Limite ignoto I russi sono alle porte della città ucraina, anzi «qualcuno si è già infiltrato nelle case»: qui si svolgerà l’ultima battaglia per il Donbass. Kiev risponde e arriva di nuovo a San Pietroburgo: colpito un altro terminal petrolifero
«Kab, Kaaaab». Un ragazzo in uniforme militare entra nel caffè e urla. Non sa dove andare, il locale è piccolo, arriva alla finestra e si volta, impietrito. Un boato fa tremare i muri, le finestre e il soffitto. Ci guardiamo tutti. L’ufficiale al tavolino con noi si alza e mette istintivamente la mano alla pistola – solo gli ufficiali ne possono portare una – ma poi la rialza e la apre verso di noi. «Calmi» dice, ma gli occhi fissano verso l’uscita del caffè, i suoi come quelli di tutti.
L’anziana signora che stava sistemando gli ultimi arrivi dietro al bancone apre una scatola, prende un pacco di fazzoletti, va verso la finestra, poi torna indietro e li riposa sulla scatola. Si guarda intorno e inizia a lucidare con foga l’espositore dei dolci finché non si appoggia a una sedia, esausta. «Hanno colpito la stazione degli autobus», dice una ragazza in uniforme che entra trafelata.
Usciamo ma in quel momento un furgoncino grigio svolta l’angolo sgommando e da un altoparlante stride: «Kab in arrivo, Kab in arrivo, cercate un rifugio ora!». Tutti corrono dentro di nuovo, i telefoni dei militari squillano, gli ordini dicono di ripartire. Corrono alle macchine e sgommano via, la strada è completamente vuota, sferzata da raffiche di vento talmente forte da rovesciare le sedie.
KRAMATORSK si è trasformata negli ultimi mesi. La capitale del Donetsk ucraino è ora bersaglio quotidiano dei droni Fpv (first person view, pilotati dall’addetto con un visore sugli occhi) russi, non è più sicuro spostarsi in macchina. Le strade del centro sono sovrastate dalle reti anti-drone, non tutte però. «Il sindaco – raccontano lamentandosi alcuni civili – ha prima detto che le reti non sarebbero servite e poi quando servivano ha detto che era troppo tardi per montarle».
Però ha fatto in tempo a costruire le trincee: tre linee di difesa con fossi anticarro, mine, filo spinato e denti di drago cementati da ogni lato. Mancano batterie di contraerea e contro i Kab, vecchie bombe plananti sovietiche da oltre due quintali sganciate dai caccia, e gli altri missili ci si oppone con difficoltà.
A est i russi sono a circa dieci chilometri di distanza, a nord stanno spingendo su Lyman e la strada per Sloviansk. Lyman si trova su un’altura che domina le postazioni di difesa ucraine sottostanti, la sua cattura significherebbe la fine di Sloviansk e della via che dal Donetsk porta al Kharkiv.
Ma anche senza Lyman le strade verso nord e nord-est sono già quasi chiuse. Ci passano solo i militari sfrecciando e senza rallentare mai. A sud ci sono Druzhkivka e Kostiantynivka e poi il resto del territorio del Donetsk occupato dai russi.
A Kostiantynivka si combatte da più di otto mesi e venerdì i russi hanno annunciato la sua conquista, smentita poche ore dopo dagli ucraini. «Se Kostiantynivka ora è sotto controllo russo, allora Putin non avrà problemi a incontrarmi lì», ha dichiarato ieri Volodymyr Zelensky. «Se vuole proprio venire in Russia per negoziare venga a Mosca» hanno risposto dal Cremlino, da dove poco dopo è arrivata una strana proposta: un cessate il fuoco a Kostiantynivka tra le 12 e le 18 del 6 luglio per «riconsegnare i corpi dei caduti ucraini».
Un militare, che è di stanza lì e che si trova a Kramatorsk per qualche giorno di riposo, ci spiega sottovoce che i russi si sono effettivamente «infiltrati in qualche casa», a piccoli gruppi, «spesso neanche ce ne accorgiamo perché sono come i ratti».
LA DEFINIZIONE più corretta forse sarebbe «zona grigia», l’espressione che si usa per il fronte al tempo della guerra dei droni: una zona non controllata pienamente da nessuna delle due parti ma dove ci si scambiano attacchi con i droni giorno e notte. Solo che i russi continuano a inviare uomini, «è impressionante, non so come facciano, più ne ammazziamo più ne arrivano, da ieri notte ne abbiamo eliminati 18 e ti parlo solo della mia squadra. Perché cazzo non si fermano non lo capisco: ne arrivano decine al giorno, a gruppetti per cercare di non farsi individuare dai droni e muoiono quasi tutti, ma poi ne arrivano altri; quelli che stanno nelle retrovie non si chiedono che fine hanno fatto quelli prima?». Il militare non ne può più della guerra e forse neanche di ammazzare, ma di questo non parliamo. «Ma perché non si fermano?», ripete.
Perché l’obiettivo è Kramatorsk, costi quel che costi. Anche Druzhkivka è quasi inaccessibile, la situazione sta degenerando in fretta come a Kostiantynivka. Cadute entrambe – e cadranno, è solo questione di tempo – non ci saranno più ostacoli da sud. La strategia, non dichiarata ma palese, è accerchiare Kramatorsk ed è qui che si svolgerà l’ultima battaglia per il Donbass. Che in parte è già iniziata: i colpi in arrivo sono costanti, ieri mattina tutta la città è stata svegliata da un boato tremendo, quelli della contraerea anche. Di notte si vedono i traccianti delle batterie a terra e le squadre di artiglieri si addentrano nei boschi per cercare di abbattere i droni nemici e tenere aperti – «puliti» dicono loro – i quadranti operativi vitali.
DALLA LUNGA distanza, tuttavia, è un’altra guerra. L’attacco ucraino di ieri a San Pietroburgo ha colpito un altro terminal petrolifero nei pressi della Reggia di Peterhof, voluta da Pietro il Grande per gareggiare in splendore con Versailles.
Il complesso monumentale è salvo, dicono le autorità locali, ma il terminal petrolifero no. Ironia della sorte: l’emblema della storia imperiale non è stato intaccato, ma il presente dei distributori chiusi e delle code di chilometri per qualche litro di benzina continua a peggiorare.
