La mobilitazione L’Istat ha attestato il 32esimo calo della produzione industriale avvenuto nel corso del mandato di Giorgia Meloni a palazzo Chigi. Il governo, come sempre, tace sui problemi di fondo. Domani lo sciopero generale della Cgil contro la legge di bilancio: «L’esecutivo ha abdicato al suo ruolo»
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Un momento della manifestazione nazionale della CGIL "Democrazia al lavoro", Roma – ANSA/ANGELO CARCONI
Il 32esimo calo della produzione industriale su 36 mesi durante il governo Meloni, attestato ieri dall’Istat, ha ragioni profonde. È il risultato immediato dell’impotenza di un governo che ha rinunciato a intervenire su un processo di deindustrializzazione in atto da tempo. Manca inoltre la capacità e la volontà di impedire il depauperamento di molte filiere manifatturiere.
L’AUTOMOTIVE che ha perso quasi il 12% della produzione nell’ultimo anno, per esempio. Lo stesso si può dire per altri settori dell’economia industriale tradizionale. Per l’Istat la produzione dei beni di consumo è calata (-1,8%), così come quella dei beni strumentali (-1%). Profondo rosso per i prodotti chimici (6,6%), per l’industria tessile, abbigliamento, pelli e accessori (-5%), il coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,6%). Questa situazione pesa indubbiamente sulle prospettive della crescita del Pil limitata, secondo la Commissione Europea, allo 0,4%, in discesa di tre decimali rispetto al già non esaltante 2024.
IL PROBLEMA RISALE agli anni Ottanta e Novanta e oggi si è cronicizzato. Il sistema non si pone il problema della predominanza delle micro-imprese, accentuata dalla crisi di quelle pubbliche e private, e la de-specializzazione progressiva nei settori ad alta tecnologia, come nella ricerca. Non ci sono investimenti e si ignorano quelli che permetterebbero innovazioni radicali capaci di portare a un salto di produttività. Senza contare che la stagnazione di fatto che si respira in Italia, dove aumenta la cassa integrazione, lascia ai minimi la capacità produttiva esistente da almeno quattro anni. Questa situazione ha creato un circolo vizioso che Massimiliano Dona, dell’Unione Nazionale dei consumatori, ha così riassunto. Il «dato pessimo» della produzione industriale è la «prova del fatto che se le imprese non producono, i commercianti non vendono e le famiglie non hanno soldi».
LE OPPOSIZIONI ritengono che il principale responsabile del crollo dell’1% a ottobre rispetto a settembre, e di meno 0,3% su base annua, sia responsabilità diretta del governo. «Ci vuole talento – ha detto il Giuseppe Conte (Cinque Stelle) Ma la presidente del Consiglio Meloni non ha niente da dire su questo disastro?». «Le politiche industriali sono spot per la propaganda» ha detto Daniele Manca (Pd) secondo il quale «basterebbe cambiare la manovra di bilancio, approvando gli emendamenti delle opposizioni».
LA QUESTIONE È POLITICA. Nel caso della filiera dell’automobile, basti pensare a Stellantis, il governo ha mostrato «una sudditanza alle imprese che decidono tagli, delocalizzazioni e riduzioni di volumi senza strategia nazionale, né una politica pubblica» ha commentato il segretario confederale della Cgil Gino Giove. In questo, come negli altri settori, una politica industriale non si improvvisa, dopo mezzo secolo di assenza e di neoliberalismo. Dovrebbe essere una politica consapevole sia dei limiti delle partecipazioni statali, sia dell’impatto devastante sull’ambiente e la vita delle persone.
LO SCIOPERO GENERALE organizzato domani dalla Cgil contro una legge di bilancio «ingiusta» rivendica, tra l’altro, «politiche industriali vere per governare la transizione e creare lavoro di qualità». Difficile che possa farlo la destra al potere che detesta l’idea della transizione ecologica e gioca di sponda con il capitalismo fossile e con quello militare. Andrebbe verificato se la «sinistra», perlomeno quella «politica», lo voglia o lo possa fare. Fino a qualche tempo fa non si poneva il problema.
IL GOVERNO, IN REALTÀ, ha un’idea dello sviluppo economico condivisa dalle classi dominanti: quello del «made in Italy» al quale ha persino dedicato un ministero. Lo si è visto ieri quando Meloni ha evitato di commentare le cattive notizie sul calo dell’industria e si è mostrata entusiasta per la definizione della «cucina italiana» come «patrimonio dell’umanità» da parte dell’Unesco.
IL RUOLO DEL MELONISMO è lasciare morire l’economia industriale «tradizionale», smontarla e ricollocarla marginalmente nell’economia dell’arricchimento, basata su valori «immateriali» come l’«identità nazionale», l’«attrattività» e tra l’altro la cucina e il turismo. La crescita di questo modello non compensa evidentemente il declino del settore industriale tradizionale. Anzi nasconde al suo interno diverse criticità strutturali: lavoro povero e precario, frammentazione, bassa propensione all’investimento.
