Vizio di riforma La raccolta oltre quota 500.000. Il ministro: «Il ricorso al Tar non è illegittimo, è inutile». E Conte già cavalca il fronte del No. Le opposizioni pressano il governo per posticipare la data del voto. Le difficoltà del Pd: Schlein in disparte, tra l’attivismo del M5s e le trame dei riformisti
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio
«Il ricorso non è illegittimo, ma secondo me è inutile». Inseguito dai cronisti alla Camera, ieri mattina, il ministro della giustizia Carlo Nordio è apparso più prudente del solito nel commentare il raggiungimento del traguardo del mezzo milione di firme per l’indizione del referendum costituzionale sulla sua riforma e gli ultimi sviluppi della vicenda della data e del quesito della consultazione: il consiglio dei ministri avrebbe fissato i giorni del voto per il 22 e il 23 marzo, il presidente della Repubblica Mattarella, come atteso, ha confermato il tutto con un decreto.
E PERÒ i promotori della raccolta firme si sono rivolti al Tar: perché la richiesta dei parlamentari validata dalla Cassazione a metà novembre) conta più di quella di 500.000 cittadini? Questa è la domanda fondamentale. E la partita è aperta: la prassi dei referendum costituzionali ha sempre previsto l’attesa di 90 giorni dall’approvazione definitiva della legge prima di chiamare il popolo alle urne. Questa volta il governo ha deciso di agire di fretta. Legittimo, forse. Ma di sicuro è una prima volta. E quando si parla di Costituzione le prime volte non sono quasi mai piacevoli.
«Aspettiamo la decisione del Tar il 27 gennaio – ha proseguito Nordio -, deciderà il giudice amministrativo. Abbiamo sempre detto che la magistratura, anche quella amministrativa, è sovrana e indipendente…».
SARÀ, ma il raggiungimento delle 500.000 firme in 24 giorni è una notizia che piomba su una campagna referendaria che sin qui non ha riservato molti momenti rilevanti di dibattito politico. Da una parte ci sono i mini comitati del Sì che si aggrappano a qualsiasi polemica alla ricerca di visibilità (l’ultima è il buffo esposto in procura dei radicali contro l’Anm che con i suoi cartelloni sulla riforma genererebbe «allarme sociale»). Dall’altra il «comitatone» del No della «società civile» (con tutti i partiti dell’opposizione ad accompagnarlo) è nato soltanto sabato scorso e ancora non si è davvero mosso. C’è attesa anche per il comitato del Sì delle forze della maggioranza, che pure si è costituito da qualche settimana, ma che stenta a entrare in partita. C’entrano qualcosa, in questo senso, i litigi sul suo finanziamento: FdI ha chiesto 1000 euro a ciascun parlamentare per la propaganda, ma Lega e soprattutto Forza Italia storcono il naso, perché in effetti si tratterebbe di dare soldi a un soggetto politico che fa capo in via quasi esclusiva al partito della premier. E insomma, il regalo appare evidentemente troppo grosso.
Dunque, mentre i sondaggi danno il No in crescita e il Sì in calo (dato fisiologico di ogni referendum costituzionale, anche se i favorevoli alla riforma sarebbero avanti di una decina di punti percentuali), il dibattito tutto sommato langue. E solo ieri, con la raccolta delle firme che ha ormai raggiunto il suo obiettivo e che verosimilmente crescerà ancora nei prossimi giorni, si è visto qualche lampo.
IL LEADER del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte ha parlato del raggiungimento del mezzo milione di firme come di «un risultato incredibile» e di un «segnale dirompente» raggiunto «nonostante il lavaggio del cervello a reti unificate» e «nonostante un governo che snobba e ridicolizza la partecipazione». L’ex premier lo aveva lasciato intuire già sabato al centro Frentani di Roma durante il battesimo del comitato della «società civile»: la battaglia referendaria lui ha intenzione di cavalcarla fino in fondo e non ha alcun problema ad alzare il tiro, nella convinzione che una vittoria del No sarebbe una mazzata tremenda al governo di Giorgia Meloni.
LA STESSA COSA ancora non si sente di farla la segretaria del Pd Elly Schlein, che pure appoggia il No ma che continua a restare in disparte. Il problema, per lei, è che un’eccessiva polarizzazione del dibattito potrebbe portare a esisti fatali per la sua leadership, anche perché i cosiddetti riformisti sono schierati a favore della riforma e non aspettano altro che un suo passo falso. Così, a celebrare il raggiungimento delle 500.000 firme ci ha dovuto pensare la deputata Debora Serracchiani: «È la prima volta che una riforma costituzionale non viene toccata dal parlamento, questo non è una forzatura nei confronti non solo del parlamento ma della Carta costituzionale. Ed è per questo che noi abbiamo sostenuto e continuiamo a sostenere questa raccolta firme, senza la quale saremmo di fronte all’ennesima forzatura, che in parte c’è comunque stata».
DA QUI il pressing sul governo per spostare la data in avanti. «Bisogna informare quanti più cittadini possibile», è il coro di quelli del No. Già, perché la velocità con cui il governo punta a chiudere la partita, oltre ad essere inedita, ha una spiegazione semplicissima, quasi banale: tagliare i tempi della discussione, impedire che la questione diventi politica, capitalizzare l’apparente vantaggio. Per salvaguardare il governo, non soltanto la riforma.
