All’Europarlamento la maggioranza Ursula va in frantumi, i popolari votano con tutte le destre, anche le più estreme, per smantellare un altro tassello del Green deal. Non è la prima volta, ma non era mai successo per un atto legislativo. Socialisti sotto shock
Black deal Al Parlamento Ue i popolari votano con l’estrema destra e affossano la sostenibilità per le imprese
Il Partito popolare europeo vota con l’estrema destra, spaccando la maggioranza Ursula. I socialisti protestano ma non vanno alla rottura, mentre i popolari, a cose fatte, gettano acqua sul fuoco. L’intesa a destra si consuma sul passaggio parlamentare delle leggi sulla responsabilità e rendicontazione delle multinazionali (o due diligence): due direttive concepite per la tutela ambientale e dei diritti dei lavoratori che la Commissione ha proposto di semplificare attraverso il primo dei cosiddetti provvedimenti Omnibus. L’Eurocamera ha approvato con 382 voti a favore, 249 contrari e 13 astenuti. Ai voti del Ppe si è unito quello del gruppo Ecr, guidato da FdI, e dei Patrioti, di cui fanno parte gli eurodeputati della Lega oltre a quelli di Le Pen e Orbán, con il supporto anche del gruppo delle nazioni sovrane (Esn), costruito intorno alla tedesca Afd.
È la prima volta che un file legislativo viene approvato dal Parlamento con l’appoggio della coalizione alternativa sbilanciata a destra. Finora la cosiddetta «maggioranza Venezuela» si era materializzata per approvare mozioni, ovvero atti di indirizzo ma non vincolanti. Questa invece è tutta un’altra storia.
I REGOLAMENTI ambientali escono enormemente depotenziati dal passaggio in aula. Su vari punti l’asticella del controllo si è ulteriormente abbassata. La direttiva si applicherà ora solo alle aziende con oltre 5.000 dipendenti e con un fatturato netto superiore a 1,5 miliardi, via l’obbligo per le imprese di richiedere informazioni sulla sostenibilità della filiera alle aziende partner, via anche la richiesta alle imprese di preparare un piano di business compatibile con gli obiettivi climatici stabiliti dagli accordi di Parigi. Il leader Ppe Manfred Weber legge il risultato come «il giorno della fine della burocrazia europea» e con lui presidente Ecr Nicola Procaccini esulta per il «ritorno del buonsenso».
La due diligence era già stata oggetto di scontro politico in commissione parlamentare Ambiente. Il compromesso al ribasso, raggiunto un mese fa aveva portato alle dimissioni della relatrice S&D, la laburista olandese Lara Wolters, segnale del costante disagio dei progressisti, tenuti sotto scacco dalla minaccia Ppe di formare una maggioranza alternativa con l’estrema destra. Quel compromesso così tormentato non ha però retto la prova dell’aula lo scorso 22 ottobre. Ma la bocciatura, salutata come un sussulto di onorabilità ecologista da parte degli eurodeputati di sinistra, ha aperto le porte al risultato di ieri, rivelandosi una vittoria di Pirro.
Non infierisce, anzi minimizza, l’eurodeputato svedese Joergen Warbom, responsabile per il Ppe del dossier semplificazione. Assicura di voler tornare a collaborare con gli altri partiti della cosiddetta piattaforma (composta, oltre ai popolari, da S&D e Renew). Poi relega l’accaduto a una mera necessità, notando che «se non è possibile raggiungere una maggioranza, in qualche modo dobbiamo trovarla».
È VERO CHE su un altro voto chiave di ieri, quello sulla Legge clima e i target di riduzione delle emissioni del 90% al 2040, ha retto l’accordo sulla
Parlamentoproposta della Commissione, già riveduta e corretta al minimo delle ambizioni dal Consiglio Ue, in rappresentanza dei governi dei 27. Però la maggioranza tiene solo su questo provvedimento, per ora, e anche a fatica perché il Ppe si spacca, compresa la delegazione italiana, cioè FI. Al contrario, l’unità d’intenti bipartisan contro l’architettura e i tagli previsti nel nuovo bilancio pluriennale europeo 2028-34 si è infranta all’istante. Al primo cenno di concessioni, accordate da Von der Leyen in materia di fondi alle lobby agricole, il Ppe si è detto soddisfatto, lasciando da soli i socialisti.
«CI RIFIUTIAMO di fungere da foglia di fico per un programma di estrema destra che si nasconde dietro la cortina fumogena degli emendamenti del Ppe», commenta amaro l’eurodeputato tedesco René Repasi, caponegoziatore sulla due diligence per il gruppo S&D. Così spiega la bocciatura compatta del testo finale da parte dei socialisti e di tutta la sinistra. Ma la condanna, per quanto netta, rimane comunque circostanziata. Pur avendo chiaro che il malessere all’interno di un gruppo come S&D, difficilmente governabile, continuerà a crescere, Repasi non sembra convinto che la maggioranza Ursula sia arrivata al capolinea. «Se avessi avuto un altro negoziatore Ppe nella commissione giuridica, magari non uno abituato a maggioranze con l’estrema destra, sono sicuro che il risultato sarebbe stato diverso», confida al manifesto che lo ha intercettato nel Transatlantico dell’Eurocamera a Bruxelles. «In altre commissioni, popolari e socialisti lavorano molto bene insieme. E tanti nel Ppe detestano collaborare con l’estrema destra».
