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Palestina L’esercito israeliano lavora al piano per un’offensiva a primavera e oggi Netanyahu dirà a Trump che la fase 2 ha fallito e serve la forza. Sul tavolo l’invasione terreste di zone prima non raggiunte: Deir al Balah e la tendopoli di al-Mawasi. Senza più ostaggi da sfruttare, l’obiettivo torna la distruzione di Hamas. Sullo sfondo due obiettivi, di medio e lungo termine: le elezioni e la pulizia etnica dei palestinesi

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6 febbraio 2026, fuoco e fumo dopo un raid israeliano sul quartiere di Zeitoun a Gaza City Ap/Jehad Alshrafi 6 febbraio 2026, fuoco e fumo dopo un raid israeliano sul quartiere di Zeitoun a Gaza City – Ap/Jehad Alshrafi

Oggi alla Casa bianca, nel suo settimo viaggio oltreoceano in poco più di un anno, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu discuterà con Donald Trump dei due fronti militari apparentemente congelati, solo socchiusi: l’offensiva contro Gaza e la guerra all’Iran. Con Teheran impegnata in un nuovo, fragilissimo, tavolo negoziale con Washington, che più di un osservatore legge come mero rinvio dell’offensiva congiunta, la «tregua» nella Striscia rimane solo una parola, con i raid che proseguono insieme alle demolizioni e al blocco dell’enclave.

È in questo contesto – un mix di necessità elettorali (la guerra permanente della destra israeliana) e sogni egemonici di lungo termine (la ridefinizione degli «equilibri» in Asia occidentale) – cadono le rivelazioni del Times of Israel: l’esercito israeliano sta lavorando al piano per la ripresa dell’offensiva contro la popolazione palestinese di Gaza, una guerra di nuovo ad alta intensità, nel caso in cui Hamas non accetti il disarmo totale. In realtà, da mesi – da quando l’accordo di tregua era all’orizzonte, a inizio autunno – osservatori ed esperti danno per certa la ripresa dell’offensiva militare.

UNA MEZZA CONFERMA giunge da fonti interne israeliane secondo cui oggi Netanyahu intende convincere Trump che la fase 2 «non sta avanzando» e che una rinnovata operazione israeliana è indispensabile alla realizzazione dei progetti trumpiani nella regione.

Netanyahu ha sempre considerato la potenza di fuoco israeliana in stand by, nonostante le pressioni Usa per realizzare il piano Trump, miscela di neo-mandato coloniale e fantasie di ingegneria demografica che fa di Gaza l’ennesimo laboratorio d’Occidente. Da cui il mancato ritiro dell’esercito che tuttora mantiene il controllo fisico e diretto di oltre la metà dell’enclave palestinese, la fascia orientale oltre la «linea gialla».

La questione del disarmo del movimento islamico palestinese diviene così il nuovo asso nella manica dell’ultradestra israeliana: privata di ostaggi da riportare a casa, sfruttati per due anni come giustificazione al proseguimento di un massacro senza precedenti, serve altro. Hamas ha accettato di trasferire ogni potere amministrativo e civile al neonato governo tecnico palestinese, sorto sotto l’egida del piano Trump e grazie all’intesa tra le fazioni palestinesi, Fatah e Hamas in testa.

Diversa la questione militare: il gruppo si è detto pronto a «congelare» le armi per dieci anni, ma non a consegnarle, ritenendole strumento necessario all’autodeterminazione palestinese e alla sua difesa. Da settimane e con maggiore intensità negli ultimi giorni, i vertici israeliani accusano Hamas di violazione della tregua e del tentativo di riorganizzazione militare, a pezzi dopo due anni di bombardamenti ininterrotti.

Dimenticano le 1.620 violazioni commesse da Israele, con quasi 600 palestinesi ammazzati (300 donne e bambini) e oltre 1.500 feriti da droni o da cecchini, la scarsità di aiuti in ingresso (meno della metà dei 600 camion giornalieri previsti e il blocco di strumenti salvavita a partire da tende e caravan) e la trasformazione del valico di Rafah in ennesimo mezzo di sorveglianza e controllo.

A UNA SETTIMANA dal ritorno in attività di quella porta verso l’esterno, Israele ha autorizzato il transito di appena un quarto delle persone su cui era stato raggiunto un accordo: meno di 400 su 1.600, tra ritorni a casa dall’Egitto ed evacuazioni mediche di malati gravi e feriti.

A Gaza arriveranno anche due altri palestinesi: cittadini israeliani, condannati per terrorismo, Mahmoud Ahmad e Mohammed Ahmad Hussein al-Halsi saranno deportati nella Striscia dopo la firma apposta da Netanyahu sotto l’ordine di revoca della loro cittadinanza, prima applicazione della legge approvata nel febbraio 2023, in violazione del diritto internazionale.

Fin da ottobre 2023, tra gli obiettivi dichiarati del governo israeliano spiccava la distruzione di Hamas, fine ritenuto da più parti impossibile da ottenere militarmente. Eppure non è mai venuto meno, non tanto per la sua fattibilità messa in dubbio, in pubblico e dietro le quinte, dalle stesse forze armate, ma perché necessario alla retorica della guerra a oltranza.

UTILE A DUE OBIETTIVI, di medio e lungo periodo: il mantenimento del potere politico di Mr. Sicurezza e la pulizia etnica del popolo palestinese, attraverso la devastazione delle sue reti sociali ed economiche e la perdita dei mezzi basilari e indispensabili alla sopravvivenza.

Anche per questo, aggiunge il Times of Israel citando fonti militari, la ripresa di primavera potrebbe portare i soldati, stivali a terra, in aree finora colpite solo dal cielo (Deir al Balah, al centro, e la tendopoli meridionale di al-Mawasi). E potrebbe essere molto più intensa e devastante delle fasi precedenti. Quelle che la Corte internazionale di Giustizia ha definito un «plausibile genocidio».