Accedi Registrati

Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *

Golfo persico Iran e Oman vicini a un accordo. Un doppio canale: si entra da nord, sotto controllo iraniano; si esce da sud vicino alle coste omanite. Ma Washington si mette in mezzo e rallenta il dialogo. E lo stretto rimane chiuso: un’altra nave colpita

LEGGI ANCHE Hormuz, l’Iran ignora Trump e tratta con l’Oman

4638be10-fac8-42a4-b2a6-125db92b138b Dei bambini fanno il bagno lungo le coste iraniane a Bandar Abbas, sullo Stretto di Hormuz – Amirhosein Khorgooi/Ap

«Siamo in trattativa con gli iraniani e credo ci sia la possibilità di raggiungere un accordo oggi o domani per riaprire lo stretto e muoverci verso una posizione più normalizzata in questo conflitto». Lo ha dichiarato ieri alla Cnbc il segretario al Tesoro Scott Bessent. Alla domanda se l’Iran potesse imporre pedaggi alle navi, ha risposto: «Sarebbe libertà di movimento».

Una frase che pesa più di quanto sembri. Trump ha un bisogno disperato di qualcosa che somigli a una vittoria, e questo bisogno spinge la sua amministrazione ad annunciare accordi che ancora non esistono – in alcuni casi bruciandoli prima ancora che vengano firmati. Il Medio Oriente non funziona come Washington: ogni mossa deve rispettare non solo i protocolli scritti, ma anche quelli non scritti che tutti comunque conoscono. In gioco c’è la dignità dell’interlocutore, che deve poter tornare a casa mantenendo la testa alta.

POCHE ORE DOPO Bessent, il segretario di Stato Marco Rubio ha corretto il tiro: «Sono stati compiuti progressi nei colloqui con Iran e Oman per consentire il transito di un maggior numero di navi nello stretto, ma non è stato ancora raggiunto un accordo definitivo».

L’intesa su Hormuz allo studio tra Teheran e Mascate, se non verrà sabotata prima di nascere, prevede un doppio canale: le navi dirette nel Golfo Persico passerebbero a nord, sotto controllo iraniano; quelle in uscita userebbero una rotta a sud, vicino alle acque omanite, a coprire i costi di sicurezza e impatto ambientale, una «tassa di servizio» divisa tra i due paesi.

Per l’Iran sarebbe una vittoria; per l’Oman un salto di ruolo senza precedenti – da mediatore discreto a protagonista della sicurezza energetica regionale, un traguardo impensabile solo pochi mesi fa. Washington, per ora, smentisce questa versione: nega sia l’imposizione di pedaggi che qualsiasi riconoscimento di autorità iraniana sul transito.

Ma è difficile immaginare che Teheran firmi un’intesa che non sancisca, almeno implicitamente, il proprio controllo sullo stretto e il diritto a un pedaggio. Ed è esattamente ciò che l’amministrazione Trump non può accettare senza perdere la faccia: significherebbe ammettere di aver compromesso un’area che, prima della guerra, era un passaggio internazionale aperto – regalando a Teheran una leva strategica che prima non aveva.

Trump, del resto, naviga in acque agitate anche in casa. La benzina costa in media 4,10 dollari al gallone, il 37% in più da inizio conflitto, mentre i sondaggi mostrano un consenso in caduta libera: il 60% degli elettori è contrario all’azione militare, il 74% ritiene che non ne valga il costo.

QUALUNQUE SOLUZIONE lasci l’Iran in controllo dello stretto sarà difficile da vendere in patria. Ma una via militare per togliere a Teheran quel controllo, secondo gli esperti, semplicemente non esiste. Restano due sole opzioni: una guerra che non si può vincere, o una pace che non si può digerire.

Il portavoce del ministero degli esteri del Qatar, Majid Al-Ansari, ha confermato ieri pomeriggio che i mediatori continuano a lavorare per abbassare la tensione regionale: la priorità di Doha, ha detto, è contenere la crisi, riaprire lo stretto e preparare il terreno per la ripresa dei negoziati tra Iran e Stati uniti. Nessun accordo è stato ancora raggiunto, ma le bozze continuano a circolare tra le parti, abbastanza da far crollare il prezzo del petrolio: il Brent è sceso di oltre il 4%.

Da Teheran, il portavoce Baghaei ha affermato che i colloqui con Oman sono stati «valutati positivamente sia a livello tecnico che politico», poiché l’Iran sta lavorando per sviluppare i «meccanismi» necessari per gestire il traffico nello stretto.

Nonostante le speranze di un’intesa imminente, Hormuz resta di fatto chiuso: un’altra nave è stata colpita da un proiettile mentre tentava di attraversarlo. I rischi per le rotte marittime restano seri, aggravati dal blocco imposto dagli Houthi alle navi saudite nel Mar Rosso.

SECONDO UNA FONTE citata da Press Tv, i negoziati bilaterali tra Iran e Oman sarebbero ritardati per le interferenze statunitensi e il sabotaggio di alcuni attori regionali. La fonte insiste: la trattativa riguarda due governi costieri e gli Stati uniti non avrebbero alcun titolo per intervenire, il che non impedirebbe comunque a Washington di provare a condizionarla con minacce e ultimatum, con un obiettivo tutto interno: guadagnare visibilità politica in patria.

Mentre l’Iran gioca la sua partita sulla scena internazionale, il presidente Masoud Pezeshkian affronta voci interne. Alcuni media dell’opposizione iraniana hanno riportato che avrebbe più volte minacciato le dimissioni davanti alla guida suprema. Pezeshkian ha smentito categoricamente in un discorso televisivo trasmesso ieri: «Se volessi dimettermi, lo annuncerei pubblicamente. Non mi dimetterò e continuerò la lotta».