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L'ordine nuovo La premier danese Mette Frederiksen: «Un attacco tra paesi dell’Alleanza atlantica rappresenterebbe la fine del Patto»

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Una marcia di protesta con gli Stati uniti a Nuuk, Groenlandia foto Christian Klindt Soelbeck/Ap Una marcia di protesta contro gli Stati uniti a Nuuk, Groenlandia – foto Christian Klindt Soelbeck/Ap

«Siamo indignati ma anche molto preoccupati». Questa è la sintesi delle interviste rilasciate, a caldo, domenica pomeriggio ai cronisti della tv di stato danese Dr dai e dalle cittadine intervistate nella capitale groenlandese Nuuk dopo il post di Kate Miller che raffigurava l’isola artica avvolta nella bandiera statunitense. L’influencer Maga è la moglie del vice capo di gabinetto di Trump, Stephen Miller, potente e ascoltato falco dell’amministrazione Usa.

Quella che sembrava un’uscita sull’onda emotiva del successo dell’«operazione militare speciale» che ha portato al sequestro sabato mattina del presidente venezuelano Maduro è diventata una conferma quando, poche ore dopo, lo stesso presidente Usa ha rilanciato la volontà di annessione agli Stati uniti della più grande e meno popolosa isola del mondo attualmente parte del regno di Danimarca.

«LA GROENLANDIA è una priorità per la sicurezza mondiale, è circondata da navi russe e cinesi», ha tuonato The Donald e, con il solito fare bullesco, ha concluso «so che la Danimarca si sta preoccupando della sua difesa, avrà inviato qualche slitta». Il riferimento è allo stanziamento di circa 2 miliardi di euro che lo scorso anno il governo danese di Mette Frederiksen ha impegnato per la «sicurezza nell’Artico». La Groenlandia, essendo un territorio sotto la giurisdizione di Copenaghen, è formalmente soggetta alla protezione Nato e ospita una base americana a Pituffik, nell’estremo nord ovest dell’isola a 1500 km dalla capitale del paese, dove sono allocati circa 200 militari. Proprio quella base era stata oggetto della visita, lo scorso marzo, del vice presidente Vance che, dopo aver annunciato un tour dell’isola con la moglie, si era poi limitato a visitare la base militare per evitare possibile (e probabili) contestazioni.

L’OFFENSIVA STATUNITENSE era partita all’inizio del 2025 già con annunci di annessione ma, oltre alle incursioni di Vance e del figlio di Trump (ritratto a distribuire capellini Maga per le strade di Nuuk), i servizi segreti danesi avevano denunciato, nell’agosto scorso, la presenza di «infiltrati statunitensi nella società groenlandese per favorire la nascita di un movimento secessionista». A fine 2025 l’ultima mossa ufficiale degli Usa era stata la nomina ad inviato speciale per l’isola del governatore della Lousiana, Jeff Landry, trumpiano di ferro senza alcuna competenza in politica estera ma a capo di uno stato ricco di industria estrattiva.

In Groenlandia abbondano le risorse naturali; oltre al petrolio nei suoi mari, il suo sottosuolo ha giacimenti di zinco, piombo, rame, uranio, pietre preziose, nichel, grafite, ferro e carbone. Si stima che vi siano oltre 1,5 milioni di tonnellate di terre rare pari a circa il 20% delle riserve globali.

La nuova dottrina «Donroe», ufficialmente iniziata sabato in Venezuela, considera tutto ciò che è nel continente americano di proprietà esclusiva statunitense. Ecco perché i danesi, per bocca della loro premier Frederiksen, stanno prendendo «molto sul serio le minacce di Trump» definendo «pressione inaccettabile» l’affermazione del presidente Usa di «discutere della Groenlandia tra 20 giorni» per concludere che «se un paese Nato attaccherà un altro paese Nato sarà la fine dell’Alleanza». Tutte le cancellerie europee, ieri, hanno espresso il loro sostegno alla Danimarca condannando la nuova offensiva trumpiana. Il nostro ministro degli esteri Tajani ha prima minimizzato – «di dichiarazioni sulla Groenlandia Trump ne ha fatte molte, vediamo quali saranno le intenzioni reali» – per poi aggiungere: «L’Ue deve garantire l’indipendenza di un territorio sotto la corona danese». Il giovane premier groenlandese Jens-Frederik Nielsen ha prima ribadito che «il nostro futuro lo decidiamo noi, la Groenlandia è dei groenlandesi», per poi aggiungere, in una conferenza stampa ieri sera, di «lavorare per una nuova cooperazione con gli Usa basata sul rispetto reciproco» e di volere «un canale diretto con Trump».

UN DIALOGO SOLLECITATO anche dal leader dell’opposizione sull’isola, Pele Broberg, che aveva invitato Nielsen ad avviare contatti «diretti» con gli Usa e di lavorare per l’indipendenza. Il suo partito potrebbe essere il cavallo di Troia degli Usa chiedendo un referendum per la secessione ed aprire, così, al protettorato a stelle e strisce nell’artico.