Quattro anni di guerra Il primo giorno del trilaterale che per la prima volta riunisce Usa e belligeranti non dà svolte. Al centro finanziamenti e territori
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Nella foto al centro l’incontro tra le delegazioni Usa, Russia e Ucraina e Mohammed bin Zayed ad Abu Dhabi – foto UAE Presidential Court
Il primo giorno di colloqui ad Abu Dhabi tra le delegazioni di Russia, Ucraina e Stati uniti si è concluso senza colpi di scena. E non è detto che oggi arriverà la svolta. Al centro delle trattative, come sempre, la questione territoriale, in altri termini: il futuro del Donbass. Oggi si continuerà a parlare di quel 20% della regione che manca ai russi per completare la “liberazione” delle due regioni per le quali si combatte dal 2014 e che fu, almeno nelle parole di Vladimir Putin, uno dei motivi scatenanti dell’invasione.
«UN INCONTRO produttivo» lo hanno definito da Washington fonti della Casa bianca citate dall’emittente Nbc. «È importante» sottolinea Zelensky, ma insiste sul fatto che anche la Russia deve avere la «volontà di porre fine alla guerra» ed essere disposta a fare concessioni. Le dichiarazioni ufficiali dei diretti interessati, almeno per ora, non sembrano andare in questa direzione. Il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, ha fatto sapere che per Mosca l’unica soluzione possibile resta quella delineata ad Anchorage, in Alaska, lo scorso 15 agosto, durante il primo (e finora unico) incontro tra Putin e Donald Trump anche se «il lavoro è in corso e sta progredendo». L’accordo tra i due presidenti, stando alle dichiarazioni reiterate della parte russa, prevede che gli ucraini si ritirino volontariamente da tutte le posizioni che ancora occupano nella regione e che il suo controllo passi all’esercito di Putin.
In autunno si è elaborata la formula della “Zona economica libera”, che prevede comunque il ritiro delle truppe di Kiev ma il divieto per i russi di inviare i propri militari. Zelensky si era detto favorevole in prima battuta, ma poi dopo le remore espresse da Mosca anche la sua posizione si era irrigidita. In ogni caso il primo dato fondamentale è che per la prima volta i belligeranti ne stanno parlando in modo serio e in un summit sul quale tutte le parti coinvolte hanno investito molto. A partire dalla composizione delle squadre negoziali, del profilo più alto possibile. Per gli Usa sono presenti l’inviato speciale di Washington Steve Witkoff e il genero del presidente Jared Kushner, per la Russia il Capo del fondo sovrano di investimenti e inviato speciale Kirill Dmitriev e il capo dell’intelligence militare, l’ammiraglio Igor Kostiukov, mentre per l’Ucraina il temerario capo di gabinetto (e dei servizi segreti militari) Kyrylo Budanov e il capo del Consiglio di sicurezza nazionale Rustem Umerov.
PRIMA DELLA PARTENZA per Abu Dhabi le squadre hanno avuto dei colloqui riservati con i rispettivi presidenti. Zelensky ha dichiarato di essere in contatto costante con i suoi, di ricevere «report dettagliati ogni ora» e della possibilità di «adattare l’approccio a seconda di come si svilupperà il dialogo». I russi, che hanno incontrato Witkoff a Mosca alla vigilia della partenza per gli Emirati, hanno rilasciato pochissime dichiarazioni improntante alla classica litania della «soluzione delle cause profonde del conflitto».
L’incontro tra Putin e l’inviato Usa potrebbe essere servito a delineare un quadro economico per le future relazioni Usa-Russia, offerte come controparte al Cremlino in cambio di un’apertura sulle trattative. Inoltre, si è discusso degli asset russi – circa 6 miliardi di dollari – congelati negli Usa. In cambio della restituzione di questi fondi, Mosca potrebbe “donare” un miliardo al nuovo Consiglio per la pace di Trump e destinare il resto «alla ricostruzione dei territori danneggiati dai combattimenti» in Ucraina. Ma si tratterebbe del Donbass, ovvero delle zone che Mosca occupa e che reclama per il futuro.
DI SOLDI hanno parlato anche Trump e Zelensky a Davos e sembra che il presidente Usa abbia promesso ingenti fondi per la ricostruzione e garanzie di sicurezza concrete. Per Zelensky «manca solo la firma» e oltre ai ringraziamenti al tycoon si è spinto fino a dichiarare che «la Nato senza gli Usa non fa paura a nessuno» e che l’Europa da sola non può fare nulla. Eppure Bruxelles ha appena proposto un piano per la ricostruzione dell’Ucraina da 800 miliardi in dieci anni. Così come i Volenterosi (una parte preponderante degli eserciti europei) sono stati investiti da Trump stesso dell’onere principale delle garanzie di sicurezza.
Eppure gli europei non solo non hanno ricevuto l’invito a partecipare al tavolo di Abu Dhabi, ma ormai sono bistrattati anche dal capo del Paese che hanno tenuto in vita in questi anni. Perché senza i fondi europei l’Ucraina sarebbe economicamente fallita. Ma la nuova strategia di Trump contro il Vecchio continente ha costretto anche Zelensky a una scelta e il discorso di Davos ne è la prova. Si tratta di un azzardo perché se è vero che nessuno si aspetta una conclusione della guerra ad Abu Dhabi va da sé che Kiev avrà bisogno ancora di sostegno. I Patriot che Trump avrebbe promesso a Zelensky – annunciati ieri dal presidente Ucraino – non sono sufficienti a continuare a combattere e sono sottoposti alla volubilità delle decisioni di Washington.
Dunque l’incontro più importante è diventato anche quello più delicato per l’Ucraina. Se dovesse andare male per la Russia cambierebbe poco, la Casa bianca al massimo potrebbe decidere di disimpegnarsi, ma Kiev a chi si rivolgerà? Forse la risposta non è necessaria perché a questo punto Zelensky si è già deciso a cedere sul Donbass in un modo o nell’altro e spera di ottenere il massimo possibile. Ma come scrivemmo pochi mesi dopo l’insediamento di Trump: il tavolo è truccato e alla fine il rischio concreto per l’Ucraina è di finire malissimo. Già, peggio di così.
