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L'iter Il nuovo testo in aula alla camera il 26 giugno per avere l’ok anche in senato prima della pausa. Premio al 42%, niente ballottaggio

Meloni, Salvini e Tajani durante un comizio per le elezioni regionali foto Luca Zennaro/Ansa Meloni, Salvini e Tajani durante un comizio per le elezioni regionali

La conferenza dei capigruppo della Camera ha deciso ieri pomeriggio di calendarizzare in Aula la riforma elettorale per il 26 giugno, così da poter contingentare i tempi della discussione dall’1 luglio, come consentono i regolamenti. Una corsa a tappe forzate, visto che la maggioranza ha presentato solo ieri sera in commissione Affari costituzionali un uovo testo da cui si dovrà ripartire ex novo. Una corsa «come per un decreto in scadenza» ha commentato Riccardo Magi di +Europa, che tuttavia fa capire l’intenzione della premier Giorgia Meloni di voler approvare il nuovo sistema elettorale prima della pausa estiva in via definitiva anche in Senato. Una intenzione che si presta a varie interpretazioni, ma che consegna due certezze: Meloni non vuole in nessun modo votare con il Rosatellum e si tiene pronta a qualsiasi evenienza.

LA DECISIONE DELLA calendarizzazione a fine giugno, mentre la Commissione deve ancora concludere la discussione generale sul Melonellum, è stata richiesta dai capigruppo di centrodestra e accolta dal presidente Lorenzo Fontana, nonostante la ferma contrarietà di tutte le opposizioni, cioè i capigruppo di Pd e M5s, Chiara Braga e Riccardo Ricciardi, il vice di Avs Marco Grimaldi e Magi di +Europa. Questi conversando con i cronisti hanno parlato di «gravi forzature». In effetti in Commissione si è appena alla discussione generale, dopo le audizioni, che si sarebbe dovuta concludere ieri pomeriggio con l’indicazione poi del termine per gli emendamenti. Ma già questa procedura ordinaria era stata in precedenza inquinata dall’annuncio da parte di esponenti della maggioranza di voler presentare non emendamenti correttivi al Melonellum, bensì un nuovo testo, per superare le criticità evidenziate dagli esperti. Insomma, la discussione verteva su un «non testo» come hanno detto Simona Bonafè (Pd) e Filiberto Zaratti (Avs). Per di più il testo bis era stato nei giorni scorsi anticipato ai giornalisti, ma non ai deputati della Commissione. Obiezione su cui alla fine la maggioranza si è piegata: nel tardo pomeriggio i relatori, cioè Angelo Rossi (Fdi), Igor Iezzi (Lega), Giuseppe Colucci (Nm) e Nazario Pagano (Fi) lo hanno presentato e illustrato in commissione.

I CONTENUTI SONO quelli noti (a giornalisti e cultori): la soglia per accedere al premio sale dal 40% al 42%; il premio di governabilità è fissato in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, dove non potranno essere superati dalla coalizione vincente rispettivamente i 220 deputati e i 113 senatori. Rimane l’indicazione del candidato premier assieme al programma, come succedaneo del premierato. E rimangono sia le liste circoscrizionali che il listone bloccato nazionale: punto indicato come incostituzionale da tutti gli esperti auditi, compresi quelli che hanno sdoganato il meccanismo del proporzionale con premio.

NON C’È TRACCIA, dunque, di preferenze per le quali Fdi dovrà valutare se presentare un emendamento in Aula. Non in commissione, dove il testo sarà blindato per difendere l’instabile equilibrio trovato nel centrodestra. Unica novità una delega al governo per rivedere il voto postale degli eletti all’estero.

Perché dunque questa repentina accelerazione, quando finora si parlava di un primo sì della Camera entro luglio e di quello del Senato a ottobre? Le letture sono molteplici. Zaratti di Avs vi vede il desiderio di Meloni di urne a ottobre, per evitare l’onere della finanziaria. Parlamentari di Fdi dicono al contrario che l’approvazione immediata della riforma consentirà alla presidente del consiglio di affrontare la legge di bilancio senza dover trattare con gli alleati sulla legge elettorale. Altri infine ritengono che la premier si lasci il margine di ulteriori interventi prima del voto in caso di bocciatura del Melonellum da parte della Corte costituzionale. Scenario paventato da quasi tutti i costituzionalisti ascoltati.

DI CERTO LA PREMIER si vuol sentire libera di affrontare tutte le circostanze con l’arma del voto anticipato, anche se ieri Giovanni Donzelli ha parlato di elezioni a scadenza naturale, nel settembre 2027. Ma mai con il Rosatellum. Perderebbe la gran parte dei 147 collegi uninominali (nel 2022 ne vinse 122). In fondo il Melonellum è un grande Gerrymandering, una grande modifica fraudolenta del perimetro dei collegi per non perdere, passando da 147 ad un unico collegio nazionale, con il quale se la può giocare. «Hanno paura di perdere e si cuciono una legge su misura» ha chiosato Bonafè.