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Consenso La presidente della commissione Giustizia al Senato prova a salvare l’impianto del testo dalle bordate del suo partito

La presidente della Commissione Giustizia Giulia Buongiorno La presidente della Commissione Giustizia Giulia Buongiorno – LaPresse

Per tutta la giornata la presidente della commissione Giustizia del Senato Giulia Bongiorno si sgola ripetendo che la legge sul consenso «libero e attuale» si farà e in tempi celeri: «L’accordo Meloni-Schlein sarà rispettato. Nessuno si deve permettere di dire che si vuole affossare la legge. In commissione è arrivata ieri e io non ho mai fatto una legge in un’ora». E allora quando si farà? A gennaio in commissione per essere approvata in febbraio, secondo le previsioni della presidente che ha deciso un calendario di nuove consultazioni rapido, limitato a giuristi ed esperti, non più di due consultati per gruppo parlamentare da indicarsi non oltre lunedì prossimo, proprio per evitare il rischio di un rinvio all’infinito.

IN OGNI CASO, specifica la principessa del foro, nel testo così com’è non si configura l’inversione dell’onere della prova ed è un passaggio significativo perché proprio questo è invece l’addebito che parte da molti critici della legge, inclusa la ministra della Famiglia Eugenia Roccella. Il calendario rigido, insomma, non servirebbe solo a stornare i sospetti di voler insabbiare la norma ma anche a evitare manovre dall’interno della stessa Lega e della maggioranza. Perché se il ministro della giustizia Nordio afferma che «in una legge così delicata bisogna guardare anche le virgole» e il testo presenta problemi di interpretazione, è anche vero che le aree più reazionarie della destra mirano a sfruttare la sospensione per rinviare l’approvazione sine die.

CON LA PRESIDENTE della commissione Bongiorno, ieri, un folto coro ha giurato su quanto di più caro che non c’è nessunissima volontà di sabotaggio. Lo ha fatto il presidente del Senato Ignazio La Russa: «Nessun passo indietro di Giorgia Meloni. Sul rafforzare le tutele per le donne lei e Elly Schlein sono d’accordo». Lo hanno fatto i ministri Nordio e Roccella e lo ha fatto, lui però con toni significativamente diversi, il capo della Lega Matteo Salvini: «La legge è assolutamente condivisibile ma deve essere scritta rigorosamente perché così lascia troppo spazio alla libera interpretazione del singolo e alle vendette personali. I tribunali rischierebbero di finire intasati».

SONO PROPRIO LE PAROLE del vicepremier a scatenare di nuovo le reazioni furibonde dell’intera opposizione. La relatrice, la dem Michela Di Biase, le considera «raccapriccianti e sessiste», la capogruppo del Pd Chiara Braga le bolla come «volgari», Elisabetta Piccolotti, di Avs, parla di «regolamento di conti tra Salvini e Meloni sulla pelle delle vittime di violenza sessuale». La deputata di Avs mette il dito nella ferita aperta. Il dubbio che la manovra della Lega miri anche, se non soprattutto, a mettere in imbarazzo la premier e a indebolirne l’immagine dimostrando che non è più la leader quasi onnipotente di prima non può che esserci.

LA VERSIONE CHE parte dallo stato maggiore di FdI e di palazzo Chigi naturalmente è opposta: la stessa premier, di fronte alle critiche della Lega e dopo l’intervista del 20 novembre in cui il presidente del Tribunale di Milano Roia sembrava prefigurare una sorta di inversione dell’onere della prova, si sarebbe convinta di dover rimettere le mani nel testo. Ieri Roia ha assicurato che nel ddl non c’è alcun rischio di inversione, la premier, invece, è rimasta muta. Parecchi elementi autorizzano però a sospettare che questa rosea versione sia quanto meno addomesticata. FdI e Fi si sono accodati in commissione alla Lega, mentre una decisione condivisa sarebbe stata invocata dall’intera maggioranza. Nel clamore degli ultimi due giorni spicca il silenzio tombale ed eloquente degli alti ufficiali sia tricolori che azzurri.

SALVINI, forte del risultato veneto e in realtà anche di quello campano che ha deturpato l’immagine invincibile della premier, ha cambiato completamente tono. Sulla futura candidatura a governatore della Lombardia di un Fratello, solo per fare un esempio, non chiude le porte ma nemmeno le apre e parla come chi impugna lo scettro: «Nella mia Lombardia, se FdI presenterà una candidato credibile, sarò felice di prenderlo in considerazione». La simultanea sospensione dell’iter del ddl sul consenso, che comunque è costata a Giorgia Meloni una pessima figura, forse è una coincidenza e forse no. Ma il regolamento di conti è cominciato comunque.