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Golfo A Teheran arrivano pakistani e qatarini. L’Iran non si sbilancia, Netanyahu si infuria. Restano due nodi: il nucleare e Hormuz. Non si fermano le macchine belliche: gli Usa pronti con la Lincoln, Tel Aviv punta gli impianti energetici

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Teheran, un bandiera iraniana di fronte a una gigantografia dedicata a Hormuz foto Vahid Salemi/Ap Teheran, un bandiera iraniana di fronte a una gigantografia dedicata a Hormuz – Vahid Salemi/Ap

Da giorni, dietro le quinte, si consuma a distanza una serrata trattativa diplomatica e di nervi tra Iran e Stati uniti, con il Pakistan nel ruolo di mediatore. Le parti cercano di limare al millimetro le loro posizioni per raggiungere un quadro di riferimento, in modo che entrambe possano venderlo come una vittoria in patria.

IL PAKISTAN sta conducendo un’intensa attività diplomatica. Il maresciallo Asim Munir – mediatore principale fin dall’inizio del conflitto – si è recato a Teheran per tentare di finalizzare una lettera di intenti in 10 punti che includa un cessate il fuoco permanente. Il piano dovrebbe prevedere una soluzione a breve termine che veda l’Iran riaprire lo Stretto di Hormuz e gli Stati uniti togliere il blocco ai porti iraniani, per poi avviare trattative di 30 giorni sul programma nucleare, lo sblocco di asset iraniani congelati e la rimozione progressiva delle sanzioni.

Ieri pomeriggio è arrivata a Teheran una squadra negoziale del Qatar, in coordinamento con gli Usa, per cercare di facilitare un accordo. Nonostante il Pakistan resti il principale intermediario, il coinvolgimento di Doha riflette il suo peso come alleato statunitense e attore chiave nei contatti indiretti con l’Iran. Anche Arabia saudita, Egitto e Turchia sono coinvolti nella mediazione.

Il ministero degli esteri iraniano ha ribadito di voler vedere un impegno concreto alla fine dei combattimenti su tutti i fronti, incluso il Libano, e ha chiesto lo sblocco degli asset sanzionati. Il segretario di stato Rubio ha confermato che ci sono stati «alcuni piccoli progressi», pur senza volerne esagerare la portata. Ha ribadito che la condizione fondamentale resta una sola: l’Iran non potrà dotarsi di un’arma nucleare.

Da giovedì sera circolano indiscrezioni su possibili intese che verrebbero annunciate a breve, ma mentre scriviamo non ci sono conferme ufficiali. I mediatori pakistani sperano di poter annunciare un accordo entro la festività dell’Eid del 27 maggio. Ma le variabili in gioco sono ancora troppe.

ANCHE SE VENISSE concordata, la lettera d’intesa rimanderebbe a un secondo momento la soluzione dei due principali ostacoli. Sul nucleare un accordo definitivo è sicuramente irrealistico: l’Iran potrebbe accettare limiti temporanei, controlli dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e riduzioni dell’uranio arricchito, ma non rinuncerà mai interamente al programma nucleare. Washington esige che consegni le riserve di uranio arricchito – 400 chili al 60% – e si impegni a sospendere l’arricchimento per almeno un decennio. I leader iraniani hanno pubblicamente respinto queste condizioni e il presidente Pezeshkian ha dichiarato che il paese «non farà mai un passo indietro» nei negoziati.

Il secondo nodo riguarda lo Stretto di Hormuz e il libero transito della navigazione. Teheran ha avviato trattative con l’Oman per istituire un sistema di pedaggi permanenti sul traffico marittimo attraverso la Persian Gulf Strait Authority (Pgsa), il nuovo ente iraniano che dovrebbe regolare lo Stretto. Trump si oppone, definendo Hormuz una via d’acqua internazionale che deve restare libera e aperta, senza pedaggi. Rubio ha aggiunto che un simile sistema renderebbe qualsiasi accordo con gli Usa di fatto «non realizzabile».

Contemporaneamente continuano incessanti le preparazioni militari. Il Comando centrale statunitense ha confermato che il gruppo d’attacco della USS Abraham Lincoln mantiene la «massima prontezza operativa» nel Mar Arabico, continuando il blocco dei porti iraniani, mentre l’Iran starebbe ricostituendo le proprie capacità offensive.

Il presidente Usa deve contenere anche il primo ministro israeliano Netanyahu, che ha insistito sul fatto che i raid militari contro la Repubblica islamica debbano riprendere. Secondo fonti anonime citate dall’Ap, martedì i due hanno avuto «una telefonata drammatica» da cui Bibi sarebbe uscito furioso. Il ministro dell’energia israeliano Eli Cohen ha avvertito che, in caso di ripresa dei combattimenti, «non ci sarà alcuna vacca sacra» in Iran, con attacchi mirati a siti energetici, impianti petroliferi e centrali elettriche.

Non è proprio sicuro che l’affermazione di Trump secondo cui il premier israeliano «farà quello che voglio io» corrisponda ai fatti: direttamente e indirettamente, Israele può provocare la guerra trovando la sponda giusta negli intransigenti iraniani. Da parte sua Trump ha avvertito che, senza un accordo ai suoi termini, potrebbe riprendere le operazioni militari.

I PREZZI DEL PETROLIO ieri hanno riflesso tutta l’incertezza, oscillando in un ampio intervallo. Il Brent è girato attorno ai 105 dollari al barile. Goldman Sachs ha avvertito che le riserve globali di greggio e prodotti petroliferi si stanno riducendo a un ritmo record, con la riserva tampone mondiale che si assottiglia rapidamente.

Il cauto ottimismo, smorzato in serata da Teheran che non dà l’accordo per così imminente, non basta a dissipare il rischio di un errore di calcolo. Con le flotte americane in stato di massima allerta, i missili iraniani in fase di ricostituzione e Israele che spinge per una ripresa degli attacchi, il Medio Oriente resta sul filo del rasoio.