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Riforma elettorale Gli scossoni nella maggioranza sono iniziati, cambi di casacca verso Fdi e Fi

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Seggio elettorale, foto LaPresse Seggio elettorale – Foto LaPresse

Giorgia Meloni ha confermato ieri che la vittoria del No non la costringerà alle dimissioni, diversamente da quanto fece Renzi nel 2016. «Se votate no vi terrete questo governo» ha affermato all’evento di Fdi a Milano. Un’affermazione che solo in parte risponde all’interrogativo che questa settimana ha circolato nei Palazzi romani, da quando gli ultimi sondaggi hanno fotografato una remuntada del No: quello di sue dimissioni non forzate, ma volute, per non farsi logorare nell’ultimo anno di legislatura. Per il cronista non è necessario dare una risposta alla domanda sulle intenzioni della presidente del Consiglio, ma è interessante registrare il fatto che l’interrogativo circoli, soprattutto tra i parlamentari di centrodestra.

La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha già dichiarato nei giorni scorsi che in caso di affermazioni del No non chiederà un passo indietro del governo. In questo scenario, infatti, ragiona Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato, «Meloni nei prossimi mesi verrebbe logorata da Salvini, a sua volta incalzato da Vannacci, e probabilmente anche Tajani non sarebbe più disposto a immolarsi per il trumpismo della premier». Se il No prevalesse la sera del 23 marzo, sarebbe pure complicato che la riforma cara a Meloni, il premierato, possa riprendere il proprio cammino, dopo il flop della separazione delle carriere e dell’autonomia differenziata.

Il patto Fdi-Fi-Lega sulle tre riforme si tradurrebbe in una debacle. Proprio lo scenario delineato da Boccia spinge qualcuno nella maggioranza a ritenere che la minaccia di urne anticipate sia stata messa in giro dalla stessa Meloni come arma preventiva di dissuasione verso Salvini. Tra i parlamentari di Fdi, con timore e tremore, si nega infatti che la loro leader abbia questa intenzione.

Meloni ha infatti esplicitamente dichiarato di mirare a essere la prima presidente del Consiglio a concludere l’intera legislatura da inquilina a Palazzo Chigi. Inoltre a settembre l’attuale esecutivo diverrebbe il più longevo della storia della Repubblica, superando il Berlusconi II: Meloni non rinuncerebbe mai a questo traguardo.

Eppure questi elementi, tutti veri, non rendono più tranquilli i sonni del centrodestra, tanto che le voci di tale scenario sono giunte al Quirinale. Mattarella, di fronte all’inflessibile volontà della presidente del Consiglio di rassegnare le dimissioni, non avrebbe strumenti per far proseguire la legislatura. Non ci sono forze politiche disponibili a dar vita a un altro governo, in qualsiasi modo lo si voglia denominare e con qualsiasi scopo dargli legittimità. Anche questo elemento, come la riforma elettorale proposta dal centrodestra, anticipa il premierato: la legislatura è in mano a Meloni dalla cui sola volontà dipende il prosieguo o la sua fine. Una prospettiva che a qualcuno fa temere un peccato di hybris da parte di Meloni. Accresce i timori la messa in congelatore della riforma elettorale, anche ieri rinviata a dopo il referendum.

La legge messa a punto in via della Scrofa non piace all’ampia maggioranza dei parlamentari di centrodestra: in caso di sconfitta alle prossime elezioni, il numero di parlamentari sarebbe inferiore a quelli che invece assicurerebbe il Rosatellum. Ma anche se vincesse il centrodestra, i 70 seggi del premio verrebbero spalmati nelle 20 regioni italiane. Al Nord Fdi, Lega e Fi eleggerebbero meno deputati e senatori che con il Rosatellum.

L’agitazione è alle stelle: il 15 marzo Giancarlo Giorgetti riunirà i parlamentari del Nord della Lega, con l’associazione Il Bobo, che si rifà agli insegnamenti di Roberto Maroni. Giorgetti è sempre stato un campione nell’anticipare il passaggio a un nuovo leader della Lega, anche se c’è chi giura che si tratti di una operazione a sostegno di Salvini. Ma gli scossoni nella maggioranza sono iniziati, testimoniati anche dai diversi cambi di casacca interni alla maggioranza verso Fdi e Fi.