Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Alleanza strappata Sugli impegni per la difesa la carta della reticenza

LEGGI ANCHE Vertice Nato versione sovranista, la crisi in scena ad Ankara

Giorgia Meloni e i ministri Tajani e Crosetto al Senato foto LaPresse Giorgia Meloni e i ministri Tajani e Crosetto al Senato – foto LaPresse

Come sempre quando c’è di mezzo Donald Trump la premier italiana, come del resto tutti i suoi colleghi europei, si prepara a un vertice senza sapere quale sarà il quadro reale, cioè quanto aggressivo e battagliero sarà il presidente. Per lei c’è un motivo di incertezza in più: incontrerà per la prima volta l’ex amico del cuore dopo le sberle che i due si sono scambiati di ritorno dal G7 di Evian. Un incontro bilaterale non è previsto e forse in questo momento non sarebbe neppure consigliabile ma le occasioni di incrociarsi non mancheranno e, con un tipo simile, è una situazione potenzialmente esplosiva.

Ieri Meloni si è sentita al telefono con Erdogan, per fare il punto su uno dei temi all’ordine del giorno a cui l’Italia tiene particolarmente. La minaccia che grava sull’Europa sul «Fianco sud». Secondo la premier, equivale a quella che potrebbe arrivare da est. Le truppe russe e i poveracci sui barconi per lei pari sono. Pare che su questo piano lei e il turco si siano intesi perfettamente.

Poi c’è l’Ucraina e qui l’Italia ha dovuto arrendersi. Il vertice deciderà uno stanziamento di 140 miliardi nel biennio 2026-27 per aiuti non solo militari, e l’Italia, giurano a palazzo Chigi, intende concentrarsi sul sostegno civile. Dal conto vanno sottratti i 60 miliardi di aiuti europei già stanziati. L’Italia aveva chiesto di procedere come fatto sinora, decidendo gli stanziamenti anno per anno, «anche per dare un possibilità in più a una soluzione pacifica» prima della scadenza. Si è trovata in minoranza ed è passato lo stanziamento biennale.

Ma, per quanto importanti, questi capitoli saranno ad Ankara solo il contorno. Il vero tema del vertice è il Burden Shifting, lo spostamento di una parte sostanziosa dell’onere delle spese per la difesa dalle spalle Usa a quelle europee. Questo verrà a reclamare Trump e per l’Italia, che non dispone di spazio fiscale ampio come la Germania, è il passaggio più critico. La premier tenterà di essere reticente. Probabilmente ribadirà l’impegno di arrivare nel 2035 a stanziare il 3,5% del Pil per la difesa e l’1,5% per la sicurezza ma in realtà non è affatto certa di potercela fare. Dunque rivendicherà il salto in due anni dall’1,6 al 2,8% per la difesa, incluso uno 0,71% per la sicurezza. Garantirà l’intenzione irremovibile di proseguire sulla «traiettoria di crescita». Più di questo non può promettere.

Come finanziare l’aumento della spesa militare, sottolineano a palazzo Chigi, non è questione che riguardi la Nato. Significa che non si dovrebbe parlare della spinosa questione del Safe, il prestito europeo agevolato di 14 miliardi. Quella è materia di competenza Ue, non c’è motivo di affrontarla in sede di Alleanza. In materia la situazione è di massima ambiguità. Due giorni fa il ministro della Difesa Crosetto si è detto convinto che l’Italia accederà al prestito in modo da poter coprire gli impegni non di quest’anno ma del prossimo. Prima però è necessario un passaggio parlamentare per nulla facile, date le resistenze di una Lega troppo disperata per non irrigidirsi. Sul Purl, l’acquisto di armi americane per l’Ucraina che è un altra faccenda non secondaria per Donald il Mercante, l’Italia ha già deciso di rispondere picche. Tenterà però di indorare la pillola sottolineando che in fondo le armi si comprano sempre, almeno quasi tutte, dagli Usa. Che problema c’è?

Nel complesso il governo ostenta ottimismo. Ritiene improbabili mosse clamorose come un sostanziale disimpegno americano, considerando che gli Usa hanno in fondo tanto bisogno della Nato quanto gli alleati. Ma per tutti, e per l’Italia più che per gli altri, l’incognita è cosa, oltre ai quattrini, chiederà agli alleati un Trump furibondo per il mancato appoggio totale alla sua guerra in Iran. L’esito del vertice, per Meloni, dipende in parte anche da quel capitolo che in agenda non c’è ma sul quale difficilmente il Furioso sorvolerà.