Il limite ignoto L’attacco della metaniera russa Arctic Metagaz sposta il conflitto ucraino nel "mare nostrum". Tra gli interessi dei russi, le forniture di grano, la guerra civile in Libia e le esercitazioni Nato
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Un’immagine aerea della metaniera russa Arctic Metagaz fatta esplodere al largo di Malta il 3 marzo
Cosa lega il conflitto in Ucraina, un’esercitazione Nato nel Mediterraneo centrale e la guerra civile in Libia? L’esplosione della nave metaniera russa Arctic Metagaz avvenuta, secondo la marina greca, intorno alle 4 del mattino del 3 marzo nei pressi delle acque territoriali di Malta. I russi accusano gli ucraini di averla attaccata con un drone marino violando il diritto internazionale e, premunendosi contro le critiche, chiariscono che non si trattava di una nave della cosiddetta «flotta fantasma» in quanto «era regolarmente registrata sotto bandiera russa, aveva dichiarato la sua rotta e trasportava un carico dichiarato alle autorità competenti». Ma come vedremo si tratta di una menzogna. Gli ucraini non commentano ufficialmente, ma sui social network si esulta e si fa sarcasmo come dall’affondamento della Moskva in poi. Se confermata la responsabilità ucraina, ed è molto difficile smentirla, si tratterebbe del primo attacco di questo tipo nel Mediterraneo, a pochissima distanza dalle acque territoriali dell’Unione europea.
«LA NAVE era partita dal porto di Murmansk e viaggiava con un carico dichiarato nel rispetto di tutte le norme internazionali – ha dichiarato il ministro dei Trasporti russo Spox Shestakov – L’attacco che ha causato una falla nello scafo è stato probabilmente condotto da un drone marino ucraino». I 30 membri dell’equipaggio, «tutti cittadini russi», sono stati recuperati e trasportati in ospedale a Bengasi, dove i due che hanno riportato ustioni gravi sono attualmente in cura. Mosca ha parlato apertamente di pirateria e i commentatori nazionalisti più seguiti, dal conduttore tv Vladimir Solovyev ai blogger di guerra, biasimano il governo per non aver «protetto adeguatamente gli interessi commerciali della Russia» e la comunità internazionale per il «doppio standard» con cui vengono trattati gli «attacchi terroristici del regime di Kiev».
IN REALTÀ la Arctic Metagaz è tutt’altro che una normale nave metaniera. Indagando sul suo codice di identificazione univoco (9243148), una sorta di numero di telaio voluto dall’Organizzazione marittima internazionale (Imo), scopriamo che si trattava di un natante di 277 metri per 44 con una portata di 77mila tonnellate varato nel 2003 dai coreani di Daewoo Shipbuilding & Marine Engineering Co. Ltd. (Dsme) e che originariamente si chiamava Berge Everett e operava per la Bw norvegese. Nel 2014 inizia a navigare battendo bandiera di Singapore e cambia nome in Bw Gdf Suez Everett, nel 2023 – dopo l’invasione dell’Ucraina – diventa Metagas Everest e passa alla bandiera liberiana, per poi issare quella di Palau e diventare Everest Energy.
Nell’ottobre 2024 cambia nome ancora e diventa Metagas Everest, prima di issare finalmente la bandiera russa ed essere rinominata per l’ultima volta con il titolo che ora giace sul fondo del Mediterraneo. La somiglianza di un nome con l’altro – e la lista è in realtà più lunga – dipende dal fatto che per cambiare appellativo durante la rotta è più comodo mantenere una delle scritte che già si trovano sullo scafo. Perché esistono le prove che questa nave sia coinvolta nel traffico di gas russo sottoposto a sanzioni e in particolare al progetto Arctic 2 Lng. «La seconda piattaforma per capacità appartenente a Novatek, in Siberia settentrionale, nella penisola di Gydansky» si legge nella sentenza della sanzione comminata da Ue, Gb, Usa e Svizzera a stretto giro. La nave, quando ancora si chiamava Metagas Everest ed era di proprietà della società indiana Ocean Speedstar Solutions, è stata accusata dalla Norvegia di aver navigato nelle sue acque territoriali spegnendo ripetutamente il trasponder, di aver fornito dati falsi e informazioni fuorvianti. Si è poi scoperto che la Oss, con base a Mumbai non era altro che una testa di ponte per gli interessi russi in India, probabilmente operante con il beneplacito del governo indiano.
IN SINTESI la Arctic Metagaz non è soltanto una nave della flotta fantasma russa, ma una delle più attive, con scali tracciati al porto di Tieshan in Cina, in India e nei grandi interporti degli idrocarburi russi rivolti al Polo Nord. Il che non giustifica alcun attacco armato, semmai – se esistesse ancora il diritto internazionale e fosse rispettato da tutti – la sottoponeva a regime sanzionatorio e a controlli speciali. Ma prima di tornare alla pista ucraina è necessario premettere che dopo la caduta di Gheddafi in Libia, la Russia ha stabilito rapporti sempre più stretti con le milizie operanti in Cirenaica e in particolare con il generale Khalifa Haftar. Attraverso l’ex compagnia di mercenari Wagner – oggi Africa Corps passato sotto il controllo diretto dell’esercito russo – il Cremlino ha intensificato le operazioni in Libia orientale, allargando la base aerea di Al Khadim (nei pressi di Bengasi, dove i feriti dell’Arctic Metagaz sono stati trasportati) e stabilendo presidi permanenti dei porti della regione, in particolare a Tobruk. Per questo Kiev ha intensificato i rapporti con Tripoli attraverso l’unica risorsa che rimane alle esportazioni ucraine: il grano.
Si stima che dalla riapertura del cosiddetto «Corridoio del grano», che ha permesso le esportazioni di cereali ucraini attraverso il Mar Nero e il Bosforo, la Libia abbia acquistato più di 900 mila tonnellate di cereali e semi oleosi dall’Ucraina ed era il terzo importatore di orzo ucraino. Tutte consegne effettuate via mare ovviamente. Non è difficile ipotizzare che in questo traffico costante di natanti di grandi dimensioni gli Mbek ucraini (basi di lancio per droni marini) si siano potuti mimetizzare efficacemente e abbiano potuto lanciare l’imbarcazione imbottita di esplosivo che ha poi colpito l’Arctic Metagaz. Se ciò sia avvenuto con la compiacenza di Tripoli al momento non è possibile dirlo.
MA CIÒ CHE SAPPIAMO è che in questi giorni e fino al 6 marzo si sono svolte nelle acque del Mediterraneo centrale le esercitazioni periodiche anti-sommergibile della Nato Dynamic Manta. Al comando delle manovre c’è l’Italia, che coordina un gruppo di 10 Paesi alleati a guardia del neonato Fronte Sud dell’Alleanza. Dunque il traffico marittimo nel tratto di mare dove è stata affondata la metaniera russa era ingente: sottomarini, incrociatori, sistemi di terra e aerei spia. In altri termini radar accesi e puntati 24 ore su 24 alle stesse coordinate dove navigava l’Arctic Metagaz. Se, come sostengono i russi, si è trattato di un drone partito dalle coste della Tripolitania e lanciato a tutta velocità verso Malta diventa davvero difficile credere che nessuno se ne sia accorto.
