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America oggi Alle primarie democratiche il candidato progressista osteggiato dall’Aipac e sostenuto da Sanders sconfigge la rivale per un punto

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5e7ec624-e382-42d0-aad4-bc3f4e9c6cac Il progressista Abdul El-Sayed, vincitore delle primarie democratiche in Michigan – Julia Demaree Nikhinson/Ap

«Con le parole di Mohammed Ali: abbiamo scosso il mondo». È il messaggio che il democratico del Michigan Abdul El-Sayed lancia ai suoi sostenitori nella conferenza stampa della vittoria, ieri pomeriggio a Detroit. È infatti il candidato progressista, e osteggiato dalla lobby israeliana Aipac, ad aver vinto le primarie democratiche per il seggio al Senato ora occupato dal repubblicano Mike Rogers, che El-Sayed sfiderà al mid term di novembre.

FINO ALLA TARDA mattinata di ieri, il giorno dopo le primarie, la sfida fra Abdul El-Sayed e la sua rivale Haley Stevens sostenuta dall’ala centrista del partito democratico – fra cui la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer e il leader della minoranza dem al Senato Chuck Schumer – era too close to call, troppo ravvicinata per essere assegnata a uno degli sfidanti secondo i principali media statunitensi, che hanno poi infine proiettato la vittoria di El-Sayed con un solo punto di vantaggio: 48.5% contro il 47.5% di Stevens.

Non è la vittoria strabordante proiettata dai sondaggi, ma in quello che The New Republic (su cui El-Sayed è stato per anni opinionista) definisce lo swingiest of the swing states, lo stato in bilico più in bilico di tutti, il Michigan, la vittoria dell’ala progressista del partito rappresenta comunque la «scossa» evocata da El-Sayed. Non è infatti uno degli stati consistentemente democratici dove si è sinora assistito alla vittoria alle primarie dell’ala sinistra del partito – e in particolare dei Democratic Socialists of America (Dsa), di cui pure Sayed non fa parte. Nel 2024 il Michigan è stato conquistato da Donald Trump, in seguito anche a una ribellione interna al partito democratico di cui Abdul El-Sayed ha fatto parte. Alle primarie per il candidato alla presidenza – vinte dal presidente in carica Joe Biden, poi ritiratosi e rimpiazzato dalla sua vice Kamala Harris – in Michigan, lo stato con la più alta percentuale di cittadini arabo-americani, era nato il movimento degli uncommitted, cioè di coloro che avevano spuntato quella casella sulla scheda elettorale in segno di protesta contro il sostegno statunitense al massacro condotto da Israele a Gaza.

Movimento di cui El-Sayed, figlio di immigrati egiziani, faceva parte, nonostante avesse poi votato per Harris come la maggioranza degli uncommitted, per scongiurare il pericolo rappresentato da Donald Trump.

Sostenuto da Bernie Sanders fin dalla sua sfida – persa – contro Gretchen Whitmer alle primarie del 2018 per il posto di governatore, El-Sayed è entrato nella progressiva spaccatura del partito sul sostegno a Israele. Contro di lui e in sostegno della rivale, Aipac ha speso ben 30 milioni di dollari portando il budget di Stevens a quasi 70 milioni. Come ha notato Bernie Sanders, una potenza economica «superiore di 10 a uno» rispetto a El-Sayed, che ha comunque vinto.

EPIDEMIOLOGO, fautore di «Medicare per tutti», del Green New Deal e di tasse sostanziose alle corporation, oltre che agli americani più ricchi, El-Sayed ha dedicato ieri parte del suo discorso della vittoria ai concittadini ebrei raggiunti dalla martellante propaganda dei suoi rivali che – come nel caso del sindaco di New York Zohran Mandani – lo hanno dipinto come un antisemita per la sua opposizione alle politiche israeliane (come Mamdani, non ha mai messo in discussione lo stato di Israele né la ferma condanna di Hamas). «Alle mie sorelle e i miei fratelli di religione ebraica, di qualunque credo o di nessun credo – ha detto – voglio che sappiate che il mio impegno per la vostra sicurezza, per la sicurezza ebraica, è il medesimo che ho per quella delle mie figlie».

El-Sayed nel suo discorso ha anche puntato sul ricompattamento del partito dopo una sfida molto amara con la sua rivale Stevens, che ha definito «una delle migliori funzionarie pubbliche» che abbia mai conosciuto. Lo stesso ha fatto l’ala centrista del partito, che con dei comunicati si è subito compattata al seguito di El-Sayed: la stessa Kamala Harris ha lanciato una raccolta fondi per la sua campagna. I repubblicani, ha aggiunto il neocandidato al Senato, «vogliono trascinarci nel fango». Che i suoi concittadini abbiano votato Harris o Trump nel 2024 non importa: a novembre devono votare per lui «se credete come me – ha detto ricalcando la campagna di Mamdani – che dovreste potervi permettere di fare una spesa più economicamente sostenibile».

DONALD TRUMP su Truth Social ha esultato – o ha finto di esultare – per la vittoria di El-Sayed, dipinto come l’estremista che ha meno chance contro il candidato Gop: «Ottime notizie per il partito repubblicano. El-Sayed, un comunista perdente che odia gli ebrei e Israele, è il vincitore della contesa elettorale contro la socialista». Rogers, il suo oppositore alle elezioni di novembre, rincara la dose definendolo «un estremista».

Le primarie dem di martedì non hanno riguardato solo El-Sayed. Sempre in Michigan si è assistito, per le sfide relative alla Camera, a un exploit del Dsa: il 13esimo distretto è stato conquistato da Donovan McKinley, il settimo da William Lawrence, mentre il 12esimo da Rashida Tlaib, prima deputata di origini palestinesi nella storia Usa (dal 2019) e confermata come la scelta democratica per rappresentare il Michigan alla Camera.

In Missouri, invece, la ex deputata della Squad Cori Bush è stata sconfitta dal rivale Wesley Bell.