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Automotive Centomila licenziamenti e quattro siti da chiudere

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Sciopero degli operai Volkswagen nello stabilimento di Zwickau ciopero degli operai Volkswagen nello stabilimento di Zwickau – foto Hendrik Schmidt/Ap

Doveva essere il «progetto di rilancio» del Gruppo Volkswagen. Invece si rivela come il più mostruoso dei piani e lacrime e sangue in quasi novant’anni di storia del marchio-simbolo del made in Germany.
Anticipato da “Manager Magazin” poche ore prima della sua presentazione ufficiale al consiglio di amministrazione, prevede il doppio dei tagli preannunciati dal Ceo Oliver Blume lo scorso marzo: invece di 50 mila saranno fino a 100 mila i licenziamenti necessari a far sopravvivere il colosso di Wolfsburg nel mercato mondiale dell’automotive ormai dominato dai brand cinesi.

SI AGGIUNGE alla decisione altrettanto epocale di chiudere per sempre ben quattro stabilimenti in Germania, fra cui la fabbrica di Zwickau, in Sassonia, che produceva le Trabant ai tempi della Ddr prima di diventare la e-factorydi punta delle auto elettriche di Vw.

In difesa della catena di montaggio, che oggi rappresenta l’unica fonte di lavoro sicuro nel Land altrimenti caratterizzato per il deserto industriale, è sceso in campo direttamente il governatore Michael Kretschmer della Cdu lanciando un monito inequivocabile: «Le conseguenze di questa scelta saranno disastrose per l’intera Germania». Così il premier dello Stato dove Afd viaggia ormai a quota 42% nei sondaggi – dopo avere incardinato la propaganda sullo slogan «il lavoro prima ai tedeschi» – legge politicamente l’effetto del piano Volkswagen. All’attenzione del governo del cancelliere Friedrich Merz balbettante «preoccupazione per gli impieghi a rischio», ma anche alla mano pubblica che controlla il marchio: il Land della Bassa Sassonia guidato dal collega-governatore Olaf Lies della Spd, detentore per statuto del 20% delle quote azionarie di Vw, e dunque dei relativi diritti di voto.

GIÀ PRONTO alla mobilitazione nazionale contro il «folle progetto» il sindacato dei metalmeccanici. Per i vertici della Ig Metall 100 mila posti di lavoro in meno (sul totale di 657 mila dipendenti del Gruppo Vw) immaginati dall’amministratore delegato Blume equivalgono a «una minaccia irresponsabile», come sottolinea il duro comunicato firmato dalla segretaria generale Christiane Benner e dalla presidente del consiglio aziendale di Volkswagen, Daniela Cavallo, oltre che dal delegato sindacale responsabile per la Sassonia e la Bassa Sassonia: «Se il management di Wolfsburg porterà avanti questo piano useremo ogni mezzo per bloccarlo. Si tratta di un chiaro attacco alla legge che impone la co-gestione dell’impresa con i rappresentanti dei lavoratori».

AL CONTRARIO, per i dirigenti di Vw contano soltanto gli azionisti. Oltre al «fardello insostenibile» dei lavoratori non più utili a costruire l’e-car tedesca, tutt’altro che «Wunderbar» sotto il profilo dell’innovazione tecnica, Blume ha pure intenzione di tagliare gli investimenti del Gruppo di almeno il 15%.

Questo è il futuro dell’ex «auto del popolo», capace un tempo di conquistare la leadership del mercato ma oggi a malapena di garantire il lavoro nei prossimi quattro anni. Eppure, nonostante Blume proponga di raddoppiare i licenziamenti, vige ancora l’accordo stipulato con il sindacato che assicura tutti i posti di lavoro fino al 2030. È il primo ostacolo al piano presentato dal top-manager al consiglio di amministrazione questa settimana: dovrà necessariamente passare al vaglio del Consiglio di sorveglianza di Vw il prossimo 9 luglio. In questa sede, in cui verrà detta l’ultima parola sull’intera operazione, i rappresentanti dei lavoratori vantano la metà dei membri e sommati ai voti dei due delegati della Bassa Sassonia detengono la maggioranza.

SARÀ L’ULTIMA SPIAGGIA per fermare lo sbarco di un nuovo modello industriale. Il vecchio sistema in Germania è finito con la chiusura del rubinetto dei finanziamenti pubblici a fondo perduto alla «mobilità sostenibile» aperto dalla coalizione Semaforo di Olaf Scholz. In questo modo Volkswagen ha preso gli ultimi soldi dallo stato, finché ci sono stati, finché il governo Merz non ha dirottato la manna dei sussidi sulle armi.

Di fatto da tempo chi guida la Germania non guarda più alla sorte dell’auto bensì all’industria bellica, nuovo vanto nazionale, sebbene non sia in grado di sostituire i posti di lavoro persi nelle fabbriche civili. L’ultima prova del focus mutato è lo show aereo «Ila 2026» andato in scena a metà giugno all’aeroporto di Schönefeld. Nel cielo si esibiscono, per la gioia non solo e non tanto delle famiglie con i bimbi festanti a bordo pista, i prodotti di Airbus-Defence quanto dell’italiana Leonardo. Mentre nella terra sotto Berlino da tempo sono “atterrati” i cinesi che approfittano del suicidio economico degli ex concorrenti del settore.

NEL CUORE della capitale dell’ex locomotiva d’Europa la vetrina a brillare è il concessionario Byd, il marchio di auto ambasciatore del nuovo primato tecnologico di Pechino. Il segno dei tempi e l’inizio di una nuova epoca in cui finiscono le antiche certezze. Come «Volkswagen non ha mai chiuso una fabbrica in Germania»: una verità durata fino all’era di Oliver Blume, Ceo di stampo nuovo, pronto a tagliare col passato, presente e futuro del lavoro.