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L'incontro I leader di Pd e Cgil ospiti di D’Alema alla Camera, ma non c’è intesa. L’ex premier: «Ora un manifesto delle opposizioni». «Mamdani ha vinto perché ha recuperato gli elettori ai margini del sistema»

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Schlein, Landini e D'Alema alla Camera Schlein, Landini e D'Alema alla Camera

Landini-Schlein, parte seconda. Dopo l’incontro al Nazareno di martedì sulla manovra, in cui il leader Cgil ha rilanciato la sua proposta di una tassa all’1,3% sui patrimoni sopra i 2 milioni (la leader Pd ha preso nota con una certa freddezza), ieri Landini è tornato alla carica. Occasione: la presentazione al gruppo Pd della Camera dell’ultimo numero della rivista Italianieuropei di Massimo D’Alema dedicato al lavoro, presenti anche Schlein, l’ex commissario Ue Nicolas Schmit e Cecilia Guerra.

 IL LEADER CGIL HA PRESO ad esempio il caso della Spagna di Pedro Sanchez, un faro per Schlein sui temi del lavoro, e ha incalzato: «Oggi c’è un livello di distribuzione della ricchezza a danno di chi lavora che non ha precedenti. Per cambiare questa situazione bisogna cambiare anche un sistema fiscale che non fa altro che favorire questo processo. In Spagna stanno facendo qualcosa di sinistra, è stata introdotta una forma di tassazione delle grandi ricchezze. Si può continuare a non fare i conti con questa situazione paradossale, in cui un lavoratore dipendente paga più tasse sul proprio stipendio di quante ne paga il datore sui profitti?».

Il segretario Cgil non si impicca a una proposta specifica, in questo caso quella della Cgil, ma chiede che «la progressività riguardi tutte le forme di reddito, non solo quelli da lavoro, come dice la Costituzione. Discutiamo delle forme, ma non facciamo finta che questo non sia un problema centrale. Altrimenti come si può pensare che le persone che non votano più possano credere che tu sei meglio di qualcun altro?».

IL MESSAGGIO SEMBRA diretto proprio a Schlein (seduta al suo fianco), che cita ancora una volta il governo Sanchez sulle misure per ridurre la precarietà, dal salario minimo alla legge sulla rappresentanza, e attacca Meloni sulla manovra: «La premier si offende, ma l’intervento tanto decantato dal governo a favore del ceto medio avvanteggerà la fascia più ricca, tra i 50mila e i 200mila euro». Ma sulle grandi ricchezze non raccoglie. Nei giorni scorsi la segretaria aveva aperto all’ipotesi di alzare le tasse sulle rendite finanziarie. E in casa dem si conferma che si sta lavorando a una proposta in questa direzione, dunque più progressiva anche per i redditi non da lavoro. Così come all’idea, ancora molto nebulosa, di una tassa europea sui super miliardari. Ma guai a parlare di patrimoniale.

D’ALEMA, DA BUON padrone di casa, non si è sbilanciato nel duello tra Schlein e Landini: «No comment». Ha però lanciato alcuni suggerimenti. Primo: «L’egemonia di un partito dentro la coalizione ha un valore relativo. La logica del sistema elettorale è che si vince o si perde tutti insieme». Ai suoi tempi, con leader come Romano Prodi e Walter Veltroni, lui ha duellato parecchio. Ora però invita alla pace tra i capi del campo largo. E li sollecita ad allargare la discussione sul programma di alternativa: «C’è una parte importante del mondo della cultura che è pronto a dare un contributo e che dovrebbe essere chiamata in modo più esplicito».

Cita il libro dell’economista Emanuele Felice, “Manifesto per un’altra economia e un’altra politica” (Feltrinelli), e lancia la sfida: «Un manifesto-programma fondamentale dell’opposizione secondo me è una questione molto interessante». Nel libro, ricorda D’Alema, si racconta come «l’indice di Gini, che misura le disuguaglianze, sia cresciuto dagli anni Sessanta a oggi ed esploso dopo il 2008. Solo in due momenti la tendenza si è invertita: alla fine degli anni 70 e nel ’98, come effetto delle politiche dell’Ulivo». «Alcune, come quelle sulla flessibilità, sono state sbagliate, ma abbiamo investito nel mezzogiorno, nella scuola e nella sanità pubblica, riducendo di 24 punti il divario tra debito e Pil: si può conciliare una politica di rigore con la riduzione delle diseguaglianze».

NESSUNA RICHIESTA di tornare ai tempi dell’Ulivo, dice D’Alema ai cronisti. E cita Mamdani: «La sua vittoria è stata determinata dalla capacità di mobilitare una parte di popolazione ai margini del sistema democratico, che non credeva più nella politica. Un messaggio di speranza: in Italia nelle fasce più deboli l’astensione arriva al 70%, dunque per vincere bisogna rimotivare queste persone». «Il nucleo dei nostri valori corrisponde alle esigenze reali del paese», ha aggiunto l’ex premier. «Con la destra c’è il declino dell’Italia: con i confini chiusi tra 50 anni saremo un paese con 40 milioni di abitanti e un’età media di 62 anni. Questo significherebbe la fine del sistema economico e del welfare».