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Legge elettorale Al vertice di ieri i paletti della premier: indicazione del candidato e premio di maggioranza

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Urne elettorali, foto Imagoeconomica Urne elettorali, foto Imagoeconomica – Foto Imagoeconomica

Il vertice di ieri sera di Giorgia Meloni con gli altri leader del centrodestra non aveva lo scopo di accelerare l’iter della legge elettorale, quanto piuttosto darle la certezza che gli alleati la seguano nel suo obiettivo principale: quello di eliminare i collegi e adottare un sistema con premio e con l’indicazione del candidato a Palazzo Chigi nel programma. Sul resto è pronta a trattare.

Ma non è pronta a dare ascolto all’appello di 120 costituzionalisti, guidati dai due ex giudici della Consulta Enzo Cheli e Ugo De Siervo, che ieri hanno evidenziato tra le criticità del Melonellum proprio l’indicazione del candidato premier. I 120 giuristi hanno sottolineato come tre punti mettano a rischio di legittimità la proposta di riforma del centrodestra: il premio di maggioranza che in determinate situazioni può portare il vincitore ad avere oltre il 60% dei seggi, le liste bloccate e, appunto, l’indicazione del candidato premier assieme al programma. Esattamente le criticità esplicitate nelle scorse due settimane dalla maggior parte degli esperti ascoltati in commissione Affari costituzionali della Camera. «Meloni ascolti i costituzionalisti e ritiri la proposta di legge» ha detto Riccardo Magi (+Europa), il cui appello è caduto nel vuoto.

CERTAMENTE MELONI mira a cambiare il Rosatellum e a eliminare i collegi perché, a motivo della distribuzione dell’elettorato, è sicura di perdere tutti quelli a Sud di Roma e la stragrande maggioranza di quelli a sud dell’Emilia Romagna. Ma stanti i sondaggi e il trend innescato dopo il referendum, con il Melonellum il centrodestra perderebbe malissimo: con il probabile raggiungimento del 44-45% dei voti il centrosinistra raggiungerebbe il famoso 60% dei seggi alla Camera e probabilmente anche al Senato. Ed è quello che hanno fatto notare alcuni esponenti di Fi ai colleghi di Fdi. Tanto è vero che sia il presidente della commissione Affari costituzionali e relatore, Nazario Pagano, che la ministra Maria Elisabetta Casellati hanno nei giorni scorsi parlato di fissare un limite al premio al 55% dei seggi. Ieri anche uno dei parlamentari meloniani più accorti, Andrea De Priamo, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, ha dato la disponibilità del suo partito a «discutere» sull’entità e la modalità di attribuzione del premio. «Meloni – spiega al manifesto Dario Parrini (Pd), vicepresidente della commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama – preferisce perdere di brutto ma essere sicura di mantenere il centrodestra unito sotto la sua leadership».

SPIEGAZIONE plausibile visto il discorso fatto ieri sera agli altri leader del centrodestra. Anche la premier è pronta a discutere con gli alleati sull’entità del premio. Ma vuole da Tajani, Salvini e Lupi la “prova d’amore” sull’impianto, cioè il premio e l’indicazione del candidato a Palazzo Chigi, che sancirebbe la sua leadership in qualsiasi scenario post elettorale. Per altro Meloni fa lo stesso ragionamento nelle sue interlocuzioni con Schlein, all’insegno del simul stabunt (come leader delle rispettive coalizioni) simul cadent. Ma da parte del Pd anche ieri è arrivata una chiusura totale da Walter Verini: «Ma chi l’ha detto che con il Rosatellum ci sarebbe un pareggio? I sondaggi dicono altro. La destra rimetta nel cassetto» la riforma elettorale «e si occupi dei problemi degli italiani».

IL VERO PROBLEMA rimane il listone bloccato nazionale (70 alla Camera e 35 al Senato) con cui viene assegnato il premio. I 120 costituzionalisti nel loro appello, così come quelli intervenuti nelle audizioni, hanno detto che è incostituzionale. La soluzione proposta da Pagano è semplice: assegnare il premio “pescando” dai listini proporzionali delle circoscrizioni. Ma la Lega, o meglio la sua componente nordista, non intende sentirne parlare: il listone bloccato consente di trattare un numero superiore di candidature rispetto al peso elettorale del partito, come i collegi uninominali. L’uovo di Colombo, a cui pure si è accennato ieri, sarebbe un ricorso ai collegi uninominali proporzionali (come il Provincellum e il vecchio sistema del Senato) al posto delle liste bloccate circoscrizionali e il recupero dei migliori perdenti per l’assegnazione del premio. Basterà ai leghisti che assediano Salvini?