Mosca alla Polonia: sappiamo dove sono gli impianti in cui costruite i droni per Kiev. Alla vigilia del vertice di Ankara, Trump parla un’ora e mezza con Putin. Ma nulla è cambiato. Pietro Batacchi (Rivista Italiana Difesa): "Questa resta una guerra di logoramento. Gli Stati Uniti non hanno tutta questa voglia di mettersi a fare da mediatore tra due posizioni che sono a tutt'oggi inconciliabili"
Da un lato, c’è la telefonata di quasi un’ora e mezza che il presidente russo Vladimir Putin ha fatto al suo omologo americano Donald Trump, con il pretesto del 250° anniversario degli Stati Uniti d’America. Una conversazione "sostanziale e costruttiva" – ha fatto sapere il Cremlino – durante la quale i due leader hanno parlato della situazione in Ucraina, tenendo conto “dell'imminente partecipazione di Trump al vertice Nato in Turchia”. Dall’altro lato, ci sono le minacce che Mosca rivolge a Varsavia, per bocca del portavoce presidenziale Dmitrij Peskov: la Polonia "ha già messo a punto sul proprio territorio la produzione di droni destinati all'Ucraina", e il ministero della Difesa russo "ha già pubblicato gli indirizzi di tali impianti", motivo per cui "Varsavia farebbe bene a riflettere sulla propria sicurezza”. In mezzo, c’è tutta la distanza che separa gli Stati Uniti di Trump – vogliosi di prendere le distanze, se non per guadagnare, da una guerra lontana – da un’Europa chiamata a farsi carico del peso economico e politico di una guerra che da quasi quattro anni e mezzo insanguina il suolo europeo.
Secondo il resoconto russo della telefonata – la quarta dall’inizio dell’anno – Putin ha fornito a Trump una "valutazione accurata" degli eventi sul campo di battaglia, registrando la “continua assistenza” fornita dagli inviati speciali americani Steve Witkoff e Jared Kushner, che sarebbero “pronti a visitare Mosca”. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha telefonato a Trump per gli auguri del 4 luglio, ma non sono state diffuse informazioni riguardo ai contenuti e alla durata del colloquio, definito comunque “molto positivo” dal leader ucraino. I due, del resto, si incontreranno personalmente ad Ankara il 7 e l’8 luglio, sebbene – per non irritare la delegazione statunitense e favorire la ripresa del dossier negoziale da parte di Trump – la leadership di Zelensky verrà mantenuta parzialmente in secondo piano, escludendolo dalle sessioni principali del summit e relegando la sua presenza ai tavoli di lavoro bilaterali (come il Consiglio Nato-Ucraina) e alla cena ufficiale dei leader.
La questione ucraina, del resto, sarà affrontata al vertice di Ankara soprattutto attraverso una ridefinizione degli equilibri finanziari che va nella direzione di un disimpegno da parte di Washington. La novità più rilevante è lo stanziamento di un pacchetto di aiuti militari da 70 miliardi di euro all'anno per il 2026 e per il 2027 (per un totale di 140 miliardi). Questo impegno finanziario, già inserito nella dichiarazione finale del vertice approvata dal Consiglio Atlantico, presenta una svolta storica: i fondi saranno coperti interamente dai Paesi europei e dal Canada, con circa 30 miliardi di euro annui derivanti dai meccanismi di prestito dell'Unione Europea, e 40 miliardi all’anno garantiti da impegni e aiuti bilaterali dei singoli Stati membri (con la Germania nel ruolo di principale promotore). Si tratta di un punto – questo del "trasferimento" dell'onere finanziario all'Europa – che vede una piena convergenza tra Trump e il padrone di casa Recep Tayyip Erdoğan. Se il maxi-piano da 140 miliardi di euro per Kiev soddisfa in pieno la richiesta di Trump di azzerare i costi diretti per i contribuenti americani, Erdoğan non si oppone a questa formula: pur fornendo droni e attrezzature militari all'Ucraina, preferisce che l'impegno finanziario a lungo termine gravi sulle cancellerie europee, lasciando la Turchia libera di muoversi come mediatore politico geopolitico.
Sia Trump sia Erdoğan rifiutano la linea della "guerra a oltranza" e premono per l'apertura immediata di un tavolo di trattative con Mosca per congelare il conflitto. Trump ha impostato la sua politica estera sulla promessa di porre fine alla guerra "subito", sfruttando i canali diretti aperti con Putin. Erdoğan persegue da sempre una diplomazia bilaterale e "rumorosa": ha mantenuto la Turchia in una posizione di neutralità attiva, rifiutando di applicare le sanzioni occidentali alla Russia e offrendo Ankara come hub di mediazione.
Il fatto che si torni a parlare di una soluzione negoziale non significa però che ci siano progressi in tal senso, come sottolinea ad HuffPost Pietro Batacchi, analista geopolitico ed esperto di affari militari, direttore della Rivista Italiana Difesa. "La prospettiva negoziale oggi è sostanzialmente inconsistente. Le posizioni rimangono distanti e, sul campo, la situazione è abbastanza di stallo: progressi si registrano da ambo le parti, ma di fatto questa resta una guerra di logoramento, che non si misura in chilometri quadrati conquistati. Gli Stati Uniti non hanno tutta questa voglia di mettersi a fare da mediatore tra due posizioni che sono a tutt'oggi inconciliabili, anche per ragioni interne: Putin non può negoziare senza aver raggiunto un minimo dei suoi obiettivi; dall'altra parte, Zelensky non può essere il presidente che cede pezzi di Ucraina alla Russia".
La previsione dell’analista è che “si andrà avanti in questo modo: tanti attacchi con droni e missili, tanti colpi alla logistica avversaria e si vedrà chi mollerà per primo. Gli ucraini, da questo punto di vista, hanno il sostegno dell'Europa che garantisce loro profondità finanziaria, industriale e strategica; dall'altro lato, la Russia è comunque un grande Paese, ricco di risorse, che per indole rimane quello di Stalingrado. Temo che si vada avanti ancora un bel po' su questa lunghezza d'onda".
Quel che è certo è che i contrattacchi ucraini stanno facendo male alla logistica russa, grazie soprattutto all'ampio utilizzo dei droni. Dopo l’attacco, nella notte tra venerdì e sabato, a un importante terminal petrolifero nella città di San Pietroburgo, nelle scorse ore gli ucraini sono tornati a colpire la Crimea, prendendo di mira uno dei principali aeroporti militari russi nella penisola annessa illegalmente nel 2014. L'Ucraina ha recentemente intensificato i suoi attacchi con droni a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche critiche della Russia, causando diffuse carenze di carburante. Kiev afferma che quasi il 43% della capacità di raffinazione del petrolio russa è stata "disattivata" a seguito di questi attacchi. Sabato Putin, dopo aver ammesso che la carenza di carburante era stata causata dagli attacchi ucraini, ha firmato una legge volta ad aumentare le forniture al mercato interno.
"Gli ucraini hanno delle carte da giocare che sono importanti”, commenta ancora Batacchi. “Oltre al sostegno europeo, hanno ancora – in parte – il supporto americano, soprattutto per quel che riguarda l’intelligence. Dal punto di vista della tattica e della condotta delle operazioni, sono più avanti dei russi. D'altro canto, però, i russi sono stati in grado di adattarsi e continuano a godere di un vantaggio numerico. Si parla sempre delle perdite russe, che sono molto elevate, ma in proporzione sono più elevate quelle ucraine: i 250-200 mila morti ucraini pesano molto di più rispetto ai 450 mila morti russi, perché la Russia è un Paese di 150 milioni di abitanti, mentre oggi l'Ucraina è un Paese di 27 milioni".
Quanto al sostegno americano di cui ancora gode l’Ucraina, è il caso di sottolineare come l’amministrazione Trump stia agendo per convertire tale supporto in una fonte di guadagno. Lo sottolinea Politico in un’analisi su come Trump stia trasformando la Nato in un bancomat, un meccanismo basato su logiche transazionali, in cui l'aumento della spesa per la difesa e gli investimenti in armamenti americani vengono privilegiati rispetto ai valori democratici condivisi e all'espansione dell'Alleanza stessa. Un cambiamento – osserva Politico – che rischia di mettere a dura prova la tenuta della Nato e di distoglierne l'attenzione dalla difesa collettiva.
