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Verso il referendum Standing ovation per Di Pietro in video

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Sostenitori del sì al Teatro Parenti di Milano foto LaPresse Sostenitori del sì al Teatro Parenti di Milano – Foto LaPresse

Mentre i relatori flash – una manciata di minuti a testa – stanno ancora parlando in tre distinti spazi del teatro Parenti, sorta di Speaker’s corner diffuso aperto e chiuso nel giro di un’ora e mezza scarsa, parlamentari, militanti e ospiti sono già in fila davanti alle porte della sala che ospiterà l’evento clou, il gran finale di Giorgia Meloni. Nessun dubbio, come i soliti giornalisti hanno inventato, la leader di FdI non ha mai esitato, non avrebbe mai voluto mancare questo appuntamento milanese, giura.

Milano, qui dove tutto ebbe inizio, qui dove si ripresenta – solo in video-collegamento – anche Antonio Di Pietro, come in un ritorno sul luogo del delitto ma con la scena rovesciata tanto da raccogliere una standing ovation. Qui dove Giorgia Meloni si ritrova sulla barricata anti-magistratura per i risvolti della storia che la hanno portata a palazzo Chigi. A pochi giorni dall’ora della Verità (parola che risuona spesso al microfono), il referendum sulla riforma della magistratura, si mescolano e si condensano rese dei conti, riscatti o vendette di vecchi arnesi della prima e della seconda Repubblica contro le ormai mitologiche toghe rosse, rivincite personali e auspici di riabilitazioni postume di padri trapassati, ma anche, perché no, o insieme, la condivisione del merito della riforma.

Su tutti si staglia la visione di orizzonti di gloria con pieni poteri di una leader che una nuova Repubblica sembra immaginarla a sua immagine e a quella di un partito che rimasto ai margini vuole ora rovesciare il tavolo ma non sembra sicuro di poterlo fare.

NEGLI ULTIMI GIORNI la premier ha scelto colori rassicuranti, toni soft, anche se il berretto maga rosso si scorge sotto il casco blu…I vertici del partito hanno allestito un vasto parterre davvero assortito. Ci sono giornalisti terzisti liberali e liberi di seguire il vento là dove tira, anche all’estrema destra ma sempre possibilmente contro la sinistra. Il grande accusatore, Luca Palamara, la toga dark, incarnazione stessa della degenerazione del correntismo, l’It boy del sorteggio. Tra una sala e l’altra e nel foyer dove pure è stato sistemato un piccolo podio per gli interventi e il capogruppo del Senato Malan fa da conduttore con scioltezza più che sanremese, si aggira un mix dove ancora sembra prevalere il “fascio” sul fashion, la nostalgia della Milano dei fratelli La Russa più che la rievocazione della Milano da bere. A scanso di equivoci proprio uno dei fratelli, Ignazio, qui come «senatore di Fdi» ma presente nel programma alla voce «saluto istituzionale», afferma senza esitazione che per la kermesse si è scelta Milano in quanto «capitale morale d’Italia».

QUESTO MATCH con i magistrati, come chiarirà la premier, più che altro finora si è presentato come un concentrato di autoritarismo e smania repressiva e al solito anche qui vengono messe insieme vicende di malagiustizia con giudici «impuntiti» e, con buona dose di cinismo, tragedie private che con la separazione delle carriere e il sorteggio del Csm non hanno niente a che vedere. Con piccolissime spruzzatine pop vintage tipo Fabio Ferrari (per chi se lo ricorda era il Chicco dei Ragazzi della terza C) decisamente eccentrico («diciamo sì quando facciamo l’amore, quando la nostra squadra del cuore segna» e poi si lancia nel monologo di Molly Bloom urlando ripetutamente sììì). Oltre allo stacchetto di Sal Da Vinci, un mezzo secondo di Per sempre sì che parte quando l’oratore di turno non ha smesso di parlare nemmeno dopo l’implacabile suono del gong. Insomma, poca roba.

Nell’infilata di magistrati che odiano magistrati, giornalisti che odiano la sinistra, attori che amano le donne e il calcio e tra i vari defunti arruolano persino Joyce e il centrista Marattin che visto lo stile dell’happening forse pensa di essere alla Leopolda, il pubblico comincia a trovarsi a suo agio nella location molto radical chic anche se si vedono in giro occhialoni scuri che fanno più Vogliamo i colonnelli che Capalbio. In tanti lanciano il grido d’allarme per quei moltissimi magistrati che vorrebbero dichiarare alla luce del sole il loro sì ma «hanno paura», protesta vibratamente Tommaso Cerno e sarà per la paura che la sua famiglia allargata vole rifugiarsi inseme a lui nel bunker della Rai dove si raccolgono tanti Fratelli e Sorelle spaventati dal mondo fuori.

ANCHE MELONI, come prima di lei La Russa, giura che tantissimi magistrati silenti («maggioranza silenziosa», aveva rievocato il presidente del senato) sono per il sì ma hanno paura a esporsi però ci sono anche i coraggiosi e «ci si dovrebbe chiedere – si accora la premier – se in una democrazia ci debba essere ancora chi deve trovare il coraggio per poter esprimere il proprio pensiero» e a sentirla sembra quasi di vivere sotto un regime ma strano, a palazzo Chigi c’è lei…

A dieci giorni dalla fine di una campagna rimasta improvvisamente sullo sfondo, coperta dal cielo nero di Teheran, si capisce che Meloni nonostante il calore della sala piena di fan non si sente sicura e ha chiesto a tutti ordine e disciplina tanto che il ministro Nordio non pare nemmeno lui, non esce dalle righe nemmeno di un millimetro. Parola d’ordine, restare nel merito della riforma tanto che lei stessa si dilunga nei particolari (con esempi non esattamente pertinenti), perché «questi contenuti non sono né di destra, né di sinistra, ma di buon senso». È l’estremo appello, quello che le fa dire, come ultima carta per convincere gli elettori del centrosinistra che non disdegnano la separazione delle carriere, che tanto lei non si dimetterà e se vincerà il No «vi terrete questo governo e pure una giustizia che non funziona». E un’Italia – perché Meloni non resiste alle tinte fosche – trasformata in Gotham city con «stupratori e pedofili rimessi in libertà, antagonisti che devastano le vostre stazioni senza alcuna conseguenza, figli strappati alle madri…». Il teatro Parenti è un tripudio, a due passi da Porta romana, sulla via per Rogoredo, nemmeno un brivido, nessuno appare sfiorato da un dubbio. Dal mondo fuori si salvi chi può.