Bel lavoro Le vicende delle Acciaierie d’Italia rappresentano un caso paradigmatico del modello industriale ed economico prevalente
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Lo stabilimento dell'ex Ilva – foto di Renato Ingenito / LaPresse
Le vicende delle Acciaierie d’Italia rappresentano un caso paradigmatico del modello industriale ed economico prevalente. Tenendo da parte i ragionamenti sulla chiusura o riconversione di impianti incompatibili con la salute, è necessario fare due considerazioni preliminari. La prima è che la produzione di acciaio a livello mondiale è in costante crescita, ma in Europa è in decisa contrazione perché da un lato gli Usa scommettono su una competizione protezionista fondata sulla significativa domanda interna, dall’altro Cina e India hanno costi sempre più competitivi. A pagarne il prezzo più alto sono Germania e Italia. La seconda considerazione è che, sebbene in contrazione, la produzione italiana è superiore al consumo, dunque, tuttora, il paese esporta acciaio.
Ma veniamo alla vicenda delle Acciaierie d’Italia. Nel 1988 iniziò un processo di privatizzazione degli impianti Italsider, conclusosi nel 1995 con il passaggio definitivo di tutti gli impianti al Gruppo Riva e con il recupero dell’antica denominazione Ilva. Nel 2012 l’azienda venne commissariata e nel 2015 fu ceduta all’indiana ArcelorMittal. Già nel 2019 quest’ultima annunciava la volontà di recedere il contratto a causa di un presunto mancato rispetto degli accordi stipulati, così nel 2019 nasceva Acciaierie d’Italia, detenuta al 62% da ArcelorMittal e al 38% dallo Stato italiano attraverso l’agenzia Invitalia. Una società che oggi annuncia nuovi tagli alla produzione e un sostanziale «spezzatino» degli impianti per rendere alcuni di essi più appetibili sul mercato. Delle oltre 20 milioni di tonnellate di acciaio prodotte in Italia annualmente, questa azienda ne realizza circa 4 risultando la prima industria del settore: un’azienda di «interesse nazionale» in un paese a decisa vocazione manifatturiera.
Tuttavia, per continuare una produzione di manufatti che sia funzionale alle imprese italiane, servirebbero un piano di decarbonizzazione per ridurre l’impatto su ambiente e salute e un soggetto imprenditoriale che se ne faccia carico. Entrambi i fattori sembrano mancare. Il processo di privatizzazione ha condotto a un progressivo disinvestimento senza risolvere strutturalmente il problema ambientale.
Confindustria rimarca la centralità degli impianti ex-Ilva, ma poi si muove in ordine sparso: con gli industriali genovesi che smaniano per liberare le aree per nuovi insediamenti industriali e per il porto; con quelli tarantini che avanzano la proposta di una nazionalizzazione; con lo Stato che dovrebbe rilevare la maggioranza delle quote in maniera temporanea. Quest’ultima posizione sembra condivisa dal Pd. Quindi, dopo una fallimentare privatizzazione che ha coinvolto prima attori nazionali e poi internazionali, l’unica soluzione trovata è un ritorno dello Stato in chiave di finanziatore, per poi riconsegnare a privati dei siti produttivi riconvertiti ecologicamente e magari profittevoli. Un contesto imprenditoriale e politico che fotografa il quadro in cui ci troviamo.
Nessun investimento privato (anzi la solita visione di corto respiro) e risorse pubbliche per salvare prima e rilanciare dopo il mercato privato. Nessun serio bilancio di questi anni. I fallimenti di mercato, specie in segmenti produttivi strategici, ma delicati come quello siderurgico, dovrebbero essere metabolizzati pensando a un rilancio di un’economia pubblica con infrastrutture produttive al servizio dell’economia in generale. Dovrebbero essere in grado di determinare un modello di riferimento in termini di qualità e quantità di produzioni e lavoro. Un’economia che indirizzi investimenti in innovazione tecnologica, pianificazione, controllo, dentro una gestione multilivello, in grado di coinvolgere istituzioni nazionali e locali, management, tecnici, addetti occupati, cittadini delle aree coinvolte. Invece i sovranisti pensano a dismettere e fare cassa, cercando paradossalmente un altro acquirente estero, mentre l’opposizione si preoccupa di salvare il mercato e il suo funzionamento.
