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Trump smentisce Rubio, sorpassa Israele, schiaffeggia l’Europa: davanti al cancelliere Merz va in scena l’assenza di strategia nel Golfo e la sindrome di onnipotenza Usa. Il conflitto sempre più ingestibile: Teheran devastata dalle bombe, il Libano invaso da Tel Aviv

Prova di forse Colpito l’edificio dove si nominava il successore. La tv di Israele: sarà il figlio Mojtaba

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Feriti in un raid israeliano-statunitense in piazza Ferdowsi a Teheran foto Abacapress/Hamid Vakili Feriti in un raid israeliano-statunitense in piazza Ferdowsi a Teheran – Foto Abacapress/Hamid Vakili

«Siamo in contatto diretto con i governatori. Le circostanze sono particolari, ma il Paese non si è fermato. Sono in corso attività in tutto il Paese», scrive il presidente iraniano Pezeshkian. L’Iran ha vissuto una giornata di guerra tra fumo e sangue. La capitale è stata colpita ripetutamente da violenti attacchi di missili e bombe israelo-americani. Molti degli attacchi hanno coinvolto aree abitate, lasciando macerie dietro di sé. A Minab, nel sud del paese, una grande folla ha seppellito le 160 bambine uccise nella scuola primaria Shajareh Tayyebeh centrata nelle prime ore dell’attacco, che forse i missili hanno scambiato per una caserma della marina – l’alto commissario per i diritti umani dell’Onu Volker Turk chiede «un’indagine rapida ed esaustiva», persino gli Usa dicono «stiamo indagando». Il ministro dell’istruzione Alireza Kazemi ha dichiarato che negli attacchi 170 studenti e insegnanti sono rimasti uccisi, mentre quasi 20 scuole e istituti scolastici nel Paese sono stati distrutti.

Gli israeliani ieri hanno preso di mira obiettivi militari e sedi di alto valore simbolico e istituzionale. L’ufficio presidenziale e una delle sedi della televisione di Stato sono stati distrutti. Nel primo pomeriggio l’edificio dell’Assemblea degli Esperti, nella città santa di Qom, è stato preso di mira. L’Assemblea dovrà eleggere il successore di Ali Khamenei, guida spirituale del Paese.

In un primo momento erano circolate voci secondo cui la sede sarebbe stata colpita mentre l’Assemblea era in riunione. Sembra che l’assemblea non abbia tanta fretta, probabilmente il timore è di mettere a repentaglio la vita della futura guida – gli iraniani ricordano bene l’uccisione dei successori di Nasrallah in Libano. In serata Iran International, il canale tv in persiano finanziato da Israele, dice che il successore scelto è il figlio di Khamenei, Mojtaba – sorprendente: lo stesso Khamenei era contrario a una successione di sangue.

LA POPOLAZIONE vive nel terrore di attacchi cosiddetti double tap, tattica brutale in cui una seconda esplosione colpisce deliberatamente i primi soccorritori giunti sul luogo di un precedente disastro. Secondo la Mezzaluna rossa iraniana, e vittime fino a ieri mattina sono state di 787, in 153 città.

«Fanno annunci su Iran International di evacuare questo o quel quartiere che tra breve verrà bombardato. Come si può evacuare un intero quartiere di 500mila o un milione di abitanti in un lampo? O non conoscono la città o vogliono farci diventare pazzi. Forse è vero che colpiscono i palazzi governativi, ma accanto a ogni palazzo vanno giù decine di altri palazzi civili intorno», dice Efat, residente a Teheran, in un contatto telefonico. Gli attacchi frequenti nell’area civile delle città stanno facendo passare l’euforia degli oppositori della Repubblica islamica che avevano festeggiato per la morte di Khamenei. La rabbia e la paura stanno tornando tra la popolazione.

Ci sono state preoccupazioni per i residenti dovuta alla probabile fuga radioattiva dopo che l’impianto nucleare di Natanz, colpito domenica dagli attacchi israelo-americani. Ieri l’Organizzazione iraniana per l’energia ha dichiarato: «Le verifiche tecniche confermano l’assenza di dispersione di materiali radioattivi».

IL MINISTRO DEGLI ESTERI iraniano Abbas Araghchi, reagendo alle dichiarazioni del segretario di Stato degli Stati Uniti Marco Rubio, ha scritto ieri su X: «Rubio ha ammesso ciò che tutti sapevamo: gli Stati Uniti sono entrati in guerra per scelta, in nome di Israele. Non c’è mai stata una cosiddetta minaccia iraniana».

Una serie di incursioni aeree israeliane ha colpito oltre 17 centri urbani nella provincia del Kurdistan iraniano, tra cui la città di Sanandaj, devastata da decine di raid probabilmente mirati

a neutralizzare le caserme dei Pasdaran e i centri di intelligence.

Secondo diverse analisi, lo Stato ebraico sta esercitando forti pressioni sul presidente americano Trump affinché vengano attivate le milizie armate dell’opposizione curda stanziate in Iraq per un’operazione di terra volta a innescare un cambio di regime. Secondo Axios, Trump avrebbe recentemente avviato colloqui telefonici con le principali figure del Kurdistan iracheno, tra cui Masoud Barzani e Bafel Talabani. L’obiettivo strategico sembra essere la creazione di un “vuoto di sicurezza” che permetta ai combattenti in esilio, come i Peshmerga del Kdpi e del Komala, di rientrare nel Paese per stabilire zone di controllo autonomo. Teheran ha reagito con vigore, bombardando le postazioni dei dissidenti oltre il confine iracheno, a dimostrazione che il regime non ha alcuna intenzione di cedere il controllo delle aree frontaliere.

IL PASSATO VISSUTO da curdi siriani, abbandonati da Washington, getta un’ombra sulla possibilità di potenziale alleanza. Nondimeno, l’implicazione del Pjak – legato ai militanti del Pkk – rischia di irritare la Turchia, che non accetterebbe mai il rafforzamento di un’entità curda ai propri confini. L’integrità territoriale rappresenta un punto sensibile per la stragrande maggioranza degli iraniani, tanto da aver storicamente giustificato ingiustizie nei confronti di minoranze accusate di complottare contro l’integrità della nazione.

PER IL MOMENTO, almeno apparentemente, Teheran chiude a qualsiasi trattativa e si prepara a una guerra di logoramento. Il vuoto di potere dopo la morte di Ali Khamenei è stato gestito immediatamente da un triumvirato, e i comandanti e personaggi uccisi sono stati sostituiti. La macchina organizzativa dello Stato della Repubblica Islamica cerca di adattarsi a una situazione di guerra prolungata. È stato vietato l’export di tutti i prodotti alimentari e agricoli.