Terra rimossa Gli Usa sarebbero al lavoro per emarginare Tel Aviv e coinvolgere le agenzie evangeliche
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Corpi di palestinesi non identificati restituiti da Israele e giunti all’ospedale Nasser di Khan Younis – foto Ap
Le strategie di gestione e di controllo della Striscia di Gaza dettate dagli Stati uniti non si distanziano in maniera significativa dai piani israeliani. Tuttavia, negli ultimi giorni le dichiarazioni ufficiali sembrano voler interpretare una disarmonia di intenzioni.
SECONDO LE FONTI di The Washington Post, il Centro di coordinamento civile-militare (Cmmc) inaugurato dagli Stati uniti a Kiryat Gat, in Israele, starebbe elaborando nuove strategie per gestire Gaza. Progetti che terrebbero ai margini Tel Aviv. La direzione dell’agenzia è definita da alcuni partecipanti come «caotica e confusionaria». Il presidente Donald Trump sta tentando di ottenere un mandato dalle Nazioni unite affinché gli si riconosca ufficialmente controllo e gestione di Gaza. Nonostante gli Stati uniti abbiano mortificato in tutti i modi l’Onu in quanto istituzione, mettendo in discussione la sua indipendenza e accusando le agenzie di «terrorismo pro-Hamas», oggi Trump si rivolge proprio alle Nazioni unite in cerca di legittimazione.
È UN PASSAGGIO che hanno preteso, in coro, quasi tutti i Paesi arabi coinvolti nella forza internazionale di stabilizzazione (Isf), quella che dovrà controllare la Striscia, assicurare il disarmo di Hamas e la distruzione delle sue infrastrutture. Tutto sempre sotto il controllo diretto di Trump e del suo «Board of Peace».
Attualmente Washington starebbe valutando la gestione degli aiuti umanitari, che vorrebbe centralizzare, ridimensionando in parte il ruolo di Tel Aviv. Le fonti americane starebbero tracciando una linea di confine tra le proprie competenze e quelle dell’alleato: gli israeliani fanno ancora «parte del discorso» ma le decisioni saranno prese dell’organismo a guida statunitense, ha dichiarato un funzionario Usa, in condizione di anonimato, al Washington Post. La misura comporterebbe un ridimensionamento del ruolo di Israele nelle decisioni riguardanti la tipologia e l’ingresso dei soccorsi a Gaza. Del Cmmc farebbero parte 40 tra Paesi e organizzazioni internazionali, tra cui agenzie che conoscono la situazione umanitaria della Striscia e che hanno denunciato le limitazioni israeliane e quelle del «dual use». Tel Aviv non sembra essere d’accordo con Washington: «Va sottolineato che questo non costituisce un trasferimento di autorità o responsabilità agli americani», hanno dichiarato funzionari israeliani, spiegando che non c’è stato «nessun cambiamento nella politica», e che l’ispezione, gli articoli a «doppio uso», e l’ingresso degli aiuti «saranno effettuati esclusivamente da organizzazioni internazionali approvate da Israele».
MA È PROBABILE che questa diatriba sia in realtà solo un «teatrino» per ottenere l’avallo Onu: gli Stati uniti si mostrano collaborativi sulla gestione degli aiuti umanitari e Israele interpreta la parte offesa. È chiaro però che gli interessi dei due alleati viaggiano sullo stesso binario. Gli Usa hanno già dichiarato che intendono affiancare all’Onu agenzie evangeliche come la Samaritan’s Purse, amministrazioni simili alla Ghf, la fondazione israelo-statunitense che ha trasformato in trappole letali la fornitura degli aiuti umanitari.
Siamo quasi a un mese dall’inizio del cessate il fuoco e si discute ancora di cosa dovrebbe entrare a Gaza. La popolazione, intanto, continua a morire di stenti, di malattie e di bombe. L’Organizzazione mondiale della sanità ha chiesto di nuovo di garantire un corridoio umanitario per i feriti e i malati gravi che necessitano di cure che non possono ricevere nella Striscia. È l’ennesimo appello affinché venga aperto a tutta le evacuazioni mediche il valico di Rafah. Secondo l’Onu circa 16.500 attendono di essere trasportate e curate all’estero.
L’ESERCITO HA DICHIARATO di aver aperto il fuoco contro due persone che avrebbero superato la «linea gialla» al nord, una nel sud. Almeno due sono rimaste uccise. Sempre ieri, un bambino palestinese è rimasto ucciso da un ordigno inesploso sganciato dai velivoli israeliani nella Striscia. Intanto, Hamas ha dichiarato di aver recuperato il corpo di Hadar Goldin, il militare israeliano ucciso e rapito nel 2014. La consegna dei resti potrebbe salvare la vita a circa 200 combattenti bloccati nei tunnel nei pressi di Rafah.
