I dati Istat: sei milioni di italiani rinunciano alle cure. Tra il 2016 e il 2023 la spesa è più che raddoppiata: da 3 a oltre 7 miliardi
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La chiamiamo ancora «sanità pubblica». In realtà, il Servizio sanitario nazionale è sempre più un ibrido di Stato e privato. Anche se finanziamento pubblico e universalismo sono i pilastri della riforma che lo istituì nel 1978, la fotografia che ne scatta dalla fondazione Gimbe quasi mezzo secolo dopo racconta un’altra storia. La percentuale di servizi sanitari pagati out-of-pocket, cioè direttamente dagli utenti al di là della fiscalità generale, è stabilmente superiore alla soglia del 15% della spesa sanitaria totale: sopra quel tetto, secondo l’Oms, sono a rischio uguaglianza e accessibilità delle cure. Da noi è out-of-pocket oltre un quarto della spesa sanitaria, mentre in Germania e Francia il finanziamento pubblico e le mutue obbligatorie lasciano alle tasche private solo un decimo della spesa. Risultato: le famiglie italiane dedicano alle cure il 3,5% del budget familiare, contro il 2,1 e il 2,5 di quelle francesi e tedesche.
«Non serve cercare un piano occulto di smantellamento del Servizio sanitario nazionale» spiega Nino Cartabellotta, presidente della fondazione Gimbe, presentando i dati al Forum Risk Management in Sanità di Arezzo. «Basta leggere i numeri per capire che la privatizzazione della sanità pubblica è già una triste realtà».
Nel 2024 la spesa out-of-pocket ha toccato i 41 miliardi di euro, 12 dei quali spesi in farmacia. «Oggi siamo sostanzialmente di fronte a un servizio sanitario “misto”, senza che nessun governo lo abbia mai esplicitamente previsto o tantomeno dichiarato» dice Cartabellotta. Nell’ultimo decennio, il rapporto tra spesa pubblica e privata è rimasto all’incirca costante. Questa stabilità però non deve ingannare: non significa che la vocazione sociale del Ssn sia rimasta la stessa. Infatti, oltre a chi si rivolge al privato per cure più veloci o confortevoli, una percentuale crescente della popolazione smette di curarsi tout court a causa dell’inefficienza della sanità pubblica e dei costi di quella privata. È una componente sommersa che, non alimentando la spesa, scompare dalle statistiche. L’ultima stima dell’Istat parla di sei milioni di italiani «rinunciatari», uno su dieci.
Se si conta anche questa fetta della torta, il ridimensionamento della sanità pubblica e universale concepita nel 1978 diventa evidente. Tuttavia, anche la quota pubblica della spesa alimenta la privatizzazione delle cure attraverso le strutture «accreditate», da cui lo Stato compra una quota di prestazioni a prezzi che devono coprire anche i profitti dell’industria della salute. In molti settori oggi le strutture private accreditate superano in numero quelle pubbliche. Se c’è sostanziale equilibrio a livello ospedaliero, il privato accreditato domina nel settore della specialistica ambulatoriale, della riabilitazione e soprattutto delle Rsa: quelle private sono aumentate del 41% tra il 2011 e il 2023, mentre quelle pubbliche calavano del 19%. Tra le regioni, i privati fanno gli affari migliori in Lazio e Lombardia.
Solo nella sanità territoriale, meno redditizia per il settore privato, lo Stato gode ancora di un sostanziale monopolio. Il settore che cresce più velocemente però è quello del privato-privato, interamente affidato al mercato senza mediazione statale: tra il 2016 e il 2023 la spesa degli italiani in questo ambito è più che raddoppiata, da 3 a oltre 7 miliardi di euro.
Dopo la pubblicazione dei numeri del Gimbe, il Partito democratico denuncia una privatizzazione «favorita dall’attuale governo» e annuncia un’interrogazione parlamentare attraverso la deputata Ilenia Malavasi. In realtà, gli stessi dati mostrano che lo squilibrio tra pubblico e privato c’era anche con altre maggioranze. È altrettanto vero che la manovra finanziaria del 2026 non invertirà la rotta: circa la metà dei due miliardi stanziati saranno spesi per aumentare il ricorso alla sanità privata sotto le insegne del taglio delle liste d’attesa e ad alleggerire la quota del ripiano della spesa farmaceutica a carico delle aziende.
