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Il buco nero Timori per l'operazione militare di Washington

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Un marine nella base aerea statunitense Al-Udeid in Qatar (Ap/Hussein Malla) Un marine nella base aerea Usa di Al-Udeid in Qatar – Ap/Hussein Malla

L’attacco all’Iran da parte degli Usa potrebbe essere imminente. Durante la serata di ieri Reuters lo dava come già deciso e nel momento in cui leggete queste righe potrebbe addirittura essere già avvenuto anche se Donald Trump a fine giornata ha dichiarato ai giornalisti che in Iran «gli omicidi sono cessati» e non ci sono più «piani di giustiziare i manifestanti». Come a dire che l’allarme per Washington è rientrato, nonostante una giornata di dichiarazioni contrastanti. Se ci sia una trattativa in corso con gli ayatollah o se il presidente Usa voglia semplicemente, come suo solito, confondere le acque è difficile dirlo.

IN OGNI CASO IERI le cancellerie di mezza Europa hanno raccomandato ai propri cittadini di lasciare il Paese con ogni mezzo necessario. Il ministro degli esteri Antonio Tajani ha convocato una riunione alla Farnesina per delineare un quadro della situazione: «Gli italiani in Iran sono circa 600, per lo più concentrati nell’area di Teheran», mentre «sono oltre 900 i membri delle forze armate nell’area, tra cui circa 500 unità in Iraq e 400 in Kuwait, dove si stanno adottando misure precauzionali».

Gli Usa hanno annunciato che il personale «non necessario» nella loro base in Qatar è stato dislocato: ciò non vuol dire che la base ora è vuota, ma che vi è stato lasciato il numero di soldati in grado di trovare rifugio nei bunker in caso di necessità. Si tratta di una misura operativa che in genere precede lo stato di massima allerta.

La stampa Usa ha cambiato versione nel corso della giornata. Al mattino il New York Times aveva scritto che la destra Maga, capitanata dal vice-presidente JD Vance, fosse contraria all’attacco e che quindi quell’ipotesi fosse quasi tramontata. In seguito il raid è diventato questione di pochi giorni. È evidente che si brancola nel buio e che c’è grande apprensione dentro e fuori dall’Iran. Gli ayatollah hanno già annunciato che, se attaccati, reagiranno con tutto l’arsenale a loro disposizione contro le basi militari di Washington presenti nell’area e contro Israele.

TALE SCENARIO è senz’altro quello peggiore: scatenerebbe una guerra dalla distanza devastante per la regione e aggraverebbe il caos nella regione (già funestata da tre anni di guerre israeliane) e nel Paese. Senza contare che l’Iran è un protetto della Russia e che le dichiarazioni di Mosca su un eventuale attacco Usa sono inequivocabili. «Un’azione militare – ha dichiarato martedì la portavoce del ministero degli esteri russo, Maria Zakharova – avrebbe conseguenze disastrose per il Medio Oriente e per la sicurezza globale». La guerra di Putin in Ucraina ha fruttato circa quattro miliardi di dollari per Teheran e i legami tra i due Paesi non sono mai stati così stretti. Stavolta sarebbe impensabile che il Cremlino non reagisse in qualche modo a un eventuale resa dei conti tra la Casa bianca e l’Iran.

MA IL CONTESTO MILITARE è sostanzialmente diverso rispetto al giugno 2025, quando la presenza a stelle e strisce nel Golfo era significativamente maggiore, data la vicinanza della portaerei Uss Nimitz e l’arrivo della Truman nel Mediterraneo. Restano le basi, dal centro di coordinamento interforze nella regione, la base di Al Udeid in Qatar alle tre basi dell’aeronautica Usa e britannica in Oman, una negli Emirati, quattro in Arabia saudita, una in Giordania, tre in Iraq, una in Turchia meridionale, limitandosi gli insediamenti noti e non coperti da segreto militare. Al momento l’ipotesi più probabile di attacco è dalla distanza, con missili a lungo raggio o bombardamenti aerei.
Magari dagli stessi B2 che nel giugno scorso volarono per decine di ore prima di lanciare le super bombe bunker-buster contro i siti del programma nucleare iraniano.