Clima Stati uniti assenti, la fragile Ue rappresenta da sola il Nord globale Pechino, grande inquinatore, colma il vuoto a suon di pannelli solari
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L’ingresso alla Cop30 di Belém, in Brasile
È iniziata la trentesima conferenza dell’Onu sul clima, la Cop30 di Belém, in Brasile. Nel Paese della Foresta amazzonica, là dove tutto era cominciato, come ha ricordato il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva durante la cerimonia di apertura: «Nel 1992, al Vertice della Terra di Rio, i leader mondiali si riunirono per discutere di sviluppo e tutela dell’ambiente. Allora il multilateralismo viveva la sua stagione più alta».
I NEGOZIATI DI BELÉM cominciano però con un’assenza pesante: è la prima volta che gli Stati uniti rinunciano del tutto a un ruolo nei colloqui sul clima. Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, ha definito la crisi climatica «una truffa» e ha rilanciato un’agenda energetica devota ai combustibili fossili. «Meglio nessun coinvolgimento che un sabotaggio», ha commentato un diplomatico europeo, ricordando come nei mesi scorsi Washington abbia ostacolato la proposta di una tassa sulle emissioni del trasporto marittimo.
Eppure gli Stati uniti restano il secondo emettitore mondiale di gas serra, dopo la Cina. E, non solo si sono sfilati dai negoziati, ma risultano anche i principali contributori morosi al bilancio dell’Unfccc, l’organismo dell’Onu che coordina l’attuazione degli accordi sul clima, con quasi otto milioni di dollari di arretrati su un bilancio annuale complessivo di 43 milioni. È l’ennesimo segnale di una strategia di disimpegno che, come sottolineato dall’ex negoziatore Usa, Todd Stern, «ha portato la politica climatica americana al punto più basso di sempre».
L’ASSENZA DI WASHINGTON costringe l’Unione europea a rappresentare da sola il Nord globale, ma anche Bruxelles arriva a Belém indebolita: gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2035 sono stati ammorbiditi e la transizione verde rallentata, con le destre che spingono per smantellare qualsiasi politica ambientale. Tra i Paesi più restii alla decarbonizzazione c’è l’Italia. Il ministro Gilberto Pichetto Fratin, assente a Belém ma collegato da Roma per parlare di Cop30, ha detto che «sul clima non sono ammessi passi indietro». Eppure, se nel 2024 l’Italia ha aumentato i contributi alla finanza internazionale per il clima, la quota di fondi a fondo perduto si è dimezzata, mentre sono raddoppiati i prestiti, che, se non regolati in modo adeguato, potrebbero aggravare la crisi del debito nei Paesi più vulnerabili. L’Italia, inoltre, non ha ancora stanziato i 300 milioni destinati al Green Climate Fund e i 100 milioni al Fondo per perdite e danni annunciati alla Cop28.
E mentre l’Occidente arretra, Pechino colma il vuoto. La Cina produce e installa energia pulita più di chiunque altro ed è il primo produttore mondiale di pannelli solari e tecnologie a basse emissioni. Secondo i dati ufficiali, deve ancora versare circa due milioni di euro di contributi arretrati all’Unfccc, ma guida di fatto la transizione globale. Xi Jinping non è a Belém, ma il suo governo ha presentato in extremis i nuovi piani climatici: Pechino si impegna a ridurre le emissioni del 7-10% entro il 2035, meno del necessario ma con risultati tangibili. Oltre la metà della capacità elettrica cinese è già rinnovabile e metà delle nuove auto vendute sono elettriche. «La riduzione dell’entusiasmo del Nord mostra che il Sud si sta muovendo», ha dichiarato André Corrêa do Lago, diplomatico e presidente di Cop30. «La Cina offre soluzioni per tutti, non solo per sé stessa».
SOTTO LA PRESIDENZA brasiliana, la trentesima Cop dovrà sciogliere i nodi rimasti irrisolti nei precedenti vertici. L’obiettivo è definire regole e meccanismi concreti per trasformare gli impegni in azione. Il successo di Belém si misurerà dunque sulla capacità di ridurre due divari ancora ampi: quello tra le ambizioni dichiarate e le emissioni reali, e quello tra gli impegni finanziari e i fondi effettivamente versati.
Sul fronte delle emissioni, per allinearsi all’obiettivo dell’Accordo di Parigi serve una riduzione annuale del 55% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019. Eppure solo trenta Stati e l’Unione europea hanno reso vincolanti per legge gli obiettivi di neutralità climatica, che coprono appena il 17,7% delle emissioni globali.
SUL VERSANTE dei finanziamenti, il segretario esecutivo dell’Unfccc Simon Stiell ha ribadito che «i piani senza fondi non possono funzionare». Il programma Baku to Belém Roadmap, elaborato nell’ambito della Cop29 per rafforzare e coordinare il flusso della finanza climatica, dovrebbe portare i finanziamenti globali da 300 miliardi a 1,3 trilioni di dollari entro il 2035, ma resta privo di meccanismi vincolanti. In questo negoziato saranno inoltre definite le regole operative del Fondo per perdite e danni, che dovrà consentire ai Paesi più colpiti dagli impatti climatici di presentare le prime richieste di risarcimento. «Non è carità, è investimento in stabilità e prosperità», ha sottolineato Stiell.
