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Il caso della Bisteccheria Bagarre alla Camera: l’ex sottosegretario si salva tra proteste, urla e vecchie polemiche. Conte e Schlein attaccano, Bignami furibondo rievoca l’elezione quirinalizia del ’92

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610a5b15-732e-4671-b298-1c819e9bf6f6 La protesta di Avs alla Camera durante il dibattito sul caso Delmastro – Foto LaPresse

È finita come doveva finire: con 206 voti contro 133 la Camera ha negato alla procura di Roma l’acquisizione delle chat tra l’ex sottosegretario Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, i protagonisti del caso della Bisteccheria, il ristorante romano al centro di un’indagine per riciclaggio e intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa riconducibile al clan camorristico dei Senese.

PRIMA, però, la battaglia a Montecitorio è stata intensa. O quantomeno scenografica. I deputati di Avs si sono bendati, quelli dei 5 stelle hanno alzato i decibel e gli smartphone («Fuori le chat!»), è stato evocato il nome di Paolo Borsellino, è stato insultato Scalfaro. Sono intervenuti i leader del presunto campo largo Elly Schlein e Giuseppe Conte. Si è tentato un ultimo disperato assalto: le opposizioni hanno chiesto il voto a scrutinio segreto, nella speranza che (da Forza Italia) qualcuno si facesse ingolosire dalla possibilità di fare lo sgambetto al governo. Non è successo: la maggioranza ha tenuto, Delmastro è salvo. Per ora. Perché probabilmente sia le opposizioni sia la procura di Roma (reazione ufficiale del capo Francesco Lo Voi: «No comment») chiederanno l’intervento della Consulta per risolvere il probabile conflitto d’attribuzione tra poteri dello stato: contano più le prerogative di un parlamentare o il diritto alla difesa di un imputato comune? Secondo l’avvocato di Caroccia quelle chat dimostrerebbero che il suo cliente non sarebbe un prestanome dei Senesi ma dello stesso Delmastro. Se fosse vero l’ex sottosegretario finirebbe iscritto nel registro degli indagati alla velocità della luce.

MA ANDIAMO con ordine. In apertura il relatore di maggioranza Pietro Pittalis spiega che negare l’autorizzazione a procedere non è «uno scudo per ostacolare il lavoro della magistratura». Cosa sia allora nessuno lo dice, ma in ogni caso, sostiene il forzista, se le opposizioni ce l’hanno tanto con l’articolo 68 della Carta (quello che tra le altre cose sancisce l’inviolabilità della corrispondenza dei parlamentari) possono sempre «proporre una legge di revisione costituzionale». Spiritoso.

SFORTUNATO il relatore di minoranza, il dem Federico Gianassi, il cui microfono si spegne proprio nel momento di maggior pathos del suo intervento. Questo avviene mentre fuori Roberto Vannacci, alla Camera per presentare ai cronisti il suo inquietantissimo programma, si dichiara contrario «ai privilegi della casta» e contrario pure alla diffusione delle chat di Delmastro, purché lui le «renda disponibili immediatamente». Chissà se ci crede davvero.

Conte litiga con la vicepresidente d’aula Anna Ascani. «Non ci sono ministri né sottosegretari. Che succede?». Ascani difende il governo: «Non è previsto che i banchi del governo siano occupati». E il leader pentastellato, un po’ stupito: «Non è un fatto tecnico, è un problema politico». Sdeng, come direbbero gli amici di Ascani su X. Ancora Conte, applaudito anche da Pd e Avs: «Basta, lo dico con umiltà citare, citare Borsellino!». E tutti i 5 stelle a quel punto hanno sventolato smartphone e tablet all’indirizzo della maggioranza.

SCHLEIN chiude la carrellata e accusa la destra di essere «ipergiustizialista con gli avversari e garantista con i colleghi di partito». E di nuovo: «Non vogliamo mai più sentirvi nominare Paolo Borsellino dicendo che sarebbe un ministro di questo governo». Boati, grida, gesti di varia natura ed eleganza. Poi Galeazzo Bignami esagera: «Il Msi sostenne Borsellino come presidente della Repubblica». Ma «la sinistra fece eleggere Oscar Luigi Scalfaro, che un anno dopo liberò 300 mafiosi al 41bis». Inevitabile per le opposizioni chiedere la sospensione – o quantomeno la censura – dell’incauto capogruppo di FdI, le cui tendenze al revisionismo e al prendersela con chi non può rispondere sono del resto note.

FINE della corsa. Voto dall’esito scontato. La maggioranza non cede, Delmastro ottiene il suo scudo. Durante i titoli di coda va in scena un faccia a faccia tra democristianissimi in transatlantico. Il Pd Giantonio Girelli a Gianfranco Rotondi, tutt’ora titolare del simbolo con lo scudo crociato: «Niente da dire sul tuo capogruppo e Scalfaro? Non c’eri? Non parli?». Rotondi prima affretta il passo. Poi si gira e ribatte: «Scalfaro ha distrutto la prima repubblica». Ma anche la seconda non si sente tanto bene.