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Riforma legge elettorale Meloni vorrebbe abolire i collegi uninominali

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Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani, foto Imagoeconomica 

Le ripercussioni della prova elettorale sulla destra arrivano subito e proprio dove la destra ha vinto, nel Veneto, e prima di tutto nel partito trionfante, la Lega. Luca Zaia registra circa 220 mila preferenze: un diluvio. Impossibile immaginare che un simile successo personale, del resto prezioso per Salvini, rimanga senza conseguenze. «Resto nel Consiglio regionale, a disposizione di Stefani», si schermisce il doge ma il cerchio stretto che lo affianca fa intuire che non gli dispiacerebbe se il riconoscimento dei suoi meriti si traducesse in presidenza onoraria del Consiglio regionale. In ogni caso la permanenza nel Consiglio non modifica la mutazione del suo ruolo: sinora Zaia si è considerato un amministratore. Ora è e vuole essere un politico.

COME POLITICO la prima mossa è una sorta di benservito a Vannacci che al partito del nord non è mai piaciuto: «Vannacci non è mai stato il mio punto di riferimento e il voto la dice lunga su da che parte si deve andare». Da quella opposta all’orizzonte nazionalista e parafascista che piace al generale. Ma il messaggio è implicitamente rivolto anche a Salvini che nella stessa direzione, pur con richiami nostalgici meno pronunciati, voleva indirizzare la Lega.

Il signore del Veneto assicura di non aver alcuna intenzione di dar vita a una corrente interna alla Lega: «Le correnti sono l’inizio della distruzione dei partiti». Sembra un segnale rassicurante per il capo. Non lo è. L’idea che Zaia ha in mente, e che non è solo sua ma discussa, concordata e coordinata con gli altri governatori delle regioni del nord, è più ambiziosa: trasformare la Lega in un partito federale, una federazione di leghe locali unite ma anche dotate di ampia autonomia. Questo è l’obiettivo della proposta lanciata a Pontida di una Lega modellata sulla federazione Cdu-Csu, ripresa ora con possibilità di pressione moltiplicata: «Il paese sta cambiando. Va sempre più verso il federalismo e penso che il federalismo all’interno dei partiti diventi sempre più questione impellente».

SALVINI, NATURALMENTE, non ne vuole neppure sentir parlare. La risposta dei suoi collaboratori a qualsiasi domanda sull’ipotesi Cdu-Csu è secca e definitiva, «no», e sarebbe ingenuo pensare che la vittoria personale del doge lasci il leader disarmato. Anche lui esce rafforzato dalla prova elettorale: la Lega cambierà ma in una ricerca di nuovi equilibri che impiegherà qualche tempo a dispiegarsi e che non può lasciare tranquilla Giorgia Meloni. Perché a quei nuovi equilibri corrisponderà giocoforza una diversa disposizione all’interno del centrodestra. Nel Carroccio, ad esempio, tutti negano correlazioni tra la tombola nel Veneto e la decisione di rallentare se non proprio di bloccare la marcia trionfale del ddl Antistupro. Ma che la levata di scudi sia arrivata proprio all’indomani di quel successo è una coincidenza quanto meno eloquente.

IL TERRENO sul quale la trattativa con la Lega sarà più serrata e tesa è quello della legge elettorale, cioè il passaggio fondamentale, con il referendum costituzionale, di qui alle prossime elezioni politiche. Che la premier sia decisa a spedire nel ripostiglio del vecchio ciarpame il Rosatellum è certo. Dopo il risultati in Campania e Puglia non potrebbe fare altrimenti: il rischio di un cappotto nei collegi in quelle due regioni e in realtà nel sud è concreto. Porterebbe alla sconfitta o al pareggio spauracchio temutissimo al Nazareno. L’ipotesi di lavoro che la premier ha in mente e alla quale stanno lavorando i suoi fedelissimi, Donzelli e Lollobrigida, è nota: niente quota maggioritaria, proporzionale con premio di maggioranza fino a 55% per chi supera il 40%, ma la soglia potrebbe essere alzata per evitare gli strali della Consulta, listini bloccati senza preferenze.

PER LA LEGA, che grazie ai collegi adopera il suo potere di condizionamento per strappare più seggi di quanti non ne meriterebbero i risultati elettorali, è un problemone. O meglio è un sacrificio che chiederà cospicui risarcimenti. In più la premier insiste per l’indicazione del candidato a Chigi sulla scheda e anche su questo particolare, per lei essenziale, dovrà vedersela, oltre che con Fi, con una Lega improvvisamente ringalluzzita.