» multimiliardarie che cambiano il volto alle grandi città, ma anche alla qualità della vita. In fondo è coerente con l’attacco al «Green Deal» sferrato dalle destre.

Meno smog e meno emissioni, più cemento. Ma non autostrade. Quella tirrenica, ad esempio, sarà tagliata di 80 milioni nel 2026, con il risultato che la previsione di 81 milioni si riduce a un solo milione. Persino l’Olimpiade Milano-Cortina, miniera d’affari, è stata toccata: meno un milione. Nei complicati giri contabili potrebbe essere una parte dell’aumento della tassa di soggiorno a rifinanziarla.

«Salvini si occupi dei tagli alla metro C di Roma – ha aggiunto Tajani – Il ministro responsabile è lui, mi auguro che segua l’argomento. Ne parli con Giorgetti». In realtà, Salvini deve avere parlato tempestivamente con il ministro dell’economia che fa parte del suo partito. L’altro vicepremier ha detto ieri di averlo fatto per il «suo» Ponte di Messina. «Gli stanziamenti sono già nel cassetto – ha osservato – Se avessi dovuto aspettare questa legge di Bilancio il Ponte lo faccio a casa mia, alla Camilluccia». Straordinaria è la confessione di Salvini. Illumina sia la politica economica del governo, sia il cinico uso degli interessi elettorali a dispetto degli altri partiti della coalizione.

Più che soffermarsi sui litigi sulla manovra che dureranno fino a Natale, è interessante il problema che li sta generando. Lo ha chiarito ieri il sottosegretario leghista al lavoro Claudio Durigon che ha invitato Tajani a chiedere informazioni in Consiglio dei ministri per evitare brutte figure. Giorgetti ha sostenuto, già l’anno scorso, che la nuova austerità consiste, in primo luogo, nello spostare a tempi migliori i finanziamenti. Nel caso delle metro di Roma, Milano o Napoli al 2029 e al 2030. Dunque, a parere di Durigon, si tratterebbe di una «riprogrammazione» dei fondi. A discolpa di Tajani va detto che è difficile comprendere la differenza dalle tabelle inserite nell’allegato VI della manovra. Ma, allo stesso tempo, va ricordato che, pur rinviati a tempi migliori (in linea teorica), non spendere decine di milioni oggi significa tagliare le risorse e fermare i lavori.

L’ironico suggerimento di Durigon a Tajani ha comunque un valore. Se non capisci, chiedi. Il problema è la politica imposta dal governo, cioè le sue cause e i suoi esiti. Sono in pochi a spiegarli ai cittadini. Battute di Giorgetti a parte, s’intende. La sua ironia, talvolta, è difficile da capire.