La guerra grande La tregua è appesa a un filo, il petrolio sale, il caro-benzina colpisce l’economia americana
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I bambini giocano nell'acqua lungo la riva mentre una flotta composta da navi portarinfuse, navi da carico e imbarcazioni di servizio è ormeggiata al largo dello Stretto di Hormuz – Foto Ap
Ricominciano a rullare i tamburi di guerra in Medio Oriente. «Non mi piace per niente, è assolutamente inaccettabile», scrive Trump affermando che il cessate il fuoco in Iran è «in terapia intensiva… ha circa l’uno per cento di possibilità di sopravvivenza». «La guerra non è finita», dice Netanyahu. Così i due alleati belligeranti liquidano l’ultima controproposta di Teheran, che il portavoce del ministero degli Esteri iraniano definisce «realistica e positiva». In realtà, nessuno aveva pensato che una qualsiasi risposta iraniana, se non una resa incondizionata, avrebbe potuto incontrare il favore del presidente americano.
IL MESSAGGIO lapidario di Trump sui social media innesca un immediato aumento del costo del greggio, rinfocolando i timori di una nuova fase di scontro aperto. Secondo Morgan Stanley, il mercato del petrolio si trova in una situazione sempre più delicata: gli elementi che hanno finora frenato l’impennata dei prezzi potrebbero perdere efficacia se la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi fino a giugno.
Teheran non è disposta a una resa, ma è pronta a compromessi anche sul nucleare. L’Iran chiede, innanzitutto, la cessazione immediata della guerra. Non una tregua, non una pausa tattica: una fine definitiva della guerra. A questa condizione si aggiungono richieste di garanzie giuridiche vincolanti contro futuri attacchi, la revoca delle sanzioni e delle restrizioni dell’Office of Foreign Assets Control – Ofac, che strangolano le esportazioni petrolifere, il rilascio degli asset iraniani congelati all’estero e la fine del blocco navale. Teheran lega qualsiasi accordo a una de-escalation su altri fronti regionali, a cominciare dal Libano. Il segnale è chiaro: il potenziale accordo non è un semplice armistizio con Washington, ma un’intesa di sicurezza regionale complessiva, nella quale i vari teatri di crisi siano ricomposti in un quadro unico.
LA POSIZIONE iraniana è altrettanto netta sullo Stretto di Hormuz, per la cui l’amministrazione Trump preme la sua riapertura incondizionata. L’Iran propone una riapertura graduale, una fase di stabilizzazione controllata, ma solo in cambio di passi americani concreti sulle sanzioni, sulla libertà di navigazione e sulla de-escalation. Hormuz non viene offerto come una concessione anticipata: resta una leva da negoziare, un pezzo della partita, non un regalo di benvenuto.
Il nodo più spinoso rimane il nucleare. Teheran rifiuta categoricamente lo smantellamento definitivo del suo programma nucleare e delle proprie infrastrutture, come chiedono gli americani. Non intende ripetere l’esperienza del primo accordo sul nucleare, crollato dopo il ritiro unilaterale di Trump durante il suo primo mandato, lasciandola esposta e vulnerabile. Tuttavia, si dichiara disponibile a discutere limiti, sequenze, monitoraggio e a trovare soluzioni per le preoccupazioni relative all’uranio altamente arricchito. Ma c’è una condizione procedurale decisiva: i negoziati nucleari non dovranno svolgersi prima di un accordo, bensì dopo. L’Iran vuole che inizino solo nei trenta giorni successivi a un cessate il fuoco e a un’intesa politica preliminare. È su questa sequenza, probabilmente, che si è infranta la pazienza di Trump.
NONOSTANTE la lunga propaganda del presidente Usa sulla presunta distruzione completa della capacità nucleare iraniana, Teheran dispone di oltre 440 kg di uranio arricchito al 60%, una soglia considerata pericolosamente vicina a quella necessaria per produrre testate nucleari.
Sul terreno, fino al momento in cui scriviamo, persiste una condizione di “né guerra, né pace”. Nonostante il cessate il fuoco dichiarato ad aprile, le ostilità non si sono mai del tutto fermate. Kuwait, Qatar ed Emirati Arabi Uniti hanno tutti segnalato attacchi con droni, con gli EAU che hanno apertamente accusato Teheran degli attacchi.
L’attenzione si sposta ora su Pechino, dove il presidente americano è atteso per un incontro cruciale con Xi Jinping. La Cina, principale partner economico dell’Iran, ha tutto l’interesse a vedere stabilizzata l’area per porre fine alla crisi energetica globale. Teheran spera che il colosso asiatico possa contrastare quello che definisce il «bullismo» americano. La Cina punta a trasformare la crisi nel Golfo Persico in cooperazione regionale, promuovendo pace, sovranità e diritto internazionale. Teheran ha già espresso il proprio sostegno al piano tramite l’ambasciatore Abdolreza Rahmani Fazli.
CON LE ELEZIONI americane all’orizzonte e l’impopolarità del conflitto tra gli elettori, a causa del caro benzina, la pressione su Trump per chiudere la partita è altissima. Eppure, le distanze tra le parti sembrano incolmabili. l’Iran non scrive proposte «per compiacere Trump» e Washington non accetta nulla che non somigli a una capitolazione totale delle ambizioni nucleari iraniane.
In questo scenario, il rischio di una nuova escalation militare rimane l’ombra più scura che incombe sul futuro del Medio Oriente.
