Centrosinistra Il campo progressista e il nodo della guerra in Ucraina. L’unico d’accordo sull’idea che chi vince al gazebo prende tutto è Matteo Renzi
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Che farebbe, Giuseppe Conte, se dovesse diventare presidente del consiglio? «Per prima cosa chiamerei Zelensky e gli direi che lui è l’aggredito e ha il nostro sostegno. Ma un attimo dopo chiamerei anche Putin, l’aggressore, per imprimere una svolta negoziale».
L’intervista, rilasciata alla Stampa, basta per scatenare le polemiche. Anche perché il giorno prima, il leader del Movimento 5 Stelle aveva detto che la linea sull’Ucraina la detterà chi vincerà le primarie. Suscitando subito la replica di Igor Taruffi. Il responsabile organizzazione del Pd immagina tutt’altra scansione temporale: «Il campo progressista dovrà concentrarsi prima nella stesura di un programma condiviso», premette Taruffi. Soltanto dopo, a quel punto, arriveranno le primarie di coalizione.
«Va da sé che chi vincerà le primarie avrà l’onere e l’onore di guidare tutta la coalizione e non solo un singolo partito», afferma il dirigente dem. Ieri anche Elly Schlein ha dovuto ribadire l’ordine delle priorità: «Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie, perché chi le vince deve guidare tutta la coalizione, non soltanto il proprio partito». Nei prossimi giorni Conte parla in commissione Covid, la data è ancora oggetto di trattativa causa agenda parlamentare ingolfata, cercando di rompere l’assedio cui l’ha sottoposto la destra nell’organismo parlamentare ormai da mesi.
Nel frattempo, considerano gli alleati, insiste quotidianamente sull’Ucraina anche per sventare l’erosione da parte di Alessandro Di Battista, che su quel tema ha costruito il suo posizionamento. Ma queste dichiarazioni identitarie e di copertura rischiano di logorare la coalizione, che anche sui fondi Safe si presenta a ranghi sciolti. Per di più, questa volta l’avvocato non solo ha ribadito il punto, fortemente divisivo del sostegno all’Ucraina: ha anche ipotizzato le primarie prendi-tutto rendendo più scivolosa la strada che la coalizione dovrà perseguire dalla ripresa di settembre. Nicola Fratoianni di Avs relega tutto ad «incidente agostano». «Le primarie, ammesso che ci siano, non è che definiscono il capo o la capa, non siamo così, non c’è il presidenzialismo – riflette il segretario di Sinistra italiana – Non è che chi vince le primarie comanda e decide il programma. Questo è ovvio, prima delle primarie è obbligatorio avere un programma condiviso. Le primarie per la leadership sono le primarie per chi, qualora interpreta il programma della coalizione. Il programma non è legato al leader».
Dunque, come uscirne? «La mia risposta è serena – dice Fratoianni – Ne usciremo discutendone, come è normale fare. Ma ne usciremo perché, quello che non sta in piedi è la lettura, anche di qualcuno interno al Partito democratico, ‘Conte, vuol far saltare l’alleanza!’: questa roba non c’è. La politica ha la testa più dura delle chiacchiere e di cose che non stanno insieme: battere Meloni non sta insieme a non avere un’alleanza. Alla fine della fiera lì si finisce. Come alle amministrative, ovunque si sono fatti gli accordi».
Va a finire che l’unico che l’unico che sposa l’azzardo delle primarie anche sul programma è Matteo Renzi. al quale questa contesa piace. «In tutto il mondo ci sono due sinistre, con idee diverse sull’economia, la politica estera, l’energia – sostiene il leader di Italia viva – Ci sono da sempre gli Obama e i Sanders, i Biden e le Ocasio-Cortez. E le primarie servono a decidere candidato e sensibilità programmatiche. Il nodo è che il giorno dopo nessuno si può tirare indietro, chiunque vinca»
