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Lo stretto indispensabile L’Italia è pronta a inviare le sue navi a Hormuz: a guerra finita, se tutti saranno d’accordo, se il parlamento darà semaforo verde

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Una visita di Meloni al presidente Usa Trump foto Ansa - Italian prime Minister Giorgia Meloni meets with the President of the United States of America, Donald J. Trump at the White House in Washington, USA on April 17, 2025. Photo by ABACAPRESS.COM Una visita di Meloni al presidente Usa Trump – foto Ansa

L’Italia è pronta a inviare le sue navi nello Stretto di Hormuz: a guerra finita, se tutti saranno d’accordo, se il parlamento darà semaforo verde. I 5S hanno già detto di considerare pregiudiziale l’egida Onu, con pronta risposta di Crosetto: «Siamo stati i primi a parlarne ma non capisco come si possa dire no a una missione così importante». L’annuncio è di Giorgia Meloni nella conferenza stampa che, al termine del vertice parigino dei Volenterosi, sigla il suo ingresso a pieno titolo nel gruppo sin qui guardato con sufficienza e molto distacco.

La missione è rendere di nuovo navigabile, sicuro e naturalmente gratuito lo Stretto di Hormuz: «L’Europa farà la sua parte. L’Italia farà la sua parte». Anche se non lo dice apertamente, quella parte assumerebbe le fattezze delle due cacciamine “Gaeta” e “Rimini”, già vicine allo Stretto. Alle succitate condizioni naturalmente: «È chiaro che una presenza navale a Hormuz può essere avviata solo dopo una cessazione delle ostilità, in coordinamento con tutti gli attori regionali e internazionali, con una postura esclusivamente difensiva», scandisce Meloni e sono condizioni di incerta realizzazione.

Nella sua prima dichiarazione da neo-volenterosa la premier italiana non ha detto nulla che non fosse già noto. Casomai si è allargata meno del previsto perché, se ha citato il precedente della missione Aspides come modello, ha evitato di soffermarsi sui dragamine, anche se proprio quello dovrebbe essere il suo principale contributo. Ma il senso della giornata, per quanto riguarda l’Italia, non sta nelle decisioni non prese. Sta nella sterzata politica invece del tutto compiuta, nell’istantanea di una realtà capovolta anche solo rispetto a pochi giorni fa. La leader un tempo coperta di elogi da Trump viene presa a sberle dal rude di Washington per il terzo giorno consecutivo, stavolta sul suo Truth, alludendo alla chiusura di Sigonella per gli aerei americani in missione di guerra: «L’Italia non c’era per noi, noi non ci saremo per l’Italia». La stessa ex principale alleata del Furioso, tutta di rosso vestita, trova quindi riparo a Parigi, abbracciata dall’ex rivale numero uno Macron.

Non è un giro di valzer. Piuttosto una resa. Meloni torna in Europa a pieno titolo ma lo fa con alle spalle la sconfitta della sua strategia “equidistante” e dunque senza più la carta che sinora le aveva garantito ascolto e autorità in Europa, il filo diretto con Trump, con il quale lei sola aveva mantenuto rapporti amichevoli. Meloni non replica al nuovo attacco ma nel discorso di Parigi il gelo è evidente: «Faremo il possibile per consolidare il cessate il fuoco in Libano, ottenuto anche con la mediazione degli Stati Uniti». Basta pensare a quali toni superlativi avrebbe usato in passato santificando il suo alto protettore per cogliere l’abissale differenza. Del resto non è un caso se proprio lei, l’occidentalista «testardamente unitaria», non fa cenno all’opportunità di una partecipazione americana al gruppone volenteroso, a differenza del tedesco Merz. Il cancelliere, per quanto sappia perfettamente quanto sia inutile, fa almeno il gesto di chiedere agli Usa di aderire.

Lo strappo, almeno per lungo tempo, non è ricucibile. Immaginare che Meloni abbia lavorato per arrivare alla rottura sarebbe farla più luciferina di quanto non sia. È solo che camminare su una fune è già difficile nei momenti di bonaccia: se scoppia la tempesta diventa impossibile e di tempeste più violente della guerra non ce ne sono. In questi casi, poi, anche i rancori più antichi riemergono. Nell’incontro tra Giorgetti e Bessent della settimana scorsa a Washington il ministro italiano dell’Economia si è sentito rinfacciare a brutto muso dal segretario al Tesoro controlli fiscali troppo soffocanti sulle aziende estere e la tassa sul digitale detestata da Trump.

Oggi non c’è nessuno spazio per i pacieri. Infatti Meloni neppure ci prova, rassegnata a un ritorno nella casa europea ma in posizione più in ombra di quanto sia mai stata nei suoi tre anni e mezzo di governo. Secondo la ferrea logica del «Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per necessità».