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Italia - Venezuela L’uscita dal carcere dopo 13 mesi, il ritorno su un volo di stato. Decisivi la mediazione degli Usa e il riconoscimento. A Roma il governo esulta e si intesta ogni merito. La short list dei detenuti e il ruolo del Vaticano di Rodriguez. «Posso avere una sigaretta?», la prima richiesta del cooperante in ambasciata. E su Maduro: «Non sapevamo niente di quello che era successo»

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Manifestazione dei parenti dei prigionieri politici fuori dal carcere di El Helicoide a Caracas foto Ansa Manifestazione dei parenti dei prigionieri politici fuori dal carcere di El Helicoide a Caracas – Ansa

La libertà è fatta di dettagli. Nella notte tra domenica e lunedì, l’alba in Italia, 423 giorni dopo il suo ingresso nel carcere di El Rodeo a Caracas, la prima cosa che ha chiesto Alberto Trentini all’ambasciatore Giovanni Umberto De Vito è stata una sigaretta. Ne ha avute due. E due pure a Mario Burlò, l’imprenditore torinese rilasciato con lui. Poi sono arrivate le telefonate alla mamma e alla fidanzata in Veneto.

LE RASSICURAZIONI: «Non siamo stati torturati». Il racconto dello stupore per gli ultimi eventi: in prigione nessuno sapeva nulla della deposizione di Maduro. L’avviso dell’uscita è arrivato domenica alle 15 locali (le 20 italiane). Il viaggio dalla prigione all’ambasciata è poi avvenuto senza il cappuccio sulla testa e le manette ai polsi, una bella differenza rispetto agli altri spostamenti, anche quelli all’interno del carcere. Dopo l’accoglienza – e dopo le sigarette – è venuto il tempo per un po’ di riposo nelle stanze fatte preparare per l’occasione in ambasciata. L’aereo di stato che riporterà a casa Trentini e Burlò, con a bordo tra gli altri il direttore dell’Aise Giovanni Caravelli, è arrivato all’ora di pranzo locale. A Roma, intanto, si esulta dal momento in cui è arrivata la conferma dell’avvenuta scarcerazione.

A RAGIONE. La libertà è sempre un ottimo motivo. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è rallegrato con i familiari degli ex prigionieri, mentre il governo si è attribuito ogni merito dell’accaduto. Sui social girano immagini dei baci e degli abbracci tra la premier Giorgia Meloni e gli altri detenuti internazionali tornati a casa durante il suo mandato: Patrick Zaki, Cecilia Sala, Chicco Forti. Il fatto è che per Alberto Trentini (e per gli altri tre coinvolti in questa partita) la nostra diplomazia ha potuto fare tra il poco e il niente.

LA TRATTATIVA è stata condotta per lo più dagli Usa: l’Italia, nel giorno dell’Epifania, ha fatto avere agli alleati una short list di quattro nomi (oltre a Trentini e Burlò anche l’imprenditore Luigi Gasperin e il leader moderato italo-venezuelano Biagio Pilieri, le cui liberazioni sono state annunciate giovedì ma non sarebbero ancora avvenute) e da questo punto in poi la «diplomazia degli ostaggi» ha preso altre strade.

IL NODO era tutto nella legittimazione internazionale della premier ad interim Delcy Rodriguez, che sta provando a giocarsi le sue possibilità di rimanere alla guida del paese. In quest’ottica, la mossa italiana è stata obbligata: venerdì mattina palazzo Chigi ha rilasciato uno scarno comunicato di apprezzamento per Rodriguez e per il governo bolivarista di Caracas. Era quello che i venezuelani chiedevano da mesi: un attestato di legittimità politica dopo il gelo successivo alle elezioni del 2024, i cui risultati non sono mai stati riconosciuti dai paesi dell’Ue.

Quelle parole della premier, peraltro, sono state una correzione della rotta intrapresa il giorno del blitz statunitense: un’azione di «difesa preventiva» giustificata dal pericolo «narcoterrorista» rappresentato da Maduro, secondo il governo di Roma, che nell’occasione ha anche dato il suo endorsement a Maria Corina Machado come futura leader. Un’uscita spericolata che forse è servita a compiacere Donald Trump ma che di certo ha irrigidito le autorità venezuelane e non ha aiutato il prudente lavoro della diplomazia e dell’intelligence.

Così si spiega anche il tribolare di questi giorni, con l’uscita in due tempi dei quattro italiani della short list, mentre la Spagna, in un colpo solo, era riuscita a riportare a casa cinque suoi cittadini grazie al decennale lavoro di tessitura dell’ex primo ministro José Zapatero: un vero e proprio smacco. Da mesi, peraltro, il governo di Caracas aveva cominciato a intavolare trattative sulla base dei “presos politicos” degli altri paesi, negoziando, attraverso la mediazione del presidente brasiliano Lula e del Qatar, la loro liberazione con concessioni di vario tipo.

L’ITALIA non ha mai avuto niente da offrire in questo senso: escluso fino a quattro giorni fa il riconoscimento del governo Maduro, non c’erano grandi possibilità. L’unica era offrire assistenza legale, per quanto possibile. Il dossier, sul punto, è stato gestito dall’avvocata Irma Conti del Garante nazionale dei detenuti, il cui lavoro è stato reso estremamente difficile dal fatto che Trentini e Burlò non hanno mai avuto accuse precise a loro carico. Il primo 46 anni, veneziano, cooperante di professione – era stato preso per strada il 15 novembre del 2024 mentre da Caracas si spostava verso sud per conto della sua ong, la francese Humanity & Inclusion; la cattura del secondo era invece avvenuta cinque giorni prima, a pochi chilometri dal confine con la Colombia. Il 52enne imprenditore torinese si trovava in Sud America alla ricerca di “nuove possibilità d’investimento”, mentre in Italia era sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa (assolto in Cassazione) e attualmente risulta coinvolto in un procedimento per presunte compensazioni indebite di Iva e Irpef.

SITUAZIONI diverse, dunque, accomunate solo dall’arbitrarietà dei rispettivi arresti. Rispetto ai quali la diplomazia italiana non riusciva a trovare soluzioni. Nemmeno il patteggiamento dello scorso ottobre a Roma del ministro Alex Saab e di sua moglie in un processo per riciclaggio è stato letto come una concessione dalle autorità bolivariane. Del resto, il governo non c’entrava niente in quella storia, che si è consumata tutta dentro i confini propri della giurisdizione. Un po’ di più avevano potuto le mosse del Vaticano: la canonizzazione del «medico dei poveri» José Gregoriol Hernandez (primo santo venezuelano dello storia) avvenuta lo scorso ottobre è coincisa con una maggiore possibilità da parte dei diplomatici italiani di far visita a Trentini a El Rodeo.

«TUTTI I DETENUTI con il passaporto italiano sono fuori, ce ne sono altri 46 italo-venezuelani, 26 dei quali politici. Lavoriamo perché possano essere liberati», è il commento finale diel ministro degli Esteri Antonio Tajani. Che prelude a una nuova trattativa: sul piatto questa volta Roma ci mette «l’innalzamento dei rapporti diplomatici». Stati Uniti permettendo.