Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

La reazione dei mercati Lo shock energia non è solo un effetto collaterale

LEGGI ANCHE «Fanculo Maga», l’ira dell’estrema destra tradita dalle promesse di «pace»

Foto Shingo Fukuma/Kyodo News via AP A person stands in front of an electronic stock board with Japan's stock prices in Tokyo Tuesday, March 3, 2026. (Shingo Fukuma/Kyodo News via AP) – Foto Shingo Fukuma/Kyodo News via AP

Non serviva la palla di vetro per prevedere che un attacco su vasta scala contro l’Iran avrebbe incendiato l’intera regione, con ripercussioni devastanti sui mercati delle materie prime energetiche. E poiché le materie prime rappresentano l’innesco del ciclo industriale, gli effetti a catena si propagano rapidamente all’economia globale: produzione, costi, catene del valore, export.

La situazione è grave perché la crisi energetica, questa volta, non è un effetto collaterale della guerra ma un obiettivo dichiarato della Repubblica islamica. È per questo che colpiscono i Paesi del Golfo. Ebrahim Jabbari, generale dei Guardiani della Rivoluzione, è stato chiaro: «Neanche una goccia di petrolio lascerà il Golfo Persico».

Un disastro annunciato. Dallo Stretto di Hormuz passano circa 20 milioni di barili al giorno: il 27% del petrolio trasportato via mare e fino al 30% del gas naturale. È un collo di bottiglia strategico da cui dipendono, oltre all’Europa, economie come Cina, India, Giappone e Corea del Sud. Un’interruzione lunga significherebbe uno shock globale dal lato dell’offerta.

Il resto è una reazione a catena. Il gas al Ttf di Amsterdam ha sfondato quota 60 euro al megawattora, con un balzo dell’80% in due giorni. Il greggio Brent viaggia attorno agli 83 dollari (+20%), il Wti sopra i 76. Gli speculatori, come sempre, corrono più veloci del mercato fisico, alimentando aspettative di scarsità. Se le quotazioni si stabilizzassero al di sopra degli 85-90 dollari, per molte economie importatrici si riaprirebbe uno scenario da stagflazione: giù la crescita, in alto i prezzi.

Le borse, intanto, affondano: Milano ha perso il 4%, Madrid il 4,67, Berlino il 3,5, Parigi il 3,46, Londra il 2,75, Tokyo il 3,23. Debacle a Seul: -7,23%. Wall Street ha resistito in apertura, grazie ai titoli della difesa e a Palantir Technologies, la società di software per intelligence e operazioni militari vicina al vicepresidente J. D. Vance. Poi anche New York ha ceduto, con la sola eccezione del comparto bellico, unico in rialzo.

Diversamente dai giorni precedenti, arretra bruscamente anche l’oro. Il Sole 24 Ore ha parlato efficacemente di «ombrello dei beni rifugio bucato»: la tempesta è tale che i fondi liquidano perfino i metalli preziosi per coprire le perdite sulle azioni, insieme ai Treasury americani, segno che la fuga dal rischio non trova più un porto davvero sicuro. Il dollaro si rafforza marginalmente, ma è solo un effetto tecnico legato al maggior prezzo del petrolio.

Per l’Europa i rischi sono alti. L’inflazione, tornata a salire (+1,8% annuo a febbraio), potrebbe accelerare verso il 4-5% entro fine anno in caso di shock energetico persistente. Un aumento strutturale di 10 euro/MWh del gas, secondo stime della Commissione europea, può valere fino a 0,3-0,4 punti percentuali di inflazione aggiuntiva e ridurre il Pil dell’area euro di circa mezzo punto in dodici mesi.

In Italia, frattanto, il diesel è già salito del 16%, la benzina del 6%. Secondo Conflavoro, un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz potrebbe costare al Paese fino a 33 miliardi in sei mesi, pari all’1,5% del Pil. Per la manifattura il contraccolpo arriverebbe al 3,5%, con bollette in aumento del 30-40%. Nei comparti energivori – vetro, acciaio, ceramica, chimica, carta – la produzione potrebbe crollare del 20%. A rischio 200mila posti di lavoro e fino a 8 milioni di ore di cassa integrazione. Le famiglie perderebbero fino al 7% di potere d’acquisto, con circa 100 euro al mese di spese in più tra energia e alimentari.

In questo quadro, nondimeno, c’è chi scommette e vince. Su Polymarket, piattaforma di «mercati predittivi» basata su criptovalute, sei account creati a febbraio hanno guadagnato circa un milione di dollari puntando una fiche sul 28 febbraio, poche ore prima delle esplosioni. Un tempismo che ha alimentato sospetti. Lo stesso schema sull’uscita di scena di Ali Khamenei, come a suo tempo per Maduro: la guerra trasformata in asset finanziario, profittevole per chi dispone di informazioni che gli altri non hanno.