Palestina L'allarme dell'Oms. Israele frena i camion umanitari e blocca i prodotti salvavita. Nuovo rapporto della Relatrice speciale Onu, Francesca Albanese: genocidio crimine globale, coinvolti almeno 63 paesi
Una cucina comunitaria a Gaza City – Ap/Abdel Kareem Hana
Gaza ha ancora fame. La sintesi più secca l’ha data ieri l’Organizzazione mondiale della Sanità, a quasi due settimane dalla firma del cessate il fuoco e a un giorno dall’intervento della Corte internazionale di Giustizia che ordina a Israele di far entrare aiuti umanitari e collaborare con l’Onu: «La situazione resta catastrofica perché non entra abbastanza – ha detto il capo dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus – Non si registra una riduzione della fame perché non c’è abbastanza cibo».
LA RAGIONE, continua l’Oms, sta nel numero insufficiente di camion, una media di 200 al giorno contro i 600 stabiliti dagli accordi di Sharm el Sheikh. Israele continua a impedire un flusso significativo di aiuti che si aggiunge a una devastazione tale da rendere complessa una distribuzione continua e dignitosa.
I limiti imposti alle Nazioni unite si sommano a quelli che legano le mani alle grandi organizzazioni non governative, da Medici senza Frontiere a Oxfam, tra le 41 ong che hanno denunciato i ripetuti rifiuti israeliani alle loro richieste di far entrare a Gaza cibo, acqua, tende, strumenti medici. «Gli aiuti sono impacchettati, gli staff sono equipaggianti e pronti a intervenire. Quello che ci serve ora è l’accesso», si legge nell’appello congiunto, dove si trova anche l’elenco dei prodotti che Tel Aviv continua a vietare, tra cui tende, materassi, coperte, kit igienici, abiti per bambini.
Fino al paradosso: ai camion commerciali, gestiti da privati che rivendono i beni sul poverissimo mercato gazawi, è permesso far entrare la soda, ma alle organizzazioni umanitarie è impedito portare olive e verdure, fondamentali a un adeguato apporto nutrizionale.
È ANCHE COSÌ che l’offensiva prosegue, accordo o non accordo. E prosegue con il fuoco che, seppur con intensità decisamente minore, non lascia scampo: ieri un drone israeliano ha ucciso un palestinese a Bani Suhaila, a Khan Younis, mentre trentadue corpi venivano estratti dalle macerie lasciate dai raid dei mesi precedenti. Secondo le stime, sarebbero almeno diecimila i palestinesi dispersi sotto il cemento delle case o letteralmente evaporati nelle esplosioni.
Dopo lo scandalo della Gaza Humanitarian Foundation, gli Stati uniti starebbe valutando una nuova proposta di distribuzione degli aiuti, riporta la Reuters: 12 o 16 centri umanitari lungo la cosiddetta linea gialla, che spezza in due Gaza da nord a sud, che non consegneranno solo cibo ma fungerebbero da «strutture di riconciliazione volontaria» (sic) dove i combattenti palestinesi otterrebbero l’amnistia in cambio delle armi in loro possesso. L’operazione potrebbe essere affidata a paesi arabi (Emirati e Marocco) e a un’organizzazione evangelica vicina a Trump, la Samaritan’s Purse. Tutto, insomma, fuorché l’Onu.
Una politica deliberata di devastazione messa in atto da Israele, ma possibile solo grazie a una vasta rete di complicità: è il contenuto dell’ultimo rapporto della relatrice speciale Onu per i Territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, dal titolo «Gaza Genocide: a collective crime».
Ventiquattro pagine che ricostruiscono i legami militari, commerciali e diplomatici e l’uso degli aiuti come arma di guerra di almeno 63 paesi del mondo: fornitura di armi e tecnologie militari indispensabili ai massacri (Stati uniti, Germania e Italia in prima fila); condivisione di informazione di intelligence; blocco dei finanziamenti all’agenzia Unrwa; cooperazione commerciale e di ricerca; ma anche la mancata tutela del diritto internazionale (nessun embargo, nessuna sanzione, nessuna rottura dei rapporti diplomatici) e l’adesione acritica alla narrazione israeliana.
«INCORNICIATA da narrazioni coloniali che disumanizzano i palestinesi, questa atrocità trasmessa in diretta streaming è stata facilitata dal sostegno diretto di Stati terzi, aiuti materiali, protezione diplomatica e, in alcuni casi, partecipazione attiva – si legge nel rapporto – Il genocidio in corso dei palestinesi deve essere inteso come un crimine promosso a livello internazionale. Molti Stati, principalmente occidentali, hanno facilitato, legittimato e infine normalizzato la campagna genocida perpetrata da Israele», facendo eco alla narrativa israeliana di una battaglia tra civiltà e barbarie. La lista è lunga, dagli Usa al Canada, dalla Cina all’Australia fino all’Europa, come lunga è la lista dei principi del diritto internazionale, dei trattati e della carte calpestati negli ultimi ventiquattro mesi. Non solo da Israele.
