Lo stretto indispensabile Stavolta sembrava che entrambe le delegazioni disponessero di un reale potere decisionale e di canali di comunicazione diretti. Non è bastato
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Una donna anziana piange davanti all'edificio dove ha perso la figlia e la sua famiglia in un attacco aereo statunitense-israeliano – EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
Nessuno aveva scommesso sui «superpoteri» di JD Vance, né su quelli della sua controparte, Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano. Eppure, stavolta sembrava che entrambe le delegazioni disponessero di un reale potere decisionale e di canali di comunicazione diretti. Non è bastato. Un confronto serrato, ma senza il sigillo di un’intesa. Dopo 21 ore di negoziato, domenica il vicepresidente statunitense Vance annuncia il ritiro della delegazione americana e sancisce il fallimento del vertice di Islamabad. E arriva l’idea geniale di Trump per aprire lo stretto di Hormuz: chiuderlo ulteriormente e imporre un blocco navale.
Dopo anni di ostilità, 12 giorni di scontri a giugno e altri 40 giorni di guerra e due colloqui falliti, immaginare un’intesa immediata a soli tre giorni dal cessate il fuoco appare un calcolo azzardato. Forse perché mancavano elementi essenziali: obiettivi chiari, fiducia reciproca e un senso condiviso di urgenza. Il portavoce del ministero degli esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha sottolineato: «La controparte americana aveva commesso un’aggressione militare, quindi non ci si poteva aspettare di raggiungere un accordo in una sola sessione». «Per arrivare al primo accordo nucleare sono stati necessari 12 anni», come ricorda Federica Mogherini, all’epoca alta rappresentante Ue agli esteri.
GLI IRANIANI, FERITI e furiosi, si sono presentati al tavolo in modo guardingo. Molti temevano una trappola anche in questo round di negoziati. Tuttavia, per la prima volta, gli iraniani ritenevano di avere un asso in mano: lo Stretto di Hormuz. Il fatto che gli Stati uniti vengano accusati di aver creato disordini inutili nel traffico energetico globale è un vantaggio che gli iraniani volevano capitalizzare, umiliando l’amministrazione americana. Per farlo, dovevano ottenere il riconoscimento – o quantomeno la legittimazione – di linee rosse fondamentali: programma nucleare, diritto all’arricchimento dell’uranio, sostegno all’Asse della Resistenza. Alla complessità già elevata si sarebbero poi aggiunte «questioni nuove», come lo status di Hormuz.
L’AMMINISTRAZIONE iraniana ha compiuto un passo storico accettando i negoziati diretti. Una scelta impensabile quando Ali Khamenei, il leader assassinato, era ancora in vita. Il nuovo potere, tuttavia, deve ora conquistarsi la fiducia della propria base e offrire almeno una parvenza di continuità rispetto al passato.
La visione trumpiana delle relazioni internazionali, che riduce tutto a «vincitori o perdenti» e «forti o deboli», e la convinzione che i forti debbano sempre trarre vantaggio dai deboli si scontra con la visione iraniana, che interpreta gli Stati uniti come una superpotenza instabile, da contenere più che da affrontare, alternando resistenza, deterrenza e negoziazione tattica. I pakistani, più realisti, puntavano a consolidare il cessate il fuoco e a mantenere aperti i canali di comunicazione tra le parti, evitando un ritorno immediato all’escalation. Un risultato modesto, ma già significativo.
LA FRETTA DI JD VANCE non ha consentito di realizzare neanche questo minimo sindacale. Probabilmente la questione era meno importante della campagna elettorale di Orbán, a cui Vance ha dedicato due giorni a Budapest.
Gli iraniani speravano che i colloqui potessero cancellare tutte le loro incertezze e portare la pace. Tutti si sentono sopravvissuti, ognuno ha qualcosa da raccontare. Mehdi Ghasemi, fotografo, racconta: «Un uomo e suo figlio, scampati per pochi secondi, gridavano invano alla donna rimasta sotto le macerie: “Puoi svegliarti? Puoi rispondermi?”. Sono letteralmente crollato. Dopo certe cose non si è più le stesse persone. È come se un filo si fosse spezzato per sempre».
Il conflitto non si consuma solo nella dimensione militare, ma anche in quella economica globale. Il prezzo del petrolio è in rialzo e i mercati si muovono in territorio negativo. Il timore principale non riguarda solo la chiusura fisica dello Stretto ma la sua trasformazione in un’area instabile e difficile da assicurare per le compagnie di navigazione. Infatti Teheran non punta necessariamente alla chiusura totale, ma a influenzare i flussi energetici globali e, di conseguenza, i prezzi del petrolio.
L’INTERAZIONE tra blocco navale e possibili ritorsioni iraniane rischia di innescare una spirale difficile da controllare. È tangibile la possibilità di una crisi energetica su scala globale, con effetti simultanei su inflazione, crescita economica e stabilità dei mercati finanziari. Un blocco prolungato potrebbe danneggiare anche l’economia iraniana, fortemente dipendente dalle esportazioni energetiche. Secondo la società di tracciamento marittimo Windward, l’Iran avrebbe triplicato le esportazioni di petrolio prima degli attacchi statunitensi e israeliani, accumulando circa 174 milioni di barili in stoccaggi galleggianti.
OLTRE IL 90% DEI CARICHI è diretto in Cina, trasportato dalla cosiddetta «flotta fantasma», con transponder spenti: almeno 129 petroliere coinvolte. Un hub di trasbordo è stato individuato al largo della Malesia, dove i carichi vengono trasferiti su altre navi prima di raggiungere i porti cinesi. Secondo Windward, il blocco navale Usa non sarebbe comunque in grado di fermare il petrolio già in navigazione.
