Orizzonte di fuoco Intanto si avanza con «occhio per occhio»: missili da una parte all’altra. Cresce il nervosismo di Trump intorno alla gestione di Hormuz
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Allo scambio giornaliero di battute diplomatiche, minacce e pretese si è ora aggiunto un «tit for tat» militare, un vero e proprio «occhio per occhio» tra iraniani e americani. Le parti si accusano a vicenda di «grave violazione del cessate il fuoco», seppur nessuna delle due abbia voglia di riaprire il conflitto su vasta scala. Le fonti statunitensi riferiscono che i negoziatori americani e iraniani hanno raggiunto un accordo di massima ma che l’intesa deve ancora essere approvata da Trump. Non è la prima volta, si spera che sia l’ultima.
IERI I GUARDIANI della Rivoluzione hanno colpito una base aerea Usa in Kuwait, definendo l’attacco una rappresaglia per i raid statunitensi condotti nei giorni precedenti contro la città di Bandar Abbas. Teheran ha minacciato una risposta «più decisa» in caso di nuove operazioni militari americane. Il ministero degli esteri kuwaitiano ha condannato l’azione definendola una «palese violazione della sovranità» e una «minaccia diretta alle infrastrutture vitali», riservandosi il diritto all’autodifesa. Anche Qatar, Arabia saudita ed Emirati hanno accusato l’Iran di alimentare l’escalation regionale.
La tensione era salita già nella serata di mercoledì, quando l’Iran aveva lanciato un missile balistico verso il Kuwait, intercettato dalle difese aeree locali. Nelle stesse ore, le forze americane avevano abbattuto cinque droni iraniani vicino allo Stretto di Hormuz e impedito il lancio di un sesto velivolo da Bandar Abbas.
Nello stesso giorno, i Guardiani avevano sostenuto di aver abbattuto un drone americano e aperto il fuoco contro un caccia Usa entrato nello spazio aereo iraniano. Lunedì, infine, le forze Usa avevano colpito nel sud dell’Iran siti missilistici e imbarcazioni accusate di voler posare mine nello Stretto di Hormuz.
I MEDIATORI, tra cui il Pakistan, tentano di salvare il dialogo. Il ministro degli esteri pachistano, Ishaq Dar, oggi incontra il segretario di stato Marco Rubio, mentre Donald Trump si è detto «non soddisfatto» dei progressi nei negoziati, accusando Teheran di voler trascinare i colloqui per superare le elezioni di metà mandato negli Stati uniti. Trump ha minacciato apertamente anche l’Oman, storico alleato e mediatore, intimandogli di «comportarsi bene» nella gestione dello Stretto, arrivando a minacciare di «farlo saltare in aria».
Il pomo della discordia è la proposta iraniana di una gestione congiunta dello Stretto tra Teheran e Mascate, con la riscossione di pedaggi marittimi attraverso la neonata Persian Gulf Strait Authority. Gli Stati uniti hanno già sanzionato l’nte, definendolo un sistema di «estorsione globale».
Trump ha inoltre avanzato una bizzarra richiesta diplomatica di legare la firma di un accordo di pace con l’Iran all’adesione di diversi Paesi musulmani agli Accordi di Abramo per la normalizzazione dei rapporti con Israele. Secondo Trump l’espansione degli Accordi dovrebbe diventare una condizione «obbligatoria» per qualsiasi intesa con Teheran.
Secondo il presidente statunitense, Paesi come Arabia saudita e Qatar dovrebbero riconoscere immediatamente Israele come parte del processo per porre fine alla guerra che Washington e Tel Aviv hanno iniziato il 28 febbraio. «Lo devono agli Stati uniti», ha detto aggiungendo che un eventuale rifiuto dimostrerebbe le loro «cattive intenzioni». Si è spinto fino a ipotizzare un futuro ingresso dello stesso Iran negli Accordi di Abramo, definendolo «qualcosa di speciale».
La proposta ha però suscitato reazioni fredde o apertamente negative. Riyadh ha ribadito che non prenderà in considerazione alcuna normalizzazione senza progressi concreti verso la creazione di uno Stato palestinese indipendente, mentre il Pakistan – nonostante il ruolo di mediatore nei colloqui – ha respinto categoricamente l’idea. Il ministro della difesa Khawaja Muhammad Asif ha dichiarato che il riconoscimento di Israele contrasterebbe con le «ideologie fondamentali» del Paese.
LA MOSSA DI TRUMP è vista come un tentativo di soddisfare la propria base elettorale e i falchi anti-iraniani in vista delle elezioni di metà mandato. Secondo alcuni analisti iraniani, Trump spera ancora di trovare una via d’uscita simile a quella venezuelana, anche se per ora non emergono fratture significative tra i vertici della Repubblica islamica. Tuttavia, alcuni osservatori non escludono una serie di assassinii mirati da parte degli Stati uniti per facilitare un simile scenario politico.
Ieri la Guida suprema, Mojtaba Khamenei, in occasione dell’inizio del terzo anno di attività della legislatura, ha chiamato all’«unità nazionale» e ha definito il parlamento «l’incarnazione della democrazia religiosa» e «il pilastro della legge» nella Repubblica islamica. L’affermazione rimette al centro l’attività parlamentare e rafforza la legittimità del gruppo negoziale guidato dal presidente del parlamento.
Apparentemente, anche i Guardiani della Rivoluzione sembrano difendere il governo: il deputato di Teheran, Kamran Ghazanfari, che aveva aspramente criticato l’operato del presidente Masoud Pezeshkian, è stato duramente attaccato dal quotidiano Javan, notoriamente vicino ai Guardiani. In un editoriale, Abdollah Ganji, ex direttore del giornale, ha definito le critiche di Ghazanfari «ripugnanti, illogiche e offensive».
