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Pagheremo caro Prima le armi. Malgrado i distinguo e le spaccature fra alleati, il governo si avvia alla sua ultima legge di bilancio nel segno della spesa bellica. Il voto del parlamento sul nuovo maxi debito per bombe e missili condizionerà i prossimi tre anni, intanto divide anche il Pd

Pagheremo caro Quel che il governo ha deciso e la maggioranza ha confermato ieri resta pertanto chiaro: uno scostamento di bilancio che si aggirerà sui 22 miliardi destinati ad andarsene in armi e «sistemi di difesa»

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19334402-8fc3-4c86-ae53-a8311f98deb9 Parata militare – Imagoeconomica

Matteo Salvini avrebbe dovuto fare l’illusionista: da anni la sua politica non va oltre trucchi pirotecnici messi a punto per camuffare la realtà. Lo ha fatto anche ieri, nel dibattito parlamentare sullo scostamento di bilancio.

La Lega ha imposto una riformulazione della risoluzione di maggioranza il cui solo esito è gettare fumo negli occhi per nascondere l’effettiva sostanza delle cose. Ma le scelte politiche e i conti in tasca hanno il difettaccio di non tenere in alcun conto i giochi di parole.

Quel che il governo ha deciso e la maggioranza, Lega inclusa, ha confermato ieri resta pertanto chiaro: uno scostamento di bilancio che si aggirerà sui 22 miliardi destinati ad andarsene in armi e «sistemi di difesa» invece che in case, scuole e ospedali. Alla cospicua sommetta si aggiungeranno altri 14 miliardi e mezzo di scostamento per l’energia, da spendere in tutto tranne che in ciò che più servirebbe, lo sviluppo a passo di carica di fonti di energia alternative ai fossili.

Il ministro Giorgetti, che ha differenza del suo leader non fa il prestigiatore, non ha nascosto il rischio immenso annidato dietro lo scostamento. Se in autunno il riconteggio del deficit dirà che l’Italia è sotto il tetto del 3% allora non saremo più incatenati dalla procedura d’infrazione per eccessivo deficit. Ma se invece il verdetto sarà negativo – confermerà cioè il deficit al 3,1% – venirne fuori sarà questione di anni, non di mesi. La mazzata avviata ieri peserebbe sul deficit futuro tenendolo al di sopra del 3% a lungo, forse sino al 2030. Purtroppo la generosa clausola di salvaguardia europea non vale per chiudere una procedura già aperta. Meloni e Giorgetti se la stanno giocando a testa o croce. Dita intrecciate e speriamo di cavarcela.

«Qualche volta bisogna avere il coraggio di fare scelte impopolari», afferma il ministro dell’economia e vagli a dar torto. Ma le scelte impopolari e dolorose andrebbero fatte in proprio, non per eseguire ordini altrui. Una cosa è il tributo di sangue, sudore e lacrime accettato per sconfiggere una mostruosa tirannia, tutt’altra pagare prezzi alti per far contento un miliardario megalomane convinto di essere non presidente ma monarca e meglio ancora imperatore.

A nessuno in Italia sarebbe mai venuto in mente di svenarsi per le armi, meno di tutti a Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti, senza la sferza del tirannico capo della destra americana.

Dall’altra parte della barricata lo spettacolo non è stato molto più edificante. Solo l’alchimia dei regolamenti della camera ha salvato il Pd da una spaccatura alla luce del sole che comunque la minoranza di quel partito ha fatto in modo di rendere il più fragorosa possibile. Ha completato il quadro il fatto che la segretaria del Pd abbia prima scelto di non parlare, poi di non far esporre nemmeno il responsabile degli esteri per non scontentare i tifosi del riarmo allocati nel suo partito e soprattutto a Bruxelles.

In politica una certa dose di ambiguità è spesso perdonabile, qualche volta inevitabile. Questo però è un dossier che chiama in causa tutto: l’intera politica estera, perché in ballo c’è l’autonomia dell’Italia nella Ue e dagli Usa, quella interna, perché in gioco c’è la condanna del Paese ad anni e non mesi di austerità, la difesa del sistema di valori costituzionale. Quando la posta è così alta nessuna ambiguità è ammissibile e l’alternativa all’offerta politica di una destra destinata a virare ancora più a destra deve partire su questo fronte da una posizione quanto più netta possibile. Col coraggio di scontentare una parte del proprio schieramento.

Con un’avvertenza però: contrastare il riarmo e negare solidarietà operativa all’Ucraina aggredita non sono affatto la stessa cosa.

La sovrapposizione è un trucco che funziona grazie alla complicità di tutti: di quelli che hanno interesse ad ammantare di pacifismo una sostanziale arrendevolezza nei confronti dell’ingordigia russa e di quelli che adoperano l’accusa di putinismo per delegittimare chi si oppone al riarmo. Anche su questo l’opposizione ha il dovere di essere chiara, senza permettere confusioni di sorta con il «pacifismo» peloso dei Vannacci e dei Salvini.