Legge elettorale Depositati gli emendamenti. Dal campo largo si differenzia il M5s: proporzionale puro che non prevede coalizione
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Sono 771 gli emendamenti alla riforma elettorale depositati ieri a mezzogiorno in commissione Affari costituzionali della Camera, di cui quattro firmati dai capigruppo del centrodestra con altrettante proposte, una delle quali risolve uno dei problemi più rilevanti di costituzionalità, mentre le altre tre ne accentuano le criticità. Da martedì prossimo si inizierà a votare gli emendamenti in commissione in una corsa contro il tempo stigmatizzata in una nota congiunta da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, che accusano la destra di «forzare la mano» sia sui contenuti della nuova legge sia sull’iter parlamentare. Tuttavia, pur avendo presentato oltre 300 emendamenti congiunti, a livello di controproposta il centrosinistra è diviso all’appello: Pd, Avs, Iv e +Europa hanno presentato un emendamento con un sistema maggioritario, mentre M5s ne ha depositato uno proprio con un sistema proporzionale.
GLI EMENDAMENTI saranno fascicolati nei prossimi giorni e resi noti ufficialmente lunedì, quando il presidente della commissione, Nazario Pagano, indicherà quelli eventualmente inammissibili. Nel frattempo i presentatori hanno reso noto le proprie proposte. Dai capigruppo di maggioranza sono arrivati quattro emendamenti. Il primo prevede che anche i voti del Trentino Alto Adige concorrano al computo della cifra elettorale nazionale per assegnare il premio, risolvendo così uno dei principali problemi di costituzionalità.
La seconda di tali criticità è che il premio sia un listone bloccato nazionale di 70 nomi (35 per il Senato), benché articolato nelle 28 circoscrizioni elettorali; ebbene il secondo emendamento risolve nominalisticamente la questione affermando che il premio viene attribuito con listini circoscrizionali. Nominalistica anche l’emendamento che vuole risolvere la terza criticità, l’obbligo di indicare assieme al programma il candidato premier: l’emendamento fa salve le prerogative del presidente della Repubblica e, pleonasticamente, ribadisce l’assenza di un vincolo di mandato per i deputati come prevede l’articolo 67 della Costituzione. Il quarto emendamento impone l’obbligo, per i candidati nel listone del premio, di essere presenti anche nei collegi plurinominali proporzionali. Norma che rende per l’elettore ancora più indecifrabile, viste anche le pluricandidature in altri collegi, chi sono i reali candidati del partito che intende votare.
Edoardo Ziello ha confermato che Futuro Nazionale ha depositato tre emendamenti riguardanti le preferenze, le firme digitali per presentare le liste e per abbassare al 35% la percentuale di donne nei listini proporzionali e nel listone nazionale. Contravvenendo all’accordo nella maggioranza di non presentare emendamenti non concordati, Noi moderati ne ha presentati tre, riguardanti le preferenze.
QUANTO ALLE OPPOSIZIONI, dal campo largo sono giunti 331 emendamenti soppressivi congiunti, più altri 293 della stessa natura da Avs. A questi si aggiungono altre cinque proposte sul voto ai fuorisede, sulle firme digitali per presentare le liste, sulla parità di genere nel listone bloccato del premio, sul Trentino Alto Adige e sulla sostituzione del listone bloccato con lo scorrimento dei listini proporzionali per l’assegnazione del premio. Curiosamente questo meccanismo sarebbe quello gradito da Fdi (fotografa i rapporti di forza dentro la coalizione), ma vi si oppone la Lega. Se saltasse il listone bloccato, come anche se passassero le preferenze, salterebbe l’accordo nel centrodestra sulla legge elettorale. Anche se le opposizioni non hanno l’onere della proposta legislativa, visto che la riforma elettorale la vuole il centrodestra, esse si presentano divise a livello di controproposta rispetto al Melonellum.
PD, AVS, IV E +EUROPA hanno rilanciato il vecchio sistema in vigore per il Senato prima del Porcellum, quindi un modello maggioritario che favorisce le coalizioni. M5s ha invece proposto un proporzionale che, in quanto tale, non presuppone una coalizione. Una scelta coerente con quanto da sempre ha sostenuto il Movimento, ma che tra gli alleati, è stato visto con malcelato disappunto: come a indicare che con un piede si sta dentro il centrosinistra e con l’altro fuori.
