Terra rimossa La comunità di Jabal al-Baba in Cisgiordania è al centro della «Strada della sovranità» e del progetto E1. Non è l’unica: 7mila palestinesi a rischio espulsione. Demolizioni e aggressioni contro la “montagna del papa”. Che resiste con la creatività: «Ci narrano come nomadi, con uno stile di vita disorganizzato. Ma noi siamo parte di questa terra: aliena è l'occupazione»
La comunità di Jabal al-Baba, sullo sfondo la cittadina palestinese di Al-Eizariya
Pochi minuti di pioggia bastano a dissolvere la sabbia giallastra che riempie l’aria ma non il barbecue del venerdì. Un gruppo di ragazze e ragazzi spingono le griglie sotto la grande tenda comunitaria, nel parco pubblico di Jabal al-Baba. Il pranzo è salvo.
Per un caso della vita, o dell’occupazione, il villaggio beduino palestinese – 80 famiglie, 430 anime, tremila tra pecore, capre e galline – è finito al cuore di due opposte rivendicazioni: lo stato di Palestina e il progetto israeliano E1. Il centro fisico, geografico, del tentativo di Israele di cancellare ogni possibile aspirazione statuale è qui, tra i pini della Montagna del Papa.
SI CHIAMA così, Jabal al-Baba: la terra è proprietà del Vaticano e gli abitanti hanno pensato bene di scriverlo in inglese, arabo ed ebraico all’ingresso sperando potesse fare da disincentivo agli ordini di demolizione o ai bastoni dei coloni. Non funziona.

Dentro il parco la comunità ha costruito un asilo, un centro delle donne, una clinica e un ufficio. Le autorità israeliane, negli anni, hanno demolito tutto, più volte. Il centro delle donne batte ogni record: cinque demolizioni, cinque ricostruzioni. Accanto al parco, tra pietre e arbusti, sorgono le abitazioni: tende per lo più, qualche caravan. Nei cortili di ognuna stanno le piccole stalle per gli animali.
Se si allarga lo sguardo, si vede altro, si capisce che cosa significa stare al centro. A ovest c’è Gerusalemme, si intravede fino al Monte degli Olivi. A est c’è Ma’ale Adumim, la più grande colonia israeliana in territorio cisgiordano occupato. A sud c’è la cittadina palestinese di Al-Eizariya, il cui nome ricorda ancora cosa sarebbe successo qua due millenni fa: Gesù ha ridato la vita a un morto, Lazzaro. Tutto intorno c’è il muro, una barriera senza soluzione di continuità che circonda quasi completamente Jabal al-Baba.
C’è una cosa che non si vede ancora, se non nelle mappe che le organizzazioni israeliane per i diritti umani hanno fornito alla comunità: il percorso della «Fabric of Life Road», meglio nota negli uffici dell’amministrazione di Tel Aviv come «via della sovranità»: una nuova strada solo per palestinesi che gli “permetterà” di muoversi tra il sud e il nord della Cisgiordania senza interferire con il grande piano, il progetto E1. Quello che collegherà Gerusalemme a Ma’ale Adumim con una cintura di colonie e spezzerà in due, definitivamente, la Cisgiordania.

AI PALESTINESI resterà una linea di asfalto, che non è detto si faccia anche se è stata approvata dal gabinetto israeliano nel marzo scorso, con un budget di 335 milioni di shekel, circa 90 milioni di euro. L’idea non è affatto nuova, non l’ha partorita l’ultradestra di Ben Gvir e Smotrich: risale al 2020 e a Naftali Bennett, allora ministro della difesa.
L’obiettivo, dopotutto, non cambia mai e con la «via della sovranità» certificherebbe l’annessione del 3% della Cisgiordania e renderebbe ancora più plastica l’apartheid, con strade separate a seconda dell’etnia.
«Se si farà – ci dice Atallah al-Jahalin, leader della comunità – dividerà Jabal al-Baba da Al-Eizariya, isolandoci del tutto». È seduto nel suo ufficio, di fronte a un grande schermo collegato con le telecamere installate intorno al villaggio: servono a controllare chi arriva. Coloni o soldati.
La separazione dalla cittadina vicina è quasi la prospettiva “migliore”: significherebbe che le 80 famiglie beduine sono rimaste nelle proprie terre. «Il progetto E1 prevede altro: la rimozione forzata di circa 7mila beduini, per un totale di 22 comunità, e la confisca di 12mila dunam di terre. Così uniranno Gerusalemme alla colonia più grande e spezzeranno in due la Cisgiordania».
UNA STORIA che giunge da lontano, dal 1948, con la Nakba e l’espulsione di massa dei palestinesi, beduini compresi. «Il motivo è semplice: metà della Palestina storica è deserto, terra beduina – ci spiega Wissam Salah Aldeek, dell’associazione palestinese Bedouins without Borders – Israele ha sempre raccontato il deserto come un luogo vuoto, disabitato. Non era così». In Naqab vivevano 140mila persone, ne furono cacciate 100mila.
«Oggi – continua Aldeek – i beduini palestinesi rimasti sono 1,5 milioni tra Naqab, Cisgiordania e Gaza. Altri 1,5 milioni in diaspora. Non si tratta di piccole comunità isolate, marginali, ma di una parte fondamentale di questa società, la sua componente pastorale. Ci narrano come dei nomadi, non lo siamo: i beduini sono stanziali, si spostano all’interno delle proprie terre a seconda delle stagioni, ma non le lasciano mai. Lo stesso stile di vita dai tuareg in Marocco alle montagne houthi in Yemen».
Dal 1967 in poi anche le nuove terre di rifugio sono state prese di mira: «Israele ha confiscato terre a favore di campi militari e insediamenti – continua al-Jahalin – Ha preso il controllo delle risorse d’acqua per rifornire Ma’ale Adumim, ci ha arrestato e ci ha sparato addosso. A me due volte, al collo e all’addome. Mi ha tenuto prigioniero per cinque anni. L’ultimo martire lo abbiamo pianto poco dopo il 7 ottobre: Mohannad Mazara, aveva 21 anni».
AD AGOSTO i soldati si sono presentati con l’ordine di sgombero, «di solito sono ordini di demolizione, stavolta ci hanno intimato direttamente di andarcene». Gli hanno dato 60 giorni di tempo per adeguarsi. Le famiglie sono rimaste ma le aggressioni dei coloni e le violenze dell’esercito sono costanti. Due notti fa l’esercito ha invaso Jabal al-Baba, sono scoppiati scontri, quattro feriti. Poche settimane prima alle 4 del mattino si è infilato nell’abitazione di Atallah: «Hanno distrutto tutto».

Prima del 7 ottobre, Jabal al-Baba aveva risposto con la creatività. Presentandosi con gruppi di ragazzini in divisa da calcio ai cancelli di Ma’ale Adumim chiedendo di usare il campetto, «dopotutto quella è terra nostra…ovviamente non ci hanno fatto entrare». O lanciando in aria centinaia di palloncini con i colori della bandiera palestinese, «così hanno invaso anche il cielo sopra le colonie, non potevano non vederli». O scrivendo sulla collina “Resteremo” con le pietre bianche: «La notte sono arrivati i soldati e hanno rimosso tutto, ma abbiamo le foto e i video», scherza al-Jahalin.
«QUANDO ISRAELE prende di mira una comunità – conclude Aldeek – potreste pensare che si tratti di qualche manciata di famiglie, qualcosa di marginale. Non lo è: si tratta di grandi appezzamenti di terra, di centinaia di migliaia di persone e di un pezzo fondamentale e storico del popolo palestinese».
E come il resto del popolo palestinese i beduini subiscono le stesse politiche di espulsione: «Nel 2000 ci hanno circondato con il muro e dal 2009 a oggi hanno demolito cento strutture, alcune più volte – dice al-Jahalin – Eppure siamo ancora qui. Israele dice che il nostro stile di vita non è organizzato, che non siamo una vera comunità. Ma noi siamo parte della società palestinese, siamo legati alla terra. Non siamo noi la realtà aliena su queste terre: lo sono le colonie, aliena è l’occupazione».
