Le bombe di Israele e Stati uniti colpiscono il South Pars, il più grande giacimento iraniano di gas. Rappresaglia di Teheran a difesa del «patrimonio nazionale»: missili sugli impianti del Golfo. La guerra arriva in Africa e Asia: senza carburante le economie tremano
A macchia d’olio Il colpo più pesante inflitto al comparto energetico dell’Iran: è il cuore della produzione del gas, rifornisce oltre il 70% del Paese
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La Mezzaluna rossa iraniana tra le macerie di un edificio a Teheran – foto ZUMA
L’escalation militare tra Iran, Stati uniti e Israele in questa fase potrebbe segnare una svolta non solo sul piano strategico ma anche su quello energetico globale. Nella giornata di mercoledì, Teheran ha denunciato bombardamenti contro strutture legate al gigantesco giacimento offshore di South Pars, nel Golfo Persico, cuore della produzione di gas del Paese. Si tratta del colpo più pesante inflitto al comparto energetico iraniano dall’inizio del conflitto.
ORMAI È STATO CHIARITO che l’urgenza della guerra israelo-americana contro l’Iran era totalmente inventata: nessun arsenale atomico, nessun piano di attacco preventivo e neanche missili intercontinentali. Una guerra voluta dagli israeliani che dovrebbe potenzialmente eliminare il perno di una minaccia percepita come sistemica. Ma l’attacco al South Pars non è un attentato per cancellare un regime, ma un tentativo di annientare il patrimonio dell’intera popolazione e delle generazioni future, in quanto circa il 70–75% di tutto il gas naturale del Paese è fornito da questo impianto e la maggior parte dell’elettricità iraniana è prodotta con centrali a gas. La distruzione del South Pars per la popolazione iraniana rappresenterebbe una catastrofe di portata gigantesca e costituirebbe un danno ecologico di immensa gravità.
Gli attacchi israeliani sono stati in coordinamento, e con l’approvazione degli Stati uniti. Lo ha riferito una fonte di sicurezza israeliana al sito Axios. Sono stati colpiti anche gli impianti petrolchimici nella città meridionale di Asaluyeh, dove il gas estratto viene trattato e distribuito. La reazione dei mercati è stata immediata: il prezzo del greggio è salito rapidamente fino a sfiorare i 110 dollari al barile, segnale di una crescente preoccupazione per la stabilità delle forniture globali. Il governatore di Asaluyeh ha dichiarato che l’incendio provocato dagli attacchi è stato domato e la situazione è sotto controllo. Intanto il flusso di gas naturale iraniano diretto in Iraq è stato interrotto.
IL QATAR condivide con l’Iran lo stesso bacino energetico. Il portavoce del Ministero degli Esteri di Doha, Majed Al Ansari, ha condannato gli attacchi, definendoli un «passo pericoloso e irresponsabile nel contesto dell’attuale escalation militare nella regione».
La giornata di ieri è stata segnata anche dall’uccisione di figure di primo piano dell’apparato della Repubblica Islamica. Tra queste il ministro dell’intelligence, Esmaeil Khatib, morto in un raid israeliano. La sua morte arriva a poche ore da un altro colpo durissimo per Teheran: la scomparsa di Ali Larijani, tra le personalità più influenti del sistema politico.
A TEHERAN, durante la mattinata, i funerali di Larijani hanno richiamato una folla imponente, tra slogan ostili agliUsa e a Israele e un clima di
forte mobilitazione emotiva. Un segnale che il conflitto, oltre a consumarsi sui campi di battaglia, si riflette anche nella dimensione interna del Paese. Secondo alcune voci, Saeed Jalili, una delle figure più intransigenti del regime, potrebbe succedere ad Ali Larijani.
I Guardiani della rivoluzione hanno rivendicato lanci di missili verso Israele, con impatti anche nell’area di Tel Aviv. Il bilancio parla di morti e feriti, mentre i sistemi di difesa non sono riusciti a intercettare tutti i vettori.
IL COSTO UMANO del conflitto continua a crescere. Secondo le autorità iraniane, oltre 1.300 civili hanno perso la vita dall’inizio delle ostilità. In Libano le vittime sarebbero centinaia, mentre in Israele si contano diverse decine di morti. Anche gli Stati uniti registrano perdite tra i propri militari. Donald Trump, da parte sua, ha mantenuto una linea dura. Ha criticato gli alleati della Nato per il mancato sostegno nella gestione dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico mondiale, fortemente compromesso dagli attacchi iraniani. Il presidente americano non ha escluso l’impiego di truppe di terra, mentre rilancia la minaccia di colpire direttamente le infrastrutture petrolifere iraniane, inclusa l’isola di Kharg, principale hub del 90% delle esportazioni iraniane.
Colpire o bloccare questo nodo significherebbe ridurre drasticamente la capacità di Teheran di vendere petrolio, con gravi ripercussioni sull’intera economia del Paese, ma comporterebbe anche il rischio di un ulteriore shock sui prezzi e di una reazione a catena nella regione.
NEL FRATTEMPO, la strategia iraniana appare chiara: alzare il costo del conflitto per tutti. Non una risposta calibrata, ma una pressione diffusa, geografica e verticale. Colpire infrastrutture, allargare il teatro operativo, coinvolgere attori indiretti. È una logica che mira a ristabilire deterrenza attraverso il caos, mostrando che ogni attacco avrà conseguenze non lineari. L’Iran ha colpito una provincia dell’Arabia Saudita dove si trovano molti giacimenti petroliferi e ha minacciato di intensificare gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere e del gas anche in Qatar e negli Emirati arabi uniti.
IN QUESTO SCENARIO, ogni mossa rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati. L’eventuale distruzione delle infrastrutture energetiche iraniane potrebbe infatti spingere Teheran a intensificare le azioni contro le infrastrutture petrolifere vicine e il traffico marittimo, aggravando ulteriormente la crisi globale. La guerra, partita con obiettivi dichiarati di sicurezza, si sta trasformando in un conflitto capace di ridisegnare equilibri economici e geopolitici ben oltre il Medio Oriente.
