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Asia occidentale Sidone era un porto sicuro, ora non lo è più: eppure è qui che arrivano gli sfollati del sud, in scuole e centri senza più mezzi

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SIDONE, LIBANO - 27 APRILE: Alcune famiglie davanti a un centro di accoglienza per sfollati interni il 27 aprile 2026 a Sidone (Saida), in Libano. Circa 50 delle circa 300 persone che hanno cercato rifugio qui erano tornate nelle loro case nel sud del Libano, per poi tornare poco dopo, poiché Israele ha continuato a scambiare attacchi con Hezbollah nonostante l'accordo di cessate il fuoco in vigore. Ieri, le autorità libanesi hanno dichiarato che 14 persone sono state uccise negli attacchi israeliani nel Paese, mentre Israele ha affermato che uno dei suoi soldati è stato ucciso in un attacco di Hezbollah. (Foto di Adri Salido/Getty Images) Alcune famiglie davanti a un centro di accoglienza per sfollati interni a Sidone – (Foto di Adri Salido/Getty Images)

La città di Sidone resta ancora un porto sicuro, il primo approdo di chi scappa dal sud. Non che la guerra qui non sia arrivata: sono stati tanti in questi tre anni di guerra i bombardamenti in città e in tutto il distretto. Ma qui a sud, ormai, bene vuol dire meno peggio.

È UNA GIORNATA di vento e dalla strada che arriva da Beirut le onde lontane sulla destra sono tante piccole linee di bianco che appaiono e scompaiono in un niente. L’asfalto consumato dell’autostrada costiera, una lunga striscia grigia che da Tripoli porta a Tiro attraversando mondi più che città, in qualche punto è più scuro. Le gomme non hanno ancora cancellato le tracce delle auto in corsa colpite dai droni israeliani e bruciate sul posto.

È un venerdì tranquillo, il suq è quasi vuoto per l’ultimo giorno dell’Eid el-Adha, la festa del Sacrificio di Isacco, quello in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio. Resta aperto qualche negozietto di souvenir, più per abitudine che altro: non è tempo di villeggiatura. Il lungomare è affollato invece, i bambini giocano, si rincorrono, ridono. E questa notte, come ieri, dormiranno in macchina o in una tenda improvvisata con qualche telo teso tra gli sportelli aperti e il marciapiedi.

«Te ne rendi conto al mattino all’alba, o a tarda sera. Di giorno non si capisce la quantità impressionante di persone arrivate in questi ultimi giorni. È anche una questione di dignità, di pudore. Perché la gente dovrebbe essere a suo agio a condividere la propria intimità e quella della sua famiglia?». Il sorriso di Salwa Saudi, a capo del ramo di Sidone di Amel, ong libanese che gestisce 27 rifugi nel distretto, accoglie e mette a proprio agio, così come il suo tono di voce, calmo e vivo. Parla degli sfollati, di una situazione «più grande di tutti noi. Parliamo di 27mila persone nei rifugi. Di 180mila fuori». Si ferma, chiede il permesso di rispondere a telefono.

«E DEVI AGGIUNGERNE altri 15mila. Ma questi sono solo quelli registrati. Io direi che solo nel distretto di Sidone, tra i vecchi e i nuovi arrivati, siamo almeno a 300mila. I tagli al nostro settore – dice, riferendosi ai tagli dell’80% alle agenzie del terzo settore voluti e annunciati Trump nel giorno del suo insediamento alla Casa bianca – adesso si fanno sentire. Nella prima fase della guerra, nel 2023-24, avevamo molti più fondi da gestire. Adesso no, non siamo in grado di offrire la risposta necessaria. Manca tutto. I rifugi, che poi sono scuole nella maggior parte dei casi, non sono abilitati ad accogliere un numero così alto di persone. Si tratta dei bisogni più basilari come acqua, gas, elettricità, per non menzionare il resto». Le sue colleghe ci offrono un caffè, conversiamo, a lungo. «Non sono ovviamente tutti nei rifugi. Molti, con i risparmi che avevano, hanno preso una casa in affitto. Ma si moltiplicano le storie di chi deve lasciare casa. Anche chi ha dei parenti fuori e si è fatto mandare soldi, fino a quando può contare su quello? Anche Hezbollah, che fino alla prima fase della guerra riusciva a distribuire soldi e aiuti, ora non ha più molte risorse». Avrebbe storie da raccontare per giorni, ma come chi i problemi li vede e fa tutto quello che è nelle sue possibilità per risolverli, senza perdersi in chiacchiere.

«È un’emergenza del paese intero, non del sud. Il problema è che in questi anni ci hanno abituato a parlare la loro lingua, gli israeliani. Niente ci scandalizza più», irrompe così nella conversazione Shaden, che fino a quel momento era rimasta in silenzio mentre annotava cifre e conti sul suo blocco. Parla del linguaggio della divisione, del noi contro loro e tutti contro tutti, facendo riferimento alle comunità del paese. Si apre un dibattito su cosa voglia dire essere libanese oggi. Un dibattito che va avanti da molto tempo.

POI ARRIVANO i bambini. «Io, io! Intervista me! Mi chiamo Maya. Hai fratelli o sorelle? Sì. Sono grandi? Sì, così!», e allunga il braccio alzandosi sulle punte. Poi c’è Malika, di Ghassanieh, una quindicina di chilometri a sud di Sidone. Ha otto anni e racconta che è arrivata nel centro di accoglienza due mesi fa: «Sono qui con mamma e papà e le mie due sorelle, una più grande, una più piccola». Gli insegnanti della scuola fanno lezione ai bambini, i volontari li aiutano. Le storie si assomigliano.

POI CI SONO i nuovi arrivati. Nel centro sono passati da 590 a 620, ma la capacità era e rimane di 150 persone. Hassan è un uomo sulla cinquantina, fa il verduraio a Tiro. «Siamo arrivati due giorni fa, io mia moglie e mia figlia. Così, all’improvviso. Non c’è stato tempo di prendere niente. Il palazzo dove abito non è stato colpito, non ancora per lo meno. Nessuno capisce bene quello che succederà. Non sappiamo niente». Non vuole essere fotografato, non vuole che la sua testimonianza possa creargli problemi. Si vive così, in uno stato di incertezza continuo, di paura, di assenza di punti di riferimento.

Ali è un uomo giovane, faceva assistenza tecnica ai servizi informatici in un piccolo centro ospedaliero di Nabatieh fino a tre giorni fa, poi «la Croce rossa ci ha portati qui, a me e ai miei colleghi. L’ospedale è stato svuotato, i pazienti sono stati trasferiti in altri complessi a Sidone, qualcuno a Beirut. La situazione è insostenibile là. Solo mio padre è rimasto a Nabatieh». Il resto della famiglia è in altri rifugi.
In molti hanno la certezza che non torneranno più, ma si aggrappano a qualunque speranza. Una giovane ragazza di Kfar Kila, un villaggio al confine sud-est completamente raso al suolo già nella prima fase della guerra, racconta anche con un certo sorprendente senso dell’ironia di come lei e la sua famiglia si stiano spostando sempre più a nord. «Eravamo a Kfar Kila e abbiamo preso una casa in affitto a Nabatieh. Poi ci hanno costretto a lasciare Nabatieh e siamo arrivati a Sidone. Ogni volta più a nord. Cosa succederà dopo?».

SULLA STRADA ci sono i soliti venditori di fave, di piselli, delle prime angurie, di albicocche. Poi ci sono quelli che vendono il pesce appena pescato. Andranno via quando le cassette saranno vuote. A farci attenzione, si sentono in lontananza le esplosioni dei bombardamenti di una guerra che sembra ricorrere gli abitanti del sud del Libano.
C’è ancora vento. Adesso il Vecchio Serail voluto dall’emiro Fakhreddine e la città vecchia sono sulla destra, il mare si è spostato a sinistra. I bambini continuano a giocare sulla Corniche, come chiamano qui il lungomare, al sole stranamente ancora non cocente a maggio, di un venerdì tranquillo, di un porto quasi sicuro.