Più di mille morti in Iran, il conflitto scatenato da Usa e Israele si allarga oltre il Golfo. Silurata una fregata iraniana nell’Oceano indiano. Un missile di Teheran abbattuto dalla Nato in Turchia. Iraq al buio. Il ministro della guerra americano: vinciamo senza pietà ed è solo l’inizio
La guerra grande Sottomarino americano affonda la nave da guerra iraniana Dena al largo dello Sri Lanka, è la prima volta dal ’45, decine di morti
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Nel fermo immagine del video diffuso dal Dipartimento della guerra Usa, il momento dell’attacco alla fregata iraniana Dena
Si aggrava drammaticamente il bilancio delle vittime in Iran. La Fondazione dei Martiri e degli Affari dei Veterani ha comunicato che il numero delle vittime già “tumulate” ha superato quota 1.045. Non è stato ancora diffuso un bilancio complessivo dei feriti. Le immagini diffuse e i video raccolti mostrano devastazioni e forti esplosioni in diversi quartieri di Teheran. Le autorità parlano di bombardamenti che hanno colpito anche scuole e infrastrutture civili. Un attacco contro un’azienda manifatturiera ad Alvand, nella provincia di Qazvin, ha causato almeno sei morti e 23 feriti. La televisione di Stato ha annunciato il rinvio della cerimonia funebre dell’ayatollah Ali Khamenei, prevista al Mosalla Imam Khomeini di Teheran. La motivazione ufficiale è la necessità di riorganizzare l’evento in vista di una «partecipazione milionaria».
IL CAPO DI STATO maggiore congiunto americano Dan Caine ha affermato che dall’inizio dell’offensiva sono stati colpiti oltre 2.000 obiettivi in territorio iraniano e distrutte almeno 20 unità navali, tra cui «un sottomarino e una fregata lontano dall’Iran». La fregata colpita, la Dena, è stata attaccata mercoledì mattina da un sottomarino americano nelle acque vicino allo Sri Lanka. Secondo Reuters, che cita il portavoce del ministero degli esteri di Colombo, «almeno 87 persone» sarebbero state uccise. Le autorità dello Sri Lanka hanno confermato il salvataggio di 32 marinai iraniani, mentre circa 140 risultano ancora dispersi. Sarebbe la prima nave militare silurata nel Pacifico dopo la Uss Indianapolis, affondata da un sommergibile giapponese nel Mar delle Filippine il 30 luglio del ’45 (era la nave che portò a Guam i pezzi principali della prima bomba atomica, sganciata su Hiroshima il 6 agosto).
Sul piano politico, il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha accusato il presidente americano Donald Trump di aver «tradito la diplomazia» e di aver trattato i negoziati nucleari complessi «come un affare immobiliare», distorcendo i fatti con «grandi menzogne» che lo hanno portato al «bombardamento del tavolo negoziale per ostinazione».
Un missile iraniano, diretto verso la Turchia, è stato intercettato dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale, dopo aver attraversato Iraq e Siria. Il ministro degli esteri turco Hakan Fidan ha chiamato Abbas Araghchi per chiedere spiegazioni e per ribadire il messaggio: «Evitare azioni che possano espandere il conflitto». Il presidente Recep Tayyip Erdogan ha tenuto una linea di neutralità e di non interventismo.
Teheran continua la sua resistenza asimmetrica tentando di trasformare il conflitto in una logorante prova di volontà. La Repubblica islamica spera di spingere Trump a ritirarsi per evitare ripercussioni politiche interne. Intanto la crisi si ripercuote sul traffico energetico globale. Dopo la sospensione del transito nello Stretto di Hormuz, circa 200 petroliere internazionali risultano bloccate nel Golfo Persico in attesa di valutare le condizioni di sicurezza. Tra queste, una sessantina di superpetroliere, pari a circa l’8% della flotta mondiale.
IL CORPO DELLE GUARDIE Rivoluzionarie (Irgc) ha annunciato di avere il «controllo completo» dello stretto, mentre negli ultimi giorni diverse navi sono state bersaglio di attacchi con droni e missili. L’interruzione del traffico ha contribuito a spingere il prezzo del Brent oltre gli 80 dollari al barile, riaccendendo timori per la stabilità dei mercati energetici. Tuttavia, questo approccio rischia di isolare ulteriormente il Paese, poiché l’aggressione alle rotte commerciali e ai vicini regionali sta spingendo le nazioni del Golfo e gli alleati europei verso una maggiore cooperazione militare con Washington.
Teheran deve affrontare anche il problema della successione della Guida suprema Khamenei, che ha accentuato la competizione tra fazioni che da tempo convivono nel sistema in un equilibrio instabile. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione è determinato a blindare la successione in tempi rapidi per garantire continuità della «resistenza» e mantenere compatto l’apparato di sicurezza. Dall’altra parte, il blocco politico valuta l’opzione di una figura pragmatica, capace di aprire negoziati con l’Occidente e garantire la sopravvivenza del sistema e contenere il malcontento interno.
IL NOME DI MOJTABA Khamenei, figlio del leader scomparso, è quello che circola con maggiore insistenza. Mojtaba avrebbe
il sostegno di settori influenti dei servizi di sicurezza e dell’Irgc. Tuttavia, si sono diffuse notizie contrastanti sulla sua stessa sopravvivenza agli attacchi che hanno colpito i centri del potere. In caso della sua assenza, l’ala fondamentalista potrebbe convergere su figure radicali come Mohammad-Mahdi Mirbagheri, noto per posizioni estremiste e una retorica apertamente anti-occidentale. Tra i nomi evocati compaiono anche Hosseini Boushehri e Mohsen Araki, esponenti dell’establishment religioso con profili coerenti con una linea di continuità ideologica.
L’ipotesi di una figura più moderata per rilanciare l’immagine del Paese e tentare un dialogo si concentra su nomi come Hassan Rouhani, ex presidente, e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica. Comunque resta difficile pensare che le fazioni più dure dell’apparato militare accettino una soluzione percepita come un arretramento strategico.
ISRAELE VEDE LA GUERRA come un’opportunità strategica per ridurre permanentemente la minaccia iraniana, mentre Washington teme che un collasso improvviso produca un conflitto regionale incontrollabile. Secondo alcune valutazioni, gli Stati Uniti guarderebbero con favore a una figura proveniente dall’esercito regolare, l’Artesh, ritenuto meno ideologizzato rispetto all’Irgc, per guidare una fase di transizione istituzionale o persino aprire la strada a un referendum.
